Siamo capaci di reggere le grandi sfide? Io credo di sì

Immagine nelson mandeladi Paolo Maninchedda
Oggi la stampa dà conto di un raffreddamento dei rapporti tra me e il Presidente della Regione sul tema della nomina del direttore generale della Asl unica.
I rapporti personali tra me e il presidente sono solidi come sempre, al di là della dialettica su temi circoscritti.
Il mio Partito non ha avanzato alcuna candidatura apicale per alcuna Asl sopravvissuta e ha riconosciuto al Presidente e all’Assessore alla Sanità il diritto/dovere della proposta.
Qui finisce l’informazione sulle decisioni in corso.
Su un tema di carattere generale però posso dire la mia in modo disteso.
I sardi hanno le capacità per affrontare le grandi sfide? Io credo di sì.
In primo luogo c’è da farsi una domanda. Perché quasi tutte le costituzioni del mondo prevedono che per candidarsi ai ruoli politici apicali di uno Stato occorra essere cittadini di quello Stato? La residenza non è ovviamente una garanzia di competenza, come non lo è la popolarità, cioè il grado di consenso di cui una persona dispone. Evidentemente si ritiene prevalente: 1) il dovere di una società di generare dall’interno le capacità su cui incardinare le responsabilità strategiche per il proprio ordinato e dinamico vivere civile; 2) far sì che le scelte sui ruoli di potere siano l’espressione di una sintesi e di un equilibrio del conflitto degli interessi legittimi di quella società. Se si è giunti a regolare tutto questo definendo i requisiti per l’elettorato attivo e passivo e regolando le procedure elettorali, lo si è fatto memori di esperienze antiche e moderne che, tentando di risolvere il naturale conflitto delle interpretazioni, delle passioni e degli interessi di qualsiasi nucleo sociale attraverso la chiamata dall’esterno di persone ritenute capaci ed estranee ai conflitti, hanno poi generato non governi neutri e imparziali (sconosciuti alla storia), ma nuove signorie e talvolta colonizzazioni esterne vere e proprie o egemonie interne di minoranze capaci di buona politica estera (qualcuno ricorda, per citare un esempio da cultura liceale italiana, che cosa ha generato l’esilio di Dante? O qualcuno ricorda l’infausta chiamata del re d’Aragona da parte di Ugone d’Arborea, per difendere l’isola dai prevalenti interessi Pisani?). Tra gli esempi recenti non si può aver già dimenticato l’esperienza in sede tecnica di alcuni dirigenti chiamati a raddrizzare le sorti di alcuni enti territoriali sardi e poi svelatisi di competenza pari o inferiore rispetto a quelli sardi e per di più accompagnati da tante relazioni con società e ambienti potentemente sbarcati nell’Isola?
Tuttavia anche questo ragionamento ha i suoi limiti e i suoi pericoli, uno dei quali è l’autarchia culturale. Se in Sardegna tutto deve essere sardo si rischia l’isolamento e l’impoverimento e poiché personalmente sono molto convinto dell’opportunità di costruire la società aperta di Popper, lungi da me ogni tentazione autarchica. Dobbiamo sempre essere capaci di riconoscere le eccellenze e le capacità presenti nel mondo ed essere capaci di attrarle in Sardegna, sia che si tratti dei settori della produzione, sia che si tratti di quelli della scienza, della cultura e anche dell’amministrazione. Noi sardi dobbiamo continuare a essere ciò che siamo stati nella storia: accoglienti, capaci di metabolizzare gli apporti, esigenti nel pretendere l’impegno per la tutela e la crescita della nostra terra.
Ma fatta questa importante riflessione, non posso, da docente universitario, passare la vita a insegnare che in Sardegna ci si può ben istruire e che le scuole che non lo sanno fare devono essere aiutate a far bene il loro compito, che i corsi di laurea sono buoni e performanti per le esigenze professionali, che i ragazzi devono liberarsi dal complesso di inferiorità che li affligge rispetto al resto del mondo, che devono liberarsi dal sospetto, inculcato da secoli di subordinazione, di non essere mai all’altezza delle cose; non posso educare i ragazzi a osare, a provare, a cimentarsi in modo da formarsi (nessuno si forma solo a tavolino) e poi dinanzi alle grandi sfide scegliere a prescindere dai loro sforzi. Se dipendesse da noi chi sceglieremmo per fare il Sovrintendente scolastico regionale o il Sovrintendente archeologico regionale? Se dipendesse solo da noi, chi sceglieremmo per le Capitanerie di porto? Che cosa ci ha insegnato la lotta alla peste suina? Ci ha insegnato che possiamo utilizzare la consulenza di Sanchez-Vizcaino, ma a guidare è un De Martini, un sardo. Chi ha fronteggiato le emergenze di protezione civile? E al contrario, che cosa dire della gestione della rete sarda di Trenitalia? Che cosa dire della convenzione Tirrenia? Che cosa dire dell’abuso di posizione dell’Enel nei nostri invasi? Che cosa dire delle inefficienze clamorose di Agea nel pagamento delle somme dovute agli agricoltori? Che cosa dire del bifrontismo del Ministero dell’ambiente che vede la pagliuzza sulla Sassari-Alghero e si ingoia dall’amo al mulinello sulle autorizzazioni ambientali per i finti campi fotovoltaici? Possiamo pensare che dopo decenni di onorate facoltà di giurisprudenza, economia, ingegneria, medicina, e dopo più di sessant’anni di Autonomia (purtroppo)  non siano maturate in questo campo eccellenze all’altezza dei nostri bisogni?
Noi Sardi abbiamo tanto da imparare, in primo luogo nel saperci apprezzare reciprocamente. Abbiamo troppe persone capaci in giro per il mondo che non rientrano in Sardegna perché impediti da altri sardi meno capaci che occupano posizioni di grande responsabilità. Un amico che in un importante centro italiano fa importanti interventi chirurgici, quando era in Sardegna era relegato in un angolo e se gli andava bene faceva ragadi. Abbiamo chimici, biologi, ingegneri che girano il mondo perché qui tutto è immobile e i ruoli sono intesi come rendite. Abbiamo anche tante persone capaci che stanno qui e che attendono di essere riconosciute e che invece si vedono sempre e costantemente sorpassare da prestigi da salotto, da profili fatti di chiacchiere, da una superbia borghese benpensante che pensa di sapere tutto di tutti e invece conosce, come tutti, solo il piccolo mondo che frequenta quotidianamente. Di contro abbiamo persone con ruoli di responsabilità notevole che non sanno che cosa sia la stabilità delle posizioni, che sfuggono come saponette e sgusciano come anguille, che hanno sempre un nome nella manica e se non lo trovano lì lo cercano nella tasca pur di piazzare Tizio o Caio. Eppure non dobbiamo per questo deprimerci; dobbiamo fare sintesi anche del male che ci affligge, questa è l’abilità richiesta a chi governa.
Bisogna che l’apertura dello sguardo per riconoscere la bellezza del reale e delle persone che ci circondano sia guidata da un amore autentico per ciò che è umano, con le sue imperfezioni ma anche con le sue grandi potenzialità. Io rimango convinto che noi sardi possiamo esprimere ottime candidature per tutte le situazioni sfidanti che lo sviluppo della nostra libertà è in grado di generare.

0 commenti su “Siamo capaci di reggere le grandi sfide? Io credo di sì

  • Già… ma non è facile riconoscere la bellezza (o la bruttezza) delle persone che ci circondano…

  • Grazie Paolo anche per l’equilibrio delle tue parole ma sopratutto per questa frase:

    “Noi Sardi abbiamo tanto da imparare, in primo luogo nel saperci apprezzare reciprocamente. Abbiamo troppe persone capaci in giro per il mondo che non rientrano in Sardegna perché impediti da altri sardi meno capaci che occupano posizioni di grande responsabilità”

    E’davvero la storia di molti e ci sono molti altri che invece rientrano con entusiasmo e che poi vivono una vita di emarginazione professionale. Credo anch’io che l’amore per noi stessi e la solidarietà reciproca potrebbero curarci dall’atavico complesso di inferiorità che descrivi. Penso anche che senza questi sentimenti concreti persino il richiamo alla nostra identità di popolo rischi di rimanere inutile retorica.

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