Siamo intelligenti, immaginiamo il futuro

Guai a pensare in grande in Sardegna. Si rischia l’impopolarità. È un fenomeno di semplificazione neuronale sempre esistito in Italia, ma oggi potenziato dalla felice schiavitù commerciale promessa a tutti, come destino universale, dalla globalizzazione.Eppure servirebbe moltissimo riaprire i libri ingialliti dei grandi temi politici. Su quali basi di giustizia e di libertà è fondato […]

Non è solo una testata

Non è stata solo una testata.
È stato lo squillo di tromba di un clima che è tornato.
Un clima di botte, di nervosismi, di intolleranze.
C’è un nesso tra la galera in Catalogna per i nostri colleghi e la testata a Ostia ed è il consenso.
Molti sono d’accordo con la galera spagnola.
Molti sono convinti che la testata data la giornalista della Rai fosse giusta.
Il clima nelle strade e nei rapporti interpersonali è molto più aggressivo di prima.
(…) Rabbia e bisogno, questa è la miscela esplosiva che sta devastando anche la società sarda.
E la proposta politica che viene veicolata per risolverla è portare al governo la rabbia. Non dunque portare al governo la soluzione dei problemi, ma la rappresentazione della rabbia, l’individuazione di qualcuno cui farla pagare e la repressione del nemico individuato.
Altro che i confini, spesso tanto canonici quanto fittizi della Destra e della Sinistra italiane!
CONTINUA

La profezia di Pigliaru (senior)

Ieri, mentre i nostri amici catalani stavano nelle galere spagnole come i peggiori dei delinquenti comuni, nell’indifferenza dei democratici da salotto italiani e sardi, il Partito dei Sardi ha indirizzato una lettera aperta al Primo ministro della Repubblica italiana e non ha partecipato al vertice di maggioranza convocato dal Governatore sardo, in vista dell’incontro previsto per oggi tra appunto il Presidente Pigliaru e il premier italiano Gentiloni. Il motivo della nostra assenza è stato ben spiegato dal capogruppo Gianfranco Congiu: noi volevamo e vogliamo che la posizione della Sardegna fosse e sia una posizione istituzionale, non di maggioranza. Di fronte al Governo italiano si sta con la forza dell’unità, non si sta come d’autunno sugli alberi le foglie.
Proprio su questa debolezza programmatica, nascosta per quelli di casa, ma tragicamente chiara per i nostri avversari, voglio citare Antonio Pigliaru:
(CONTINUA)

di Paolo Maninchedda
Ieri sera, verso le 20, mi hanno chiamato dalla redazione della Nuova Sardegna per chiedermi se intendevo replicare alla lettera aperta di Claudia Zuncheddu che oggi L’Unione pubblica integralmente. Ho risposto che non conoscevo il testo e che quindi non potevo replicare. Me lo hanno inviato. Ho risposto come segue, ma non prima di aver notato un fatto. Dopo le dimissioni ho registrato un moto di simpatia da parte della gente che mi ha fatto compagnia. Mi sembra però che dia fastidio a una parte del ceto politico. Quando accadono queste cose, quando succede che i sentimenti diano fastidio, allora significa che c’è qualcosa di profondo che non va. L’Unione, dal canto suo, oggi pubblica il testo della Zuncheddu come apertura di un dibattito nel mondo indipendentista a partire dalle mie dimissioni. Il mio testo non era un’apertura di dibattito e non aveva come contenuto solo il mio modo di vedere la costruzione dell’indipendenza della Sardegna. Inoltre né io né il mio partito abbiamo mai voluto parlare solo col mondo indipendentista, ma con tutti i sardi. Pensiamo che parlare solo tra indipendentisti sia un grave errore politico. Ma se si ritiene di aprire un dibattito con una lettera che per l’80% del suo testo persegue lo scopo di dileggiare un’altra persona, allora si raggiunge un altro risultato: si fraintende la politica. Pazienza, si supererà anche questa. Questo il mio testo, che trovate sulla Nuova.(CONTINUA)

di Paolo Maninchedda

Riepilogo della giornata di ieri: non ho risposto al telefono ai vari giornalisti che chiamavano, né ai colleghi della Giunta.
Sono andato a Terralba per una manifestazione del mio partito.
Tutto quello che avevo da dire l’ho detto nella mia lettera e quindi non ho altro da aggiungere.
Oggi La Nuova Sardegna ospita due inteventi paradigmatici di come si monta il tritacarne in Italia, uno di Luciano Marroccu e l’altro, immancabile, di Marcello Fois.

Il diritto a pensare e tacere

di Paolo Maninchedda
In molti mi sollecitano a scrivere ogni giorno.
In questi giorni, invece, ho bisogno di tacere.
Sono stato educato a non temere il silenzio, a star fermo per ore a pensare.
Credo fortemente che dentro ciascuno di noi ci siano spazi infiniti, liberi e inespugnabili. Ogni tanto ho bisogno di frequentarli.
Non ho difficoltà ad ammettere che non mi piace questo tempo chiassoso, violento e prevaricatore. Non ho difficoltà ad ammettere, politicamente, che la mia convinzione è che non abbiamo un problema con questa o quella parte politica, ma con lo Stato italiano, con

di Paolo Maninchedda
Lo scontro in atto con Anas mi ha consentito di ripercorrere interiormente le modalità del mio stare in Giunta.
Non è per niente semplice stare, da nominati e non da eletti, in un governo di coalizione.
Si deve sempre coordinare un delicato meccanismo composto dalle proprie convinzioni e dalle gerarchie di ruolo sancite dal popolo con le elezioni e dal patto elettorale sottoscritto.
Il problema si riduce a una difficoltà: come si può essere liberi essendo legalmente e legittimamente subordinati?
Non è solo un problema della Giunta; semmai è il problema di ogni organizzazione gerarchizzata.
I monaci e i frati ritengono di imparare nell’obbedienza la libertà. Non ho mai capito come, se non per un aspetto: è vero che stare dentro una struttura con differenti gradi di potere, come può essere quella che regola i rapporti dello Stato italiano con la Sardegna, e starci col potere minore, porta a rafforzare la propria disciplina, la propria capacità di far bene la propria parte (CONTINUA)

Perché vince sempre Barabba?

di Paolo Maninchedda
Passata la Pasqua e letti i media e i social pieni di tutto fuorché di ciò che riguarda profondamente la nostra felicità e il nostro futuro, resta incombente la domanda: perché il popolo ha scelto Barabba? Perché il popolo tendenzialmente sceglie Barabba?
Niente di nuovo sotto il sole. Sembra una condanna per l’uomo, ma sembra una vera costante: tutte le civiltà evolute nei momenti di maggior sviluppo vivono una fase ciclica di confronto al proprio interno nella quale conta solo la forza, gli altri valori sono ancillari.
È importante o no aumentare la ricchezza sostenibile prodotta in Sardegna? Sì, ma è roba difficile da spiegare, non è adeguatamente barabbesca.
È importante o no la sede legale dell’autorità portuale? Assolutamente no, come dimostra la sede dell’Asl unica che Sassari ha fortemente voluto e che adesso si svela per non essere quel grande motore di sviluppo (per il momento è motore di chiacchiere) e di potere locale che Sassari immaginava. Eppure una bella polemica sulla sede dell’autorità portuale è quanto di più barabbesco si possa pensare.
Ovviamente, ogni male ha il suo simile simmetrico.
Cosa c’è all’opposto del barabbismo? Il sinedrismo. (CONTINUA)

di Paolo Maninchedda
Ieri l’Agcm ha pubblicato il parere su Abbanoa già notificato e divulgato due mesi fa in Sardegna. Però, la pubblicazione è stata ritenuta da un giornale su due una nuova notizia, tale da determinare l’apertura dell’Unione Sarda di oggi. Il caso merita attenzione perché spiega come funziona l’informazione nel mondo delle post verità (che è comunque un mondo dove i giornali che dopano le notizie vendono sempre di meno).
Succede che un tempo i giornalisti andavano a verificare le notizie. Prima verifica da fare: la notizia era vecchia o nuova? Era vecchia. Quale era la novità? La pubblicazione sul bollettino dell’Agcm. In sostanza L’Unione Sarda ha dato la prima pagina e il titolo di apertura a una notizia che ha lo stesso peso della pubblicazione sul Buras di un avviso già noto e divulgato. (…) L’anno prossimo il ruolo della Regione diminuirà sensibilmente, ma occorrerà anche certificare il percorso svolto, in modo da distinguere le responsabilità da quel momento in poi. Questo triennio ha risultati misurabili a fronte di responsabilità assunte con coraggio e trasparenza. Spero che dal 2018 non si ricrei quella nebulosa di responsabilità equivoche, di passaggi del cerino, di atti di pianificazione fatti non sui numeri ma sui sentimenti, che hanno portato il Gestore nelle situazione precedente il 2014. Spero, ma temo invece che non sarà così e che si sprecherà l’azione di risanamento e di riordino, certamente dura, faticosa, imperfetta e perfettibile, che abbiamo realizzato. Tuttavia chi lo vorrà fare, chi vorrà nuovamente superare l’opportuno confine tra politica di indirizzo da un lato e gestione dall’altro, lo dovrà fare lasciando le impronte digitali, perché alla fine del processo di capitalizzazione la Regione certificherà i suoi risultati e lo stato di consistenza esistente al termine del triennio di risanamento. (CONTINUA)

Nessuno regala coraggio

di Paolo Maninchedda
Ciò che sta accadendo dentro il Partito Democratico italiano è un fatto, forse largamente annunciato, ma comunque significativo. È uno scontro tutto politicista (il politicismo sta ai partiti come il clericalismo sta alla chiesa) non facilmente comprensibile dalla e nella società. Intendo dire che è uno scontro tra classi dirigenti che hanno presupposti ideologici differenti, ma che non si stanno scontrando sulle idee, piuttosto lo fanno sul loro reciproco ruolo di maggioranza e minoranza. Mi spiego meglio.
La democrazia può essere regolata o dal modello ‘chi vince prende tutto’ o dal modello ‘chi perde prende comunque qualcosa’.
Il secondo modello garantisce le minoranze, il primo no. (….) Oggi che il dibattito del Pd e la crisi di identità del Centrodestra sta rendendo debole la Repubblica italiana e si vedono all’orizzonte grandi possibilità di cambiamento, utilissime per la Sardegna e per la sua legittima ambizione di essere uno stato moderno, europeo, pacifico, internazionalizzato, colto, produttivo e tollerante, nella sinistra sarda tutti tacciono, aspettando il vincitore.

di Paolo Maninchedda
Un giorno un editore importante mi ha detto:
«Non capisco i giornali che si trasformano in bollettini di disgrazie costanti e perduranti. Perché la gente dovrebbe comprarli?».
La mia risposta fu banale: «Perché nella Repubblica italiana più che altrove si ritiene erroneamente che faccia più rumore un albero che cade che una foresta che cresce!».
Faccio un esempio. In Sardegna qualche settimana fa è caduto un metro e mezzo di neve. Ne sono seguite polemiche accese e, bisogna dirlo, non tutte infondate. Tuttavia bisognerebbe andare a cercare un termine di paragone per verificare se noi sardi abbiamo reagito bene o male a quell’emergenza. Nei giorni scorsi New York si è bloccata per 30 centimetri di neve e ha cancellato 3000 voli di linea. I bilanci dell’efficienza sono, mutatis mutandis, a favore dell’efficienza dei sardi, ma nessuno lo ha detto o notato.
Gli organi di informazione sono precipitati nel pozzo nero del lamentismo militante pessimistico e possibilmente iperlocalistico. Bisogna andare oltre. Bisogna costruire un’etica della comunicazione che non urla, non prevarica, che fa parlare, respirare, creare. Oggi è anche impossibile fare un’intervista, perché ciò che costantemente emerge non è il punto di vista dell’intervistato ma del giornalista. Un’intervista vecchio stampo è invece questa, dedicata a Gigi Riva, grande compagno dei miei sogni di bambino. L’ultima risposta è un vademecum per le persone normali, per tutti quelli che non sono eroi ma che cercano faticosamente di comportarsi ‘benino’.

Quando si convoca il popolo?

di Paolo Maninchedda
Mentre ieri ero impegnato, come ormai da giorni, a consultare avvocati sulla complessità della mia vita amministrativa di Assessore – l’unico senza polizza assicurativa per protesta contro i nuovi Dracula – nella Repubblica italiana (è un’attività non scritta ma che occupa molto tempo ed è titolata dai dirigenti regionali “ad culum parandum”); mentre dunque ero impegnato anche a ingoiare veleno e a mantenere la calma, in Consiglio tornava la politica con la P maiuscola.
Ieri Franco Sabatini e il nostro Gianfranco Congiu hanno discusso duramente su un tema: per che cosa si convoca il popolo?
(…)
Quando sono venuti a chiedermi se sarò candidato alla presidenza della Regione (alla scadenza di questa legislatura) io ho sempre risposto che non ero interessato a candidature in un quadro politico ordinario, cioè con le frontiere tra i partiti (e nella società) della vecchia cultura politica italiana, con le stesse immarcescibili strutture organizzative dei partiti, ma soprattutto ho sempre detto che non avrei mai accettato una candidatura che non avesse due caratteristiche: un obiettivo nazionale sardo di profondissimo e durissimo cambiamento dell’organizzazione dei poteri sardi e dei diritti e dei doveri della Sardegna; una strategia di mobilitazione nazionale della società sarda permanente per la conquista della nostra felicità civile. La strada è quella di Gandhi: autodisciplina, competenza, capacità e tanta mobilitazione. Non si diventa uno Stato senza fatica.