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Prezzo del latte: il piagnisteo degli avidi

Posted on 25 Novembre 202525 Novembre 2025 By Paolo Maninchedda 7 commenti su Prezzo del latte: il piagnisteo degli avidi

Solito copione: il prezzo del Pecorino Romano comincia a scendere e che cosa succede? Che il Consorzio del Pecorino Romano, gestione Maoddi, comincia a chiedere soldi pubblici per sostenere il settore.
Una telefonata ricevuta nei giorni scorsi da una persona che apprezzo, mi ha stimolato a guardare dentro questa ennesima replica di una recita giunta all’ennesima edizione.
Cominciamo col ricordare che si viene da due annate consecutive a dir poco ottime, con le migliori cooperative che hanno pagato il latte anche a 1,90 al litro.

Cosa si fa quando il mercato va bene?
Prima domanda: che cosa fanno i previdenti quando il mercato va bene?
Risposta: si organizzano per capitalizzarsi, fare buoni utili, riorganizzare l’azienda e prepararsi a reggere anche i periodi meno proficui.
Invece, gli imprenditori del latte in Sardegna, quando tutto va bene, badano solo a massimizzare gli utili, perché sanno che quando le cose andranno male, faranno intervenire la finanza pubblica, cioè le tasse pagate da tutti, a sostenere il settore.
Lo schema è sempre il seguente: si tiene alta la produzione e si rifiuta qualsiasi politica di programmazione dell’offerta, non si differenzia il valore del latte in base alla qualità, addirittura si finanziano i pastori perché si liberino delle pecore sarde e invece allevino le pecore-da-fermo (Assaf e Lacaune) che producono molto di più in stalla e producono un latte a resa casearia più alta, ma non sono propriamente adatte a un formaggio a lunga conservazione. Risultato: un mare incontrollato di latte a disposizione dei trasformatori che possono fare un prezzo sempre più basso per la materia prima e massimizzare così gli utili.

Cosa si fa se il mercato va in crisi? Se il sistema va in crisi, si fa baccano perché la Regione metta i soldi, cioè si usano i pastori, che si fanno usare volentieri, per fare del latte un problema politico e sociale e dunque smuovere ingenti risorse pubbliche per sostenere il settore. E così si ricomincia.

Guardiamo dentro il 2024 e i primi mesi del 2025 Trump è in carica da gennaio. I dazi del 15% sono entrati in vigore da agosto. Gli importatori americani hanno comprato tutto quello che hanno potuto prima del varo dei dazi. E infatti tutti si sono buttati avidamente a fare solo Romano. La produzione è aumentata di 366 quintali rispetto all’annata 2023-2024 (Totale prodotto a dati ufficiali 392.808 quintali).
Non solo.
Tanta è stata l’avidità che ha animato la campagna 2024-2025 che, secondo i dati di Laore, in Sardegna si sono importati diversi milioni di litri di latte da altre regioni (e si spera non siano stati usati per fare Dop sarde). Previdentemente, si sarebbe potuto evitare di inserire nel mercato milioni di litri di latte esterno, così da tenere meglio in equilibrio domanda e offerta e invece no, la brama è stata tale da trasformare ogni cosa in Pecorino Romano, perché tirava.

Chi fa il prezzo? Date queste premesse, è lecito supporre e proporre che anche sulle dinamiche di prezzo ci possa essere una strategia, più esattamente una strategia ribassista. Il dubbio viene perché il prezzo di riferimento è dato dalla Commissione prezzi della Camera di Commercio di Milano (la Sardegna non ha una sua commissione prezzi regionale perché un tempo un alto dirigente Coldiretti si oppose al farla, in nome del supremo interesse non dei produttori, ma dei trasformatori, alla faccia di Campagna Amica).
Chi siede nella Commissione?
Il Direttore Generale del Consorzio di Tutela.
Di quale politica del prezzo si è fatto interprete il Direttore, posto che non è dato sapere che il Consorzio ne abbia una?
Il Consorzio ha forse avviato una politica della produzione di un Pecorino Romano di alta qualità e di lunga stagionatura, in modo da avere un prodotto dove riversare le eccedenze? Ha forse avviato una politica sulla qualità del latte? Ha forse pianificato una politica dell’offerta?
Non risulta niente di tutto questo, ma solo un’inconcludente attività di lobbing. Penoso il confronto con Lollobrigida, nel quale il ministro non ha preso lo straccio di un solo impegno finanziario specifico, se non quello di rifinanziare, per tutti, quindi anche per il Grana Padano e altri, l’ennesima versione del Bando indigenti.
Sono durate più le conferenze stampa – rigorosamente separate, da una parte Regione, dall’altra il Consorzio – che non la riunione. Una pena! Cosa si pensa di portare a casa, forse 2-3 milioni di euro, non di più. La Regione? La Regione, tra mettere su uno strumento finanziario e renderlo gestibile, sotto forma di de minimis, ci impiegherà almeno un anno.
Tra un viaggio e l’altro della lobbing piagno-esibizionista c’è stato anche quello per l’evento organizzato dalla potente (per i potenti, non per le comparse) NIAF, la National Italian American Foundation, per il conferimento della “Region d’onore” a chi? Alla Regione Lazio, che da anni è lì che aspetta l’implosione del Consorzio di tutela della Dop Pecorino Romano per avere mani libere su produzione e mercato (ci si è dimenticati della vergogna del Cacio Romano?). Accompagnarsi a Dracula che si augura la nostra anemia non è proprio una strategia intelligente.

Il Consorzio come una scarpa vecchia Il problema è che in Sardegna non si è capito che il Consorzio di Tutela non è un luogo accessorio rispetto alle imprese, ma dovrebbe essere il luogo del coordinamento e dell’innovazione delle strategie d’impresa. I Consorzi sulle Dop hanno nuovi ruoli e nuovi poteri secondo il nuovo regolamento europeo n°1143/2024. Perché la Sardegna non usa queste potenzialità?
Perché la politica del Consorzio è vecchia, risente di una cultura del supermercato e non della Dop, è lenta, piagnona, parassitaria e immensamente avida. E noi, noi sardi, siamo chiamati a pagare la sua inconsistenza interessata, la sua debolezza di comodo.
Prepariamoci alla solita manifestazione, al solito camioncino giallo della Coldiretti, ai soliti milioni buttati, tutto per garantire ai trasformatori utili invariati sia quando va bene che quando va male. È normale, se non giusto, che i giovani vadano via. La rivoluzione antifeudale del Settecento, la rivoluzione spezzata, è ancora spezzata. Dominano signorotti avidi e prepotenti che usano lo Stato per sé, non per tutti.

Agricoltura, Latte, Vetrina

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Comments (7) on “Prezzo del latte: il piagnisteo degli avidi”

  1. Rino farci ha detto:
    28 Novembre 2025 alle 13:26

    Ah, la modifica del disciplinare! Il tocco di genio finale.

    Perché accontentarsi di essere solo il 97% della produzione quando si può essere il 100% del problema? Il nuovo disciplinare è quella mossa strategica che solo una mente superiore poteva concepire: rendiamo il nostro Pecorino Romano ancora più… come dire… “flessibile”.

    · Latte sardo? Optional. Tanto il consumatore mica legge l’etichetta con il binocolo.
    · Pecore sarde? Romanticismo da vecchi pastori. Le Assaf e Lacaune sono le nuove regine del pascolo… pardon, della stalla. Producono tanto, e che importa se il formaggio per la stagionatura lunga poi fa quello che vuole? È una sorpresa!
    · Qualità? Ma certo! La qualità di riempire ogni anfratto del mercato globale con un prodotto standardizzato, perfetto per la grande distribuzione. Un formaggio democratico, insomma.

    Il risultato è magnifico: un mare di latte, prezzi in picchiata, e trasformatori che si strofinano le mani. E noi allevatori? Beh, noi abbiamo il privilegio di essere la materia prima sacrificabile sull’altare del “Romano”. Un onore, davvero.

    Che bello essere gli utili idioti di una filiera che ci usa come tapis roulant: corriamo, produciamo di più, e finiamo sempre allo stesso punto… a chiedere l’elemosa del “Bando Indigenti”. Forse ci considerano noi gli “indigenti”, alla fine.

    La soluzione? Continuiamo così! Chi ha bisogno di un “Pecorino di Sardegna” quando puoi essere il fornitore anonimo di un brand altrui? L’importante è non svegliarsi mai e continuare a credere che, prima o poi, il Consorzio avrà un’illuminazione e smetterà di fare gli interessi di chi lo comanda.

    Ironia a parte, hai ragione. È una follia. Creare un prodotto nostro non è più una scelta, è l’unica via di fuga da questo circo.

  2. Paolo Maninchedda ha detto:
    26 Novembre 2025 alle 06:03

    Egregio Dessì, accetto le sue precisazioni ma lei accetti di rileggere l’articolo e vedrà che potrà riconoscere sul banco degli imputati non i piccoli produttori e trasformatori, ma i grandi, industriali e alcune specifiche cooperative che hanno enormi responsabilità.

  3. J. Dessi ha detto:
    25 Novembre 2025 alle 22:30

    Gentile Maninchedda,
    ho letto con attenzione il suo intervento sul prezzo del latte e desidero proporre alcune precisazioni da tecnico che opera quotidianamente nel comparto.
    Definire il settore come “piagnisteo degli avidi” è una semplificazione ingiusta. La filiera ovicaprina sarda è complessa e fatta di migliaia di aziende che negli anni buoni hanno reinvestito soprattutto per compensare costi in forte crescita: alimenti, energia, carburanti, manodopera e debiti accumulati. Le poche realtà che hanno pagato 1,90 €/l non rappresentano l’intero sistema.
    Sulla programmazione: è vero che il Consorzio deve modernizzarsi e utilizzare appieno gli strumenti del Reg. UE 1143/2024. Ma non si può attribuire ai pastori o ai piccoli trasformatori la responsabilità delle carenze di governance. La filiera è debole proprio perché manca una struttura di indirizzo forte, condivisa e competente.
    Riguardo alle importazioni di latte, se ci sono stati flussi significativi, ciò riguarda controlli e strategie industriali, non gli allevatori che subiscono le dinamiche del mercato senza alcun potere contrattuale.
    Sulla formazione del prezzo, da anni il settore chiede una Commissione regionale trasparente e criteri che distinguano qualità e stagionatura. È un passaggio necessario per uscire dalla volatilità cronica, non una richiesta assistenzialista.
    Infine, la dipendenza quasi totale dal Pecorino Romano è un problema reale, ma non si risolve accusando una categoria di avidità. Si risolve diversificando prodotti, investendo in qualità del latte, consolidando le cooperative e rinnovando seriamente il Consorzio.
    La Sardegna non ha bisogno di capri espiatori, ma di strumenti tecnici, regole chiare e una governance finalmente adeguata alle sfide del mercato globale.
    Cordiali saluti,
    Janez Dessi
    Tecnico del settore

  4. Stefano Locci ha detto:
    25 Novembre 2025 alle 17:14

    Egregio, è l’atavico difetto della industria e della produzione italiana. Sintetizzabile (mi sia consentita la volgarità) col detto: Pietro paga (noi) e Paolo fotte (loro). E questa sarebbe capacità di impresa? Fiat (poi confluita in Stellantis), Ilva, le industrie del Sulcis – da Portovesme fino ad Eurallumina passando per Sider Alloys (ma non dimentichiamo l’editoria che succhia la mammella pubblica), bravi sino a che Pietro pagava incentivi, cig ed energia. Poi con i divieti della UE, guarda caso, tutte fuori mercato (ma Pietro continua a pagare le cig). Al netto della incolpevole classe operaia (quella sindacale invece no), che poteva essere riformata e riutilizzata, Paolo continua a fottere. Viva l’Italia! Saluti.

  5. Antonio ha detto:
    25 Novembre 2025 alle 13:39

    bravo signor Aresu ad ogni difficoltà chiedono l’intervento della politica chiedendo sussidi

  6. Mm ha detto:
    25 Novembre 2025 alle 09:17

    È proprio così. Non controllare la propria avidità è un disastro per la comunità.

  7. Giuseppe+Aresu ha detto:
    25 Novembre 2025 alle 07:40

    Buongiorno, la prima parte dell’articolo mi ricorda un’altro articolo di qualche decennio passato. Riguardava un casa automobilistica, quando il mercato funzionava bene, i proprietari incassavano, al calare delle vendite, interveniva la cassa integrazione, fondi dell’ente previdenziale.

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