Il confronto tra il Comune di Cagliari e il Cagliari Calcio sul nuovo stadio continua a occupare le cronache locali. Ma, alla luce delle ultime notizie, il racconto mediatico sembra aver fatto un salto di qualità: non più una trattativa in corso, bensì un’operazione ormai chiusa nei suoi snodi essenziali. Ed è proprio questo salto che, sul piano giuridico, impone qualche domanda in più.
«Gli ostacoli sono stati superati, lo stadio si farà», annuncia il sindaco Massimo Zedda al termine di una riunione con UEFA, Lega Serie A, club e partner industriali. Non un incontro tecnico, ma un vertice politico-istituzionale ad alta densità decisionale. Novanta minuti che, stando ai resoconti, avrebbero prodotto risultati tutt’altro che interlocutori: definizione del canone di concessione (150mila euro annui), accordi su diritto di superficie e parcheggi, calendario procedurale già scandito fino alla gara internazionale prevista entro giugno.
Qui sta la prima domanda, inevitabile: se questi elementi sono già stati definiti, siamo ancora dentro un’istruttoria o siamo già dentro un negoziato concluso? Che poi è porsi una domanda sul concetto di Giustizia: per alcuni è sempre il risultato di un compromesso tra rapporti di forza (politica, economica, sociale ecc.), per altri è una dialettica regolata dinanzi a un giudice terzo. Questione di punti di vista.
La disciplina vigente – tra normativa speciale sugli impianti sportivi e Codice dei contratti pubblici – consente una fase iniziale di confronto tra amministrazione e promotore. Ma questa fase ha un nome preciso: istruttoria. E l’istruttoria, per definizione, non serve a chiudere accordi, bensì a verificare se esistano le condizioni per riconoscere un interesse pubblico alla proposta.
E allora: come si concilia una istruttoria con un canone già “definito”?
Come si concilia con un diritto di superficie già “raggiunto”?
Come si concilia con un cronoprogramma che dà per scontata la gara, la demolizione e perfino la capienza dello stadio?
Non è solo una questione di linguaggio giornalistico. È una questione di sequenza procedurale. Perché, nella finanza di progetto, l’ordine delle cose conta: prima si valuta, poi – eventualmente – si decide, e solo dopo si mette a gara.
C’è poi un secondo elemento, meno discusso ma decisivo: chi sta conducendo questa fase?
Le cronache descrivono un tavolo in cui siedono il sindaco, la Giunta, i vertici del club, investitori privati e rappresentanti di organismi calcistici internazionali.
Non esattamente il profilo di una istruttoria tecnica affidata agli uffici. Piuttosto, quello di una sede politico-negoziale.
E allora:
dov’erano gli uffici?
Chi ha istruito cosa, e con quali atti formali?
Le condizioni economiche sono il risultato di analisi tecniche o di una trattativa tra le parti?
Quando il baricentro si sposta dagli uffici agli organi politici, il rischio è quello di una sovrapposizione tra piano tecnico e piano decisionale. E quando questa sovrapposizione produce contenuti già “strutturati”, il confine tra istruttoria e negoziazione non si attenua soltanto, scompare.
A questo punto entra in gioco un elemento che raramente compare nel dibattito locale, ma che pesa eccome: il quadro europeo. Il project financing italiano è stato recentemente oggetto di forti critiche da parte dell’Unione Europea.
La recente sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione europea (5 febbraio 2026, causa C-810/24) ha dichiarato incompatibile con il diritto UE il meccanismo del diritto di prelazione riconosciuto al promotore nel project financing. La ragione è netta: quel meccanismo viola i principi di parità di trattamento, trasparenza e concorrenza effettiva, perché consente al promotore di adeguare la propria offerta e vincere comunque la gara. Non è un dettaglio tecnico. È un colpo al cuore del modello.
Le indicazioni operative dell’ANCI sono ancora più esplicite: la prelazione non solo non può più essere prevista, ma deve essere disapplicata immediatamente anche nelle procedure in corso. E la Corte dei conti dell’Emilia-Romagna ha chiarito un punto ulteriore: continuare ad applicarla esporrebbe le amministrazioni a possibili responsabilità, mentre disapplicarla è un obbligo, non una scelta. Tradotto: il sistema oggi richiede gare reali, non gare “protette”.
La gara è la gara. Trasparenza e parità di condizioni non sono principi astratti: sono condizioni minime di legittimità. E allora la domanda torna, più pesante di prima: a Cagliari sta succedendo qualcosa di simile?
Se le condizioni economiche, giuridiche e temporali vengono sostanzialmente definite prima della gara, che differenza c’è – sul piano sostanziale – rispetto a un sistema in cui il promotore parte comunque avvantaggiato?
E ancora:
se il promotore negozia prima e gareggia dopo, la competizione è reale o solo formale?
Se gli equilibri sono già stati costruiti a monte, chi entrerà davvero in gara?
E se nessuno entra, quella è ancora una gara?
La recente vicenda dello stadio di Milano, promossa da Inter e Milan, dimostra quanto questi equilibri siano ormai sotto osservazione e quanto il tema della concorrenza effettiva sia diventato centrale anche nel dibattito pubblico. Il punto diventa ancora più netto: se è stato un negoziato, è stato legittimo?
E allora le domande si moltiplicano:
chi parteciperà a una gara in cui il canone è già stato negoziato?
Chi potrà davvero competere su un progetto il cui equilibrio economico-finanziario è già validato politicamente?
Quale spazio resta per offerte migliorative, se i punti chiave sono già stati fissati?
C’è infine un profilo istituzionale che emerge con forza dalle ultime notizie: il ruolo del Consiglio comunale. Gli atti fondamentali – riconoscimento del pubblico interesse, diritto di superficie – devono ancora passare da lì. Ma se i contenuti sostanziali sono già stati definiti altrove, che margine reale resta all’organo assembleare? Il Consiglio delibererà o ratificherà? Deciderà o prenderà atto?
Non intendo mettere in discussione la necessità del dialogo tra Amministrazione e società sportiva. In operazioni complesse, il confronto è fisiologico. Ma proprio per questo, oggi più di ieri, il confine tra istruttoria e negoziazione deve essere presidiato con rigore. La sensazione è che piuttosto che costruire i fatti alla luce delle norme, si pretenda che le norme inseguano i fatti, quasi a restituire un profilo di legittimità posticcia. Mi sbaglio? Lo spero.

non vi preoccupate, alla fine aizzeranno i tifosi del Cagliari contro chi pone le questioni di legittimità
diranno che chi non è per il progetto è contro i colori rossoblu, contro il calcio e contro lo sport e che noi poveracci sardi ci facciamo sempre la guerra fra noi
Ovviamente in certi palazzi si dormono sonni profondi ….. magari qualche debito di riconoscenza per aver mantenuto lo status quo ….
In altri tempi, con meno scappati di casa a gestire la cosa pubblica, si portavano a giudizio anche i gatti dei portinai…. oggi invece si può fare qualsiasi schifezza …..
Saluti
Ieri su Tele Sardegna il consigliere Farris ha esposto benissimo la questione Stadio forse è l’unico che in Consiglio Comunale denuncia le cose che non vanno sulla questione Stadio tanto poi pagherà pantalone
STADIO DI CAGLIARI. MANINCHEDDA CONFERMA
SARDEGNA E LIBERTA’ OGGI
Oggi Paolo Maninchedda su Sardegna e Libertà ha scritto una cosa precisa: il canone è stato definito prima del PEF, la sequenza procedurale è invertita, il Consiglio comunale rischia di ratificare invece di decidere, e il confine tra istruttoria e negoziazione è scomparso.
Parola per parola, quello che scrivo, per molti meno lettori di Sardegna e Libertà da settimane.
Sul canone definito prima del PEF: lo avevo scritto esplicitamente. “Nel PPP il canone non è l’inizio. È la fine. Ricominciamo dall’inizio.” Maninchedda oggi: “Prima si costruisce il PEF, poi emerge il canone. Non il contrario. Ieri la sequenza è stata invertita.”
Totalmente identico
Sul Consiglio comunale ridotto a notaio: lo avevo anticipato chiedendo chi avrebbe davvero deliberato e chi invece avrebbe solo preso atto. Maninchedda oggi pone la stessa domanda con le stesse parole: “Il Consiglio delibererà o ratificherà?”
Totalmente identico
Sul fatto che non fosse una vera istruttoria tecnica ma una sede politico-negoziale: lo avevo scritto parlando di un tavolo “affollato che assomigliava più a una benedizione che a una negoziazione.” Maninchedda oggi: la sede era “politico-negoziale”, gli uffici tecnici non pervenuti, gli atti formali nessuno.
Totalmente identico
Sul canone da 150.000 euro: avevo fatto i conti. 7,5 milioni in cinquant’anni a fronte di 60 milioni pubblici, con tutti i ricavi al concessionario. Maninchedda pone la stessa domanda: “Sulla base di quale analisi il Comune ha parlato di 150.000 euro? Non pervenuto.”
Sul contributo pubblico mascherato: avevo scritto che il privato investe meno di quanto si racconta e che la quota pubblica sui costi reali dello stadio supera il 40-45%. Maninchedda oggi parla di “operazione a partecipazione pubblica con regia privata.”
Stessa cosa, parole diverse.
Sulla necessità di una verifica indipendente: avevo chiesto esperti scelti dal Comune, non l’asseverazione del proponente. Io invoco il parere di un advisor serio e indipendente e non di un consulente che dve ratificare la scelta politica.
Maninchedda oggi chiede la stessa cosa, precisando che “l’asseverazione verifica la coerenza interna del piano, non la sua convenienza per il Comune. Sono due cose diverse. Confonderle è un errore. O una scelta.”
Mi interessa che in molti stiano finalmente facendo le stesse domande. Perché quando un modesto giurista, con una discreta competenza sull’argomento e un analista politico ed economico arrivano autonomamente alle stesse conclusioni, senza conoscersi personalmente, forse quelle conclusioni meritano una risposta vera.
Visto quello che accade a Milano credo che sia giusto invitare tutti alla cautela.
Se questo è il genere di “Classe Politica” che agisce in questo modo verso l’Erario (e i suoi interessi collettivi) ebbene , che si faccia strada una possibilità di Teoria Politica che metta in primo piano la sostituzione dell’UOMO, con una IA Quantica. Seriamente! Non ci sono alternative. Gli snodi cruciali della decisione, in prospettiva, demandati ad altre “Entità”, è una Via teorica che deve essere studiata altrimenti non se ne esce!
Considerato che già, oggi, si va verso questa direzione perché non attrezzare il Pensiero a un impianto simile nella decisione POLITICA?
Riflessione su questo