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La Sardegna bloccata

La Sardegna è immobile. Basta girare nei paesi e nelle città per verificare da una parte l’estrema necessità di cambiamenti urgenti, dall’altra la lentezza con cui questi vengono pensati e l’estrema lentezza con cui vengono realizzati. Il motivo lo abbiamo ripetuto più volte: lo Stato italiano è in disordine, prigioniero del suo debito pubblico e della vocazione cialtronesca a cercare il consenso sulle cose facili e a fuggire dalle cose difficili. La Sardegna è ostaggio dello Stato italiano e della inibizione politica delle sue classi dirigenti. L’unico volto statale funzionante è quello repressivo: non a caso le pagine di cronaca giudiziaria stanno progressivamente prendendo sempre più spazio nei tg dei network italiani.

Nessuna crisi industriale sarda è stata risolta o è in via di soluzione. Il triangolo industriale Porto Torres, Ottana, Portoscuso era ed è rimasto in profondo rosso. Tutto è bloccato da tre grandi nodi rimasti irrisolti per difetto di cultura politica:
1) a chi compete il potere di regolazione del mercato dell’energia in Sardegna? Secondo noi ai sardi, secondo la legge e altri, allo Stato italiano. La conseguenza del potere decisorio esterno è sotto gli occhi di tutti: Enel e Terna hanno politiche incompatibili col Piano energetico sardo e se ne fregano perché sono di fatto uno un monopolista del mercato e l’altro il monopolista della rete. Nessuna battaglia è stata condotta per pretendere i poteri di regolazione del mercato dell’energia;
2) a chi competono i poteri fiscali in Sardegna? Secondo noi ai sardi, secondo la legge, e secondo molti, allo Stato italiano che ritiene soddisfatta la sua venerata Costituzione con la sola applicazione del principio di proporzionalità. Invece, i fatti e tutte le statistiche rivelano che occorrerebbe calibrare le imposte ai sistemi economici che non sono tutti uguali in Tutta l’Italia, al punto che la pressione fiscale totale, tra tributi nazionali, regionali e locali, varia di città in città in Italia anche di percentuali di 10 punti. Malta usa la leva fiscale per scegliere il tipo di industria che vuole sul suo territorio. malta ha 400.000 abitanti;
3) perché la Sardegna non riconosce le imprese sarde? Noi non abbiamo imparato nulla dal passato. Se la Sardegna avesse riconosciuto Video on line come una sua risorsa nazionale, oggi noi saremmo l’Hub europeo della rete. Se la Sardegna riconoscesse le sue aziende agroalimentari come strategiche, oggi esporterebbe i suoi prodotti in mezzo mondo. Se la Sardegna riconoscesse i suoi imprenditori alberghieri oggi raggiungerebbe e supererebbe facilmente  la percentuale nazionale italiana di incidenza del turismo sul Pil. Perché non lo fa? Per paura: qui se si agevola l’Eni si fa opera di bene, se si favorisce Tiscali si fa abuso di ufficio.

La crisi del lavoro è incombente. Non si riesce a capire perché non si metta al centro dell’iniziativa politica un Piano straordinario del lavoro. La crisi dei redditi è talmente alta da non consentire di affidarne la soluzione alla mano invisibile del mercato o allo struzzismo attendista. Servono risorse vere e piani forti. Noi abbiamo proposto progetti realizzabili. Tutto tace, tutto invecchia e la disperazione è avvertita solo da chi fa assemblee pubbliche dove i toni stanno diventando sempre più minacciosi. Governare vuol dire amare e soccorrere il popolo, non temerlo.

Il rapporto tra i paesi dell’interno e le città irrisolto. Questa crisi è assolutamente distante dal pensiero politico sardo oggi dominante, perché è un pensiero prevalentemente urbano e molto cagliaricentrico. Lo si avverte nell’aria, nei discorsi, nei comportamenti. Non solo: è purtroppo dilagante l’idea che per rendere più efficiente la Sardegna occorra accentrare i poteri. È un errore ideologico e un gravissimo errore storico. Non di accentramenti abbiamo bisogno, ma di distinzioni e decentramenti. Il Governo sardo dovrebbe stabilire regole, pianificare e programmare soprattutto rispetto alle grandi connessioni del territorio e della società; tutto il resto deve tradursi in poteri e risorse territoriali, compresa la Sanità territoriale. Non è possibile tenere unita la Sardegna concentrando i poteri e le risorse nelle città e l’assistenza e i bisogni nel territorio.

Gli investimenti infrastrutturali in ostaggio di leggi, controlli e conflitti. Quando ho dato le dimissioni da assessore dei Lavori Pubblici ho denunciato, nelle forme che l’amicizia verso il Presidente della Regione mi consentivano, il grande problema della grande debolezza della Sardegna in materia di appalti. Noi possiamo mettere solo i soldi, ma le procedure e le leggi, che sono responsabili della crisi infrastrutturale della Sardegna, sono tutte in mano dello Stato, come pure lo è la principale azienda infrastrutturale italiana, quel mostro neonato dalla fusione tra Anas e Ferrovie dello Stato. Non basta che qualcosa giunga a compimento. A giorni si inaugurerà il lotto 9 della Sassari-Olbia. È un risultato della lotta di tre anni con l’Anas e con le imprese. Ma è un successo? Solo in una situazione patologica ciò che è ordinaria amministrazione diviene un successo. Nel frattempo sulla SS 195 non si conta più il ripetersi degli incolonnamenti per chilometri e degli incidenti. Nel frattempo gli appalti sulla SS 125 procedono con una lentezza che non lascia ben sperare. Nel frattempo le perversioni dei ribassi e dei fallimenti determinano il mancato pagamento delle imprese. Nel frattempo le autorità di controllo della Repubblica italiana contestano alla Sardegna la posizione dominante in Abbanoa (l’Acquedotto Pugliese è per il 100% della Regione Puglia) e riaprono la caccia alla polpa del controllo di  Abbanoa, cioè al controllo delle assunzioni e degli appalti. In questi anni in cui la Sardegna ha difeso la sua società, Abbanoa è uscita dalla procedura fallimentare e dalla Centrale rischi. Prima era inseguita dalle banche per i suoi debiti; oggi è inseguita dalle banche che vogliono prestarle denaro. La nuova sfida per Abbanoa era e rimane l’ammodernamento delle infrastrutture che la Regione ha finanziato fuori tariffa. Ora tutto questo è minacciato da istituzioni di controllo italiane, bramosie politiche locali, disordini vari.
Per non parlare dell’abbandono infrastrutturale in cui versano i Comuni e le Province, i quali tra l’arretramento dello Stato dai trasferimenti, l’appropriazione indebita delle tasse riscosse e mai versate alle province e le regole assurde del bilancio armonizzato, non riescono a spendere un euro per le infrastrutture e per le manutenzioni. Quanto tempo deve ancora passare per ribellarsi seriamente alle catene assurde del bilancio armonizzato, che è un meccanismo studiato per rallentare la spesa e bloccare quella per investimenti? Quanto ci vuole per alzare un po’ la voce e togliere la testa dalla sabbia?

L’agricoltura fatta male ci fa dipendere in tutto dalle importazioni. Noto dolorosamente la ripresa di vigore della mentalità che vuole l’agricoltura come politica assistenziale volta a sopire i dissensi piuttosto che a risolvere realmente i problemi. Importiamo tutto e non riusciamo a  esportare bene ciò che abbiamo in eccesso. Diamo soldi a chi ha le terre e non le coltiva né ci alleva un capo. Non regoliamo l’offerta. Plaudiamo a pagamenti inesistenti, perché la realtà è che l’agricoltura sarda è sì colpita dalla siccità e dalla crisi del mercato del latte ovino, ma anche da una gravissima crisi di Agea, l’ente pagatore italiano di cui continuiamo erroneamente a servirci.

Che cosa serve? Nell’immediato una scossa operativa e la ripresa di respiro di un pensiero grande per la Sardegna. Non si leggano queste parole con le categorie dell’essere in maggioranza o all’opposizione. Noi siamo in maggioranza, ma applaudire o tacere non è l’unico modo di stare in maggioranza, ve n’è uno più nobile che consiste nel porre argomenti, nel fornire analisi, nel regalare una visione ai propri alleati.
Nel lungo periodo, servono elezioni con un mandato popolare rivoluzionario negli obiettivi e pacifico e legale nei metodi. La Sardegna ha bisogno di proposte inedite, grandi, più grandi del tripolarismo italiano; pensare di vivere inerzialmente di un pensiero politico ammuffito e di pratiche e metodi oramai sdruciti significa pensare di agonizzare. Noi amiamo la vita, per quanto faticosa e dolorosa essa possa essere nei momenti difficili.