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E adesso dietrologia e fango, secondo la migliore tradizione italiana

di Paolo Maninchedda
Riepilogo della giornata di ieri: non ho risposto al telefono ai vari giornalisti che chiamavano, né ai colleghi della Giunta.
Sono andato a Terralba per una manifestazione del mio partito.
Tutto quello che avevo da dire l’ho detto nella mia lettera e quindi non ho altro da aggiungere.
Oggi La Nuova Sardegna ospita due inteventi paradigmatici di come si monta il tritacarne in Italia, uno di Luciano Marroccu e l’altro, immancabile, di Marcello Fois.
Entrambi nella logica del sospetto, ma con accenti diversi.
Luciano è uno storico e ha capito perfettamente non cosa ci sia dietro le mie dimissioni, ma cosa c’è dentro: c’è una dichiarata, esplicita, conclamata lotta allo Stato italiano che io considero esplicitamente il vero ostacolo alla felicità e allo sviluppo dei sardi. Luciano ha capito perfettamente che non dietro, ma davanti, sotto gli occhi di tutti, senza nessun nascondiglio, senza infingimenti, c’è un pensiero chiarissimo e c’è un programma politico mai nascosto: costruire lo Stato sardo, cioè costruire liberamente, e non dentro il perimetro dell’ordinamento giuridico italiano, un sistema di poteri sardi adeguato alla nostra libertà, alla nostra modernità, alla nostra voglia di essere europei senza mediazioni barocche italiane.
Luciano lo ha capito e lo sta dicendo non certo ai lettori della Nuova, che poco leggono i lenzuoli dei commenti politici (ma questo noi intellettuali non lo abbiamo ancora capito); lo sta dicendo alla sua area politico-culturale della sinistra; sta dicendo alla sinistra sarda che si è strutturata una posizione politica robusta di cui loro non sono consapevoli e con cui non si vogliono confrontare perché li costringerebbe a ragionare sulla loro militanza di partito. Luciano ha capito che l’incubazione ideologica è finita, che la sperimentazione è finita e che è iniziata l’azione politica della mobilitazione politica contro lo Stato. Poi però Luciano la butta “in strade”, e dice che se è pur vero che io sto facendo un’operazione importante contro l’Anas, non è detto che un’Anas sarda divenga un’Anas efficiente solo perché è sarda. E qui siamo tornati alle origini, e cioè a quella convinzione di una vasta parte degli intellettuali isolani che li ha portati a educare i sSardi all’interiorizzazione di una sorta di fallimento interiore per cui i Sardi hanno avuto e avranno sempre bisogno di qualche badante esterno perché da soli non sono capaci di far nulla. Questa è la logica che mi ha schiacciato: io so che in Giunta ciò che io percepisco come il più grande dei problemi, l’Italia col suo disordine e le sue contraddizioni, è considerato invece la più grande delle opportunità. Io vorrei una lotta senza quartiere e invece si ritiene di poter continuare a chiedere indulgenza. Questo è il meccanismo che mi stava uccidendo e me ne sono liberato.
Però, pur avendo capito tutto questo, nelle prime dieci righe Luciano non riesce a emanciparsi dalla dietrologia italica, dalla vivisezione delle intenzioni, dall’insinuazione maliziosa del sospetto, per cui scrive:
«Tutto è possibile, persino che sia da prendere per buona la motivazione con cui l’Assessore ai Lavori Pubblici si dimette dall’incarico. È molto stanco e intende tornare a tempo pieno all’insegnamento, dice. Si tratterebbe, nell’eventualità, del caso pressoché unico di un politico titolare di un incarico importante che lascia, per tornare, , magari definitivamente, all’insegnamento. Come è anche possibile che dietro queste dimissioni ci siano le solite oscure manovre della politica politicante, quelle di cui sanno  solo gli addetti alle congiure di palazzo ecc. ecc.»
Qui siamo al capolavoro dell’insinuazione. Notate la costruzione retorica del sospetto («tornare a tempo pieno all’insegnamento, dice»); notate l’auspicio al ritiro definitivo («per tornare, magari definitivamente»). E poi, all’apice, la parola magica: congiure di palazzo, cioè sottilissimi calcoli, imprevedibili sviluppi, accordi sottobanco…  Io so di me: tutto quello che ho fatto e faccio lo faccio in pubblico e non ho mai fatto una cosa senza dichiararla prima. Altri non possono dire la stessa cosa. Oggi ho detto e scritto che non sto andando in convento; ho detto e scritto che voglio costruire lo Stato sardo e che voglio guidare una rivoluzione civile. Nessuna congiura, nessun sofisma, tutto chiaro, detto, ripetuto, scritto.
Il problema, però, e qui veniamo a Fois (che è più esplicito di Marroccu) che scrive un articolo disarmante nella sua inutile violenza, è che a dire queste cose è un cattolico.
Io sono un cattolico, certo, ma molto per i fatti miei: non capisco l’esistenza dei cardinali; trovo molto ridicola la sacralizzazione della funzione del vescovo; non mi piacciono i preti che pretendono di guidare la vita altrui; penso che i preti non si debbano occupare del privato dei credenti; non riconosco alcuna superiorità morale al clero e non penso che il Papa sia il “dolce Cristo in Terra”. Penso che il cattolicesimo sia una forma storica della Chiesa, con tutte le luci e le ombre della storia umana.
Però sono radicalmente cristiano, intimamente formato alla fraternità e all’ascolto della trascendenza.
Ora, in Sardegna, un cristiano che fa politica e non è comunista è necessariamente democristiano e quindi è doroteo, anguillesco, ipertattico, callidissimo e arrivista, ma con la faccia orante della sacrestia.
Democristiano era mio padre e io, per il bene che gli ho sempre voluto, l’ho fiancheggiato. Tuttavia, sin dai primi impegni, inconsapevolmente, sentivo che i miei valori erano diversi e progressivamente le cose sono venute fuori.
Culturalmente io sono progressivamente diventato un libertario. Detto in altri termini: penso che prima e sopra tutto vada difesa la libertà degli individui dalla tendenza del potere pubblico di disciplinare la vita di tutti. Tra il potere organizzato e la libertà individuale, la mia predilezione è per quest’ultima.
Sono un democratico: non mi piacciono i presidenzialismi, i leaderismi e gli autoritarsmi. In generale non mi piace chi comanda, preferisco chi governa.
In un’ottica europea, rispetto alle politiche pubbliche, mi sento un socialista-solidarista.
Rispetto infine alle responsabilità storiche, ho scelto consapevolmente di voler costruire lo Stato sardo; ho scelto consapevolmente di costruire l’equazione Questione sarda = Nascita dello Stato sardo.
Il problema è che un’identità così articolata porta inevitabilmente a posizioni dialettiche e spesso isolate.
Fois non tollera che io abbia dissentito da Soru e non tollera che il Psd’Az, che mi accolse, si sia schierato nella scorsa legislatura con Cappellacci. Quindi, poiché le mie posizioni, minoritarie e sempre dialettiche, hanno attraversato questo arco temporale e queste esperienze istituzionali, Fois argomenta di me come di un trasformista. Liberissimo di farlo, ma i fatti sono tutti lì: io non ho cambiato le mie posizioni, la bandiera è sempre quella ed è quella che sto tenendo in campo oggi, senza bisogno di alcuna verginità, che non rivendico perché per me non è un valore. Io ho costruito una parte, minoritaria, che non ha ceduto alla logica degli accorpamenti e degli annacquamenti e progressivamente ha tirato su una bandiera che prima era meno consapevole, ma che c’era: la costruzione dello Stato sardo. Questo percorso di piccola parte che regge gli urti, ha sempre comportato per me la perdita di ruoli, come è avvenuto anche in questi giorni.
Sto dicendo che ho sempre rappresentato un pensiero, una posizione differenziata che nei momenti più difficili ha anche comportato fasi di assoluto isolamento che ho sempre considerato eccellenti occasioni di ripensamento.
Il problema credo che oggi sia che io non sono più una piccola parte. Credo che sia sempre più chiaro che il mio partito vive di linfa propria e ottiene consensi oltre me. Il problema è il consenso dell’indipendentismo di governo. Ciò che per altri è un problema, per me è una soddisfazione, perché è evidente che si sta temendo l’evoluzione della parte dell’area progressista più riformista verso posizioni antagoniste rispetto alla Repubblica italiana. Si teme la saldatura tra noi indipendentisti e vasti settori riformisti sia dell’area liberale che di quella socialista. Si teme la nascita di un partito e o di una federazione della nazione sarda, ma l’aria è proprio questa.
Infine Fois candida Soru alla Presidenza. Avrebbe potuto farlo senza per questo perdere tempo a diminuire ogni mio gesto passato, presente e futuro. Io continuo a restare in campo col mio progetto e con la mia faccia, senza fare ombra a nessuno e senza odiare nessuno.