Europa, indipendenza e Sardegna

L’Europa e le elezioni europee richiedono dei presupposti informativi e culturali minimi per essere capite e partecipate. Non possiamo non chiederci quanti sardi dispongano delle informazioni e delle competenze minime per partecipare consapevolmente alle elezioni di oggi. (…) La verità ci rende liberi davvero, ma la verità è una grandissima fatica che non tutti vogliamo sopportare. (LEGGI)

(…) Spiegato in italiano: la Francia e la Germania metterebbero sotto tutela i bilanci degli stati più deboli economicamente, potrebbero mandare ispezioni, comminare censure, raccomandare vivamente politiche economiche ecc. In buona sostanza acquisirebbero un potere di indirizzo vincolante del destino altrui.
Inoltre si crea un deterrente formidabile sulle aste dei titoli di stato dei Paesi più indebitati, perché li si priva della certezza della solvibilità dei loro impegni finanziari e quindi della forza della loro offerta sui mercati finanziari. Dico subito che questa non è l’Europa di cui io mi sento cittadino insieme a tanti altri, questa è l’Europa degli egoisti, nazionalisti e prepotenti e il suo cuore pulsa potentemente nello Stato membro più forte, la Germania. Un’Europa egemonizzata dalla Germania è un’Europa che si sfascia e si divide. L’estetica della forza e della prevaricazione, che piace a tanto mondo finanziario e produttivo tedesco, è da più di un secolo il male dell’Europa. Questi sono i veri movimenti eversivi dell’Europa: non la Catalogna, la Scozia, i Paesi Baschi, la Corsica, la Sardegna e le tante altre nazioni senza stato.
Una cosa è certa: mai una guerra è nata dal bisogno di libertà, di sviluppo e di integrazione europea dei piccoli; tutte le guerre sono nate dalla bulimia di potere dei grandi.

Che cosa si deve fare per conoscere la posizione ufficiale del governo sardo su una data materia?
La risposta è semplice: si dovrebbe andare sul sito ufficiale della Regione e cercare o il comunicato stampa o la delibera di Giunta relativi a quell’argomento.
Ieri Cagliari è stata surriscaldata da migliaia di pastori.

di Paolo Maninchedda
Ieri abbiamo avuto il solito annuncio: il Governo italiano ha impugnato l’ennesima legge finanziaria della Sardegna. (…)
Se tutto questo è noto da tempo, il problema politico oggi in campo non è l’ennesima descrizione di ciò che è avvenuto, ma la decisione su ciò che sta avvenendo ormai da tempo. Intendo dire che la rilevanza politica dell’azione del Governo Gentiloni (perché, ricordiamolo, non è lo Stato che ha impugnato, ma il Governo; lo Stato, semmai, attraverso la Corte Costituzionale deciderà sul conflitto) richiede una decisione, non una spiegazione o peggio una domanda.
Decidere è la parte più difficile per chi rappresenta il popolo e lo governa.
Oggi occorrerebbe decidere, ma io ho il dubbio che si sappia su che cosa decidere. (…) Che cosa sta facendo da anni Roma verso la Sardegna? Dichiara illegittimo ogni suo tentativo di esercitare anche in forme comuni e non eroiche o provocatorie il suo possibile autogoverno.
Non voglio adesso discettare sulla differenza tra illegale (non conforme alla legge) e illegittimo (privo delle condizioni previste dalla legge per essere valido), ma vorrei concentrarmi sul contenuto politico delle due azioni come vengono messe in campo dai due governi: usare il diritto per esercitare l’egemonia politica.

(CONTINUA)

di Paolo Maninchedda
La grande ignoranza‘, non ‘La grande bellezza‘, questo è il miglior titolo per l’Italia.
Abbiamo dovuto sorbirci un triduo europeo fatto con toni, contenuti e metodi tutt’altro che europei e occidentali. Abbiamo avuto cronache, analisi e sermoni senza contraddittorio ispirati alla concezione del potere e dell’individuo tipici dell’est del mondo, tipici di quell’oriente che non capisce il liberalismo e il libertarismo (lo chiamo così, ma il suo vero nome è ‘libertinismo’, purtoppo questo nome è stato massacrato da tutti i moralismi e degradato a dissolutezza sessuale, ma in origine non era così) europei.
Come al solito, in Italia o è bianco o è nero, mai che ci sia un interesse al colore vero. (…) Nessuno, dico nessuno, che abbia posto il problema principe in Europa, costitutivo della nostra cultura: come rafforzare le libertà individuali e rendere efficienti gli Stati? La strada è l’educazione, è la cultura, ossia la coerenza dei comportamenti e delle scelte non indotte da una burocrazia posta a presidiare un ordinamento giuridico pesantissimo e opprimente, ma determinate da comuni valori, da comuni convinzioni.
Tuttavia, in questi tre giorni, i sardi hanno potuto vedere plasticamente come l’Europa può essere anche la patria della loro sovranità: Malta presiede il Consiglio dell’UE fino al giugno 2017. Non è una questione di dimensioni, ma di diritti.

di Paolo Maninchedda
Mai nascoste le radici del sistema politico-culturale che cerco di tenere sempre a mente.
Sono sostanzialmente cinque: un’ evoluzione personalissima del giusnaturalismo, il libertarismo, il socialismo democratico, la laicità dello Stato della tradizione liberale, il solidarismo cristiano.
Data questa premessa, non stupirà ciò che sto per dire. Noi abbiamo bisogno di un periodo di media durata di interventi pubblici in economia.
Un cambiamento di sistema è impossibile affidandosi al laissez faire verso i mercati o semplicemente alle strategie di singole imprese private.
Faccio un esempio. La connessione indispensabile per noi tra il turismo, la valorizzazione del territorio e l’agroalimentare, non si può realizzare senza un grande piano di investimenti pubblici e di massicci interventi in economia.
Ancora: non è possibile trasformare l’isola in una grande destinazione per la qualità della vita, il benessere, i beni culturali e ambientali, e non orientare in modo radicalmente diverso il nostro sistema formativo. Qual è l’orizzonte culturale di riferimento che meglio è in grado di interpretare sfide così grandi? A mio avviso è quello del socialismo riformista. Ma in Sardegna questa tradizione di pensiero – cui si deve, per esempio, il grande investimento sul CRS4, da cui poi sono nate Video on line e Tiscali ecc. ecc. – non è riconosciuta come di valore strategico nazionale, a differenza dell’autonomismo burocratico che è proprio ciò che ancora oggi consuma ricchezza senza produrne.

di Paolo Maninchedda
Il problema è emanciparsi dalle consuetudini di pensiero italiane; bisogna smetterla di adagiarsi sui luoghi comuni di una politica e di una cultura ormai sterili, ammuffite, le cui parole d’ordine non hanno presa su nessuno. Oggi l’Italia che non produce, che ha metà del suo territorio senza acquedotti e fogne, che ha un sistema scolastico fatiscente, che combatte la corruzione con la schedatura dei suoi cittadini, che incentiva la maldicenza e l’insinuazione depenalizzando la diffamazione, che accetta che ci siano consiglieri comunali che firmano contratti in cui si impegnano ad obbedire non all’elettorato che li ha eletti ma al presidente di un’associazione, che obbliga i presidi delle scuole a pubblicare il proprio patrimonio on line ma lascia zone franche di segretezza nell’alta dirigenza di alcune istituzioni, questa Italia oggi parla del Mattarellum, del nuovo Ulivo, della psoriasi elettorale dei parlamentari esattamente come se ne parlava vent’anni fa, uno strazio.
Oggi il problema è capire il pluralismo, rendere efficiente la differenza, la pluralità dei poteri, le libertà.
Occorre insegnare che non esiste libertà senza coraggio.

di Paolo Maninchedda
Esattamente come il Berlusconi in difficoltà poco prima di lasciare Palazzo Chigi, anche Renzi prova non ad accettare il duro confronto con la realtà ma a costruire una realtà di comodo.
Come Berlusconi, butta il pallone in tribuna e dà la colpa all’Europa dell’austerity. Cosa c’entra l’Europa con la crisi del sistema bancario italiano? Nulla. Cosa poteva fare Renzi? Tutto, ma non l’ha fatto per gli evidenti imbarazzi sulla questione Banca Etruria. (…)
Ieri però Renzi era in Sardegna, intervistato e omaggiato da tutti, ma nessuno, dico nessuno, gli ha fatto la domanda che era indispensabile fargli: perché ancora oggi il governo italiano non ha avviato alcuna procedura per notificare a Bruxelles che la Sardegna è un’isola? Io so cosa rischio a non associarmi al coro. Personalmente vedo lo strapotere appannato di Renzi, ma non mi impressiona. Io sto da un’altra parte e so perfettamente che votando NO ho un’opportunità di cambiamento, mentre il Sì significa la ripetizione ad oltranza del mondo inconcludente di facciata che in questi due anni ha avuto un potere enorme e non l’ha saputo usare per il bene di tutti.

di Paolo Maninchedda
La Lega, mi pare per la prima volta, ha usato ieri il termine “sovranista”.
Come è noto, la parola è stata coniata in Sardegna, poi utilizzata in varie sigle e in varie posizioni politiche nella penisola, ma mi pare solo ieri, a Firenze, adottata da un dirigente nazionale italiano con un segno totalmente diverso da quello attribuitogli in Sardegna.
Infatti, il sovranismo di Salvini, non è altro che un maquillage del nazionalismo della Destra italiana.
La camaleontica destra del Nord, che fino a qualche anno fa parlava di Roma ladrona, ora si fa paladina dell’orgoglio nazionale italiano, antieuropeo, antiglobal, antitutto.
Noi abbiamo sempre avuto un dubbio su questa parola e abbiamo sempre preferito la parola ‘indipendentista’, che ha almeno il vantaggio di dire quale è il progetto politico. (…)
Ne è una riprova il referendum. Renzi adesso gioca la pedagogia della paura.
non sapendo in sostanza come si governa uno Stato, adesso dice che se vince il NO arrivano i cavalieri dell’Apocalisse. Schema consolidato dai tempi dei tempi: quando non hai ragione, cerca almeno di fare paura.

di Paolo Maninchedda
Provo a dare una mano a chi voglia capire che cosa sta succedendo in Italia, almeno per la parte che purtroppo rischia di coinvolgere anche la Sardegna.
Il primo dato da aver chiaro è la crisi dell’immagine di Renzi e in un mondo stupido in cui l’immagine è tutto, la crisi del Primo ministro è crisi dello Stato.
Il Renzi che vinse le europee e che sembrava poter vincere per un lungo periodo è finito, non c’è più.
Un grande editore italiano, in una conversazione privata in Sardegna, ha detto con chiarezza: «Cerchiamocene un altro». Il problema è che non è semplice in questo mondo effimero costruire delle leadership credibili. Anche perché in Italia l’attacco ai leader ha sempre un che di complottistico. In questi giorni ‘Il Fatto quotidiano’ sta martellando i suoi lettori con una notizia ‘equivoca’ dal forte sapere della congiura di palazzo. Il quotidiano…
Per tutte queste ragioni io continuo a ripetere a noi indipendentisti che per noi le campagne elettorali non finiscono mai. Noi dobbiamo sempre proporre ai partiti della Sardegna la grande coalizione dei sardi, un partito dove si accantonano le differenze per conseguire il diritto ad essere una patria riconosciuta e viva in Europa. Noi dobbiamo sempre e solo parlare di indipendenza. Non basta il buon governo. Io stesso, che sono stanchissimo, so bene che mentre provo a far bene ciò che mi è stato affidato, sperando che i cittadini pensino che realizzo bene il mio mandato perché sono indipendentista, in realtà gli elettori pensano che io faccia soltanto il mio dovere, e non hanno tutti i torti. Per cui serve tenere sempre in alto la bandiera e l’intelligenza, la comprensione della realtà e la costruzione dell’obbiettivo, anche e soprattutto quando l’Italia è vittima della sua storia, della sua impudenza, della sua profonda e storica immoralità civile.

di Paolo Maninchedda
Noi indipendentisti sardi non abbiamo paura. Sappiamo che dobbiamo lottare e che niente è facile. L’Europa attuale dell’egemonia degli stati ottocenteschi non ci piace, ma ci piace l’Europa dei popoli: noi siamo profondamente europeisti. È l’Europa dell’egemonia germanica che non ci piace, della prevalenza burocratica e, soprattutto, dell’ostilità dichiarata alle piccole patrie come la Sardegna.
La nostra Sardegna è europeista; l’Europa non è sarda. Basti pensare con quanta comodità i parrucconi europei stanno decidendo sulla questione dell’aeroporto di Alghero, per non parlare del fatto che anche una banalità come l’allungamento della pista dell’aeroporto di Olbia deve essere notificato a Bruxelles! Una follia che costa ai sardi un patrimonio di euro. O vogliamo ricordare le politiche agricole tutte orientate a consentire le manipolazioni dell’agroalimentare mediterraneo?
È interessante notare come l’unico statista europeo all’altezza dei nostri tempi, il Papa, è andato in Armenia, una piccola patria brutalizzata, sterminata e odiata dalla Turchia.