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Si può fare politica e non odiare

di Paolo Maninchedda
Ieri sera, verso le 20, mi hanno chiamato dalla redazione della Nuova Sardegna per chiedermi se intendevo replicare alla lettera aperta di Claudia Zuncheddu che oggi L’Unione pubblica integralmente. Ho risposto che non conoscevo il testo e che quindi non potevo replicare. Me lo hanno inviato. Ho risposto come segue, ma non prima di aver notato un fatto. Dopo le dimissioni ho registrato un moto di simpatia da parte della gente che mi ha fatto compagnia. Mi sembra però che dia fastidio a una parte del ceto politico. Quando accadono queste cose, quando succede che i sentimenti diano fastidio, allora significa che c’è qualcosa di profondo che non va. L’Unione, dal canto suo, oggi pubblica il testo della Zuncheddu come apertura di un dibattito nel mondo indipendentista a partire dalle mie dimissioni. Il mio testo non era un’apertura di dibattito e non aveva come contenuto solo il mio modo di vedere la costruzione dell’indipendenza della Sardegna. Inoltre né io né il mio partito abbiamo mai voluto parlare solo col mondo indipendentista, ma con tutti i sardi. Pensiamo che parlare solo tra indipendentisti sia un grave errore politico. Ma se si ritiene di aprire un dibattito con una lettera che per l’80% del suo testo persegue lo scopo di dileggiare un’altra persona, allora si raggiunge un altro risultato: si fraintende la politica. Pazienza, si supererà anche questa.

Questo il mio testo, che trovate sulla Nuova.
Il giornale che più ha informato sul mio operato, mi chiede di rispondere a questa lettera aperta, diversamente ne avrei fatto volentieri a meno. La trovo violenta, ricca di parole prive del minimo dubbio che la ragione possa essere anche dalla parte degli altri, costellata di amnesie e di giudizi tanto sprezzanti quanto immotivati.
Si contesta che tra me e Pigliaru si usino toni cortesi? Pazienza, non rinuncio a usarli.
Si vuole dileggiare la mia storia politica? Nessun problema: io ne vado orgoglioso, mi pulisco dagli sputi e vado avanti perché ho sempre difeso la stessa bandiera: la libertà delle persone, la libertà della Sardegna, la giustizia per i sardi. Mi si dipinge come un uomo che cerca la convenienza e si dimentica che per le mie posizioni con Soru persi la presidenza della Prima Commissione, con Cappellacci persi la presidenza della Commissione Bilancio. Oggi rinuncio a fare l’Assessore. Incredibile dire a chi rinuncia sempre al potere per le proprie idee che invece sia attaccato al potere. La verginità, che mi si accusa di volermi ricostruire, per me non è un valore. Il mondo è stato fatto grande dalle madri e dai padri, da gente che si ama, non da chi si compiace solo di sé. La giustizia, la libertà, la fraternità, la felicità: questi sono i miei valori.
Io sono tra i sette che non ha votato la legge elettorale regionale e il mio partito ha depositato da tempo una proposta di legge proprio sulla preferenza di genere.
Ho sempre detto la verità agli elettori (a proposito, alle ultime elezioni anche la Zuncheddu sosteneva Pigliaru, ma nelle liste di un partito cosiddetto italiano, SEL). Capisco che cosa disturba: disturba che abbia dimostrato che l’indipendentismo sa governare e non solo manifestare. Come si conquista il ceto medio se non dimostrando di saper governare? E come si dà lo scossone di cui la Sardegna ha bisogno se non si convincono i docenti delle scuole, i pensionati, i professionisti, le imprese? O si pensa di convincere questo mondo con il linguaggio, l’estetica e i settarismi delle avanguardie dure e pure dei primi del Novecento?
Quanto all’appello all’unità: noi ci siamo, ma vogliamo unire, convincere e non insultare tutti i sardi, soprattutto quelli che votano i partiti nazionali italiani. Noi non li odiamo, al contrario li amiamo e vogliamo parlarci e convincerli a fare una cosa insieme, a fare una rivoluzione civile, pacifica, legale, ma profonda e mai vista prima. Noi vogliamo unire e convincere i settori progressisti e riformisti della Sardegna per produrre con loro un evento storico.
Disturba che io stia guidando questa rivoluzione? Avanti, c’è spazio per tutti, ma senza odio, per cortesia.