Natale Ditel, sardo, nuorese, è stato nominato segretario dell’Autorità Portuale di Trieste. Sarebbe potuto essere la nuova Autorità Portuale della Sardegna, invece no.
Bocciato a Cagliari, promosso in uno dei primi cinque porti d’Europa.
Perché?
La partita per la guida dell’Autorità di Sistema Portuale del Mare di Sardegna non si è giocata sui curricula. Si è giocata altrove. Formalmente, la scelta che ha portato alla nomina di Domenico Bagalà, con Alessandro Becce segretario, è il risultato di un procedimento lineare: proposta ministeriale, intesa della Regione, decreto finale. Sostanzialmente, è stata una decisione politica costruita per esclusione.
L’escluso è Natale Ditel il tecnico sardo, con un profilo perfettamente aderente ai requisiti normativi per la presidenza. Per mesi il suo nome è circolato come soluzione naturale, quasi inevitabile. Non lo è stato.
Il primo livello della decisione è, come è noto, nazionale.
Il Ministero delle Infrastrutture, guidato da Matteo Salvini, ha orientato la scelta verso un asse manageriale esterno, riconducibile all’esperienza del terminal container di Cagliari. Non una scelta neutra: ha significato importare nella governance pubblica portuale una cultura aziendale precisa, costruita dentro il sistema privato Contship.
Il secondo livello è regionale.
La presidente Alessandra Todde non ha posto un veto.
Non ha nemmeno promosso una candidatura alternativa.
Ha fatto qualcosa di più sottile: ha concesso l’intesa senza difendere l’unico candidato interno con i requisiti più aderenti alla legge.
In questo schema, il mancato sostegno vale quanto un’esclusione.
Un terzo elemento, più laterale ma non irrilevante, riguarda le dinamiche interne alla Destra di governo. Su Ditel si sarebbe esercitata l’opposizione di un parlamentare di Fratelli d’Italia, maturata – secondo ricostruzioni attendibili – su vecchi attriti risalenti alla stagione della giunta Cappellacci. Ma questo fattore, da solo, non spiega l’esito. È un contributo, non la causa.
La causa sta altrove, dentro un modello di costruzione del potere.
Nel sistema regionale attuale, le scelte strategiche passano da un nucleo ristretto. Al centro c’è il capo di gabinetto della presidente, Cinquecaschili, figura chiave nella gestione delle nomine e nella definizione degli equilibri. Il suo criterio, per come lo si può interpretare, non è la massimizzazione della competenza tecnica, ma la riduzione dell’autonomia dei vertici.
Ditel, in questo schema, rappresentava un problema, non per carenze, ma per eccesso di indipendenza. Un profilo radicato nell’istituzione, più che nelle reti aziendali, meno disponibile a essere integrato in una filiera decisionale verticale, è un problema per chi si sta arroccando nel fortino.
La soluzione è stata dunque questa: affidare la governance a figure provenienti dallo stesso ecosistema industriale – quello del terminal container – portatrici di una logica gestionale omogenea abituata alla subordinazione al “padrone”. Una governance più “integrata” nel sistema, perché più bisognosa di esibire e praticare coerenza politica.
Non è un’anomalia isolata.
È un metodo.
La preferenza per strutture di comando basate sulla fidelizzazione, più che sull’autonomia tecnica, è già emersa in altri settori regionali, con effetti visibili – e controversi – nella sanità. Nel caso dell’Autorità portuale, il risultato è netto: un candidato interno, con requisiti pienamente centrati sulla funzione pubblica, viene superato; al suo posto, un assetto costruito su relazioni, compatibilità e allineamento.
La domanda non è perché Ditel sia stato escluso.
La domanda è con chi e con quali interessi non fosse compatibile.

Piersandro Scanu, se non corretto rapidamente in Pier Sandro Scano, temo, le toglierà il saluto.
Per il resto, congratulazioni a Natale!
Cordialità
Mauro Barberio
Antonio, mi perdoni. Solinas che impone mi lascia perplesso. La nomina la decise il Ministro. Il governo Draghi, sostenuto da Movimento 5 Stelle, Lega, Partito Democratico, Forza Italia, Italia Viva, Liberi e Uguali / Articolo Uno, era un governo tecnico e il ministro dei trasporti era Giovannini. Forse avrà dato l’assenso rispetto ad una indicazione arrivata dal governo nazionale e, immagino, suggerita da noti esponenti dell’allora.opposizione in Sardegna che, forse, sfruttarono la presenza del PD nella coalizione del governo tecnico…..
Signor Vinicio Solinas impose Deiana PD quindi se c’è la volontà si può imporre
Vinicio, le rispondo che se ad essere presidente della Regione fosse stato Mario Melis o Pietro Soddu o Piersandro Scanu o Antonello Soro il concerto della Regione avrebbe avuto un grande peso come lo ebbe quando il presidente era Francesco Pigliaru. Questa volta, la presidente ha “voluto” subire.
Domanda: che cosa sarebbe successo se la regione non fosse stata d’accordo? La nomina, formalmente, è di Salvini (così prevede la legge). Notoriamente poco amico della maggioranza che governa in Sardegna. La regione avrebbe potuto imporsi?
eppure Solinas confermò Deiana che non era allineato essendo di Sinistra che secondo me ha lavorato bene alla grande e bene fece Solinas a chiedere la conferma quindi se la Regione vuole può indicare un nome ma è la tattica della Presidente non risponde mai
“O con noi o non c’è spazio”, suona sempre cosi a mio avviso a prescindere dai soggetti che siedono al trono. Certo è che ora sembra ancora più eloquente. E poi ci si piena la bocca che i nostri giovani vanno fuori, la politica si faccia una domanda e sia più obbiettiva.
Nihil sub sole novum! Anni orsono ho avuto a che fare con una regione…..(non posso dirlo, a scanso di incorrere sul penale), agli albori della mia carriera professionale. Il luogo comune tra dirigenti era un aneddoto “i politici passano ma noi siamo sempre qui” (tutti ossequiosi davanti ma complottisti dietro, in poche parole un verminaio); dopo neanche tanto tempo, visto l’andazzo, ho avuto modo di confrontare un’offerta privata con la situazione in cui mi ero cacciato. Non ci ho pensato due volte a stracciare il contratto regionale. Leggendo l’articolo odierno, mi fa capire che le situazioni (come da preambolo) continuano a reiterarsi nel tempo, in qualunque posto ti giri. Ad maiora!
Ciò che rinunciamo a pensare è che quegli inquilini di Palazzo hanno una data di scadenza ma non la loro “sottocultura” . Quella continuerà con altri soggetti ed è, quanto mai possibile, che sarà ancora più perversa.
I farabutti tutti hanno compreso bene in quale precipizio siano finite le istituzioni ; la “strada è tracciata”.
“Ditel” è uno dei troppi sintomi che affollano la malattia; ho sentito di una proposta in parlamento in cui questi “campioni” proponevano l’acquisizione del 70% dell’azionariato ENI per destinare i suoi utili, non agli investimenti ma a finanziare il reddito di Cittadinanza. Dai, non c è solo la pazza idea della restituzione a Regione della cassa Abbanoa.
Non ci vuole molto per capire il motivo dell’esclusione di Natale Ditel: non è un tesserato Cinquestelle né Piddino per cui va bene chiunque CASCHI – LÌ
Molto interessante e convincente. Anche perché è un pattern che riconosciamo in molte gestioni di beni pubblici.