Sono sempre più convinto che la logica del ritorno a Su connottu con la quale si vorrebbe accompagnare la questione energetica sarda, e che oggi è sostenuta soprattutto dall’Unione Sarda, abbia qualcosa di arcaico in sé, di irrazionale e stizzito che non fa bene ai Sardi.
Che la Sardegna sia aggredita da un tentativo di speculazione energetica è indubbio.
Che esista un serio rischio di consumazione del territorio è altrettanto evidente.
Che il modo con cui si sta ragionando di queste cose sia rozzo e inconcludente è altrettanto chiaro. Molti movimenti ambientalisti stanno denunciando che dietro la difesa del paesaggio c’è la difesa dei combustibili fossili, cosicché per l’ennesima volta un problema strategico si sta trasformando in Sardegna in conflitto ideologico.
Oggi L’Unione Sarda, sempre più ricca di allarmi e povera di lettori, stanchi del reiterato “Al lupo, al lupo”, parla delle mille torri al largo delle coste sarde.
Ma il giornalone sempre meno letto non parla mai della bolletta dei sardi, dell’industria dei sardi (sempre che ne vogliamo una), della possibilità, per esempio, che il parco eolico al largo di Carloforte fornisca energia a basso costo (negoziato) per la rinascita delle industrie sulcitane così agognata dal ceto politico locale (io farei altro, ma io non faccio testo, perché non ho mai capito i sulcitani, anzi politicamente li ho sempre visti, insieme ai barbaricini del sussidio, come uno dei due poli conservatori parassitari della Sardegna).
E dunque per il Sulcis, e per l’Unione, il gas va bene, ma le pale off shore sono colonizzazione. Ma è proprio così?
Con decreto ministeriale del 27 gennaio 2026 (DM n. 28/2026), il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica ha concluso con esito favorevole la procedura di VIA relativa al progetto di metanizzazione della Sardegna – tratto sud, che comprende la dorsale verso il Sulcis.
La VIA rappresenta un passaggio necessario, ma non equivale all’autorizzazione alla realizzazione dell’opera. L’iter non è infatti concluso: manca ancora il rilascio dell’Autorizzazione Unica, che costituisce il provvedimento finale per l’avvio dei lavori. Nella prassi amministrativa, tuttavia, una VIA positiva riduce significativamente gli ostacoli procedurali successivi.
Il soggetto attuatore è Snam, nota società del sistema del parastato italiano, di cui l’attuale vicepresidente dell’Unione Sarda è stato consulente (come non mancano di ricordare gli ambienti favorevoli alle rinnovabili). Formalmente, l’amministratore delegato di Snam è nominato dal Consiglio di Amministrazione; tuttavia lo Stato esercita, come tutti sappiamo, un’influenza rilevante attraverso CDP Reti, principale azionista della società. Quindi, l’importante commessa andrà ad alimentare il portafoglio di un’azienda di Stato la cui iniziativa è stata valutata dallo Stato.
Il gasdotto verrà alimentato da un impianto di rigassificazione nell’area portuale di Santa Giusta. In quell’area è già presente un deposito costiero di GNL, realizzato anni fa e oggi al centro di una trattativa: nel 2025 Snam ha annunciato un accordo di esclusiva per la sua possibile acquisizione e conversione in terminale di rigassificazione.
L’area industriale del porto di Oristano dispone già di una rete interna di distribuzione energetica a servizio delle aziende insediate. Tuttavia, il bacino locale è, a dir poco, limitato: le imprese che necessitano di gas e di energia termica ad alta temperatura sono poche. Questo dato solleva interrogativi sulla reale sostenibilità economica dell’infrastruttura se rapportata alla domanda effettiva. Ma andiamo avanti, perché in soccorso logico arriva il Sulcis.
Il Sulcis, Alcoa e la narrazione della “rinascita industriale”
Nel corso del Forum Energia di Legambiente Sardegna del 2024, l’assessore regionale all’Industria ha dichiarato che il gasdotto sarebbe necessario per consentire la riapertura di grandi impianti industriali energivori nel Sulcis, affermando di avere un impegno scritto di Alcoa subordinato a costi del gas “accettabili”.
Va ricordato che Alcoa ha lasciato il Sulcis oltre dieci anni prima della crisi ucraina, e che l’attuale GNL importato (in gran parte dagli Stati Uniti, con contratti “take or pay”) presenta costi medi superiori a quelli del gas russo pre-2022. La narrazione di un ritorno industriale trainato da “gas a basso costo” è quindi, quantomeno, più erotica (nel senso del sogno) che pratica.
La transizione senza gas: uno scenario documentato
Nel maggio 2025, il Coordinamento FREE, sulla base di studi condotti da università italiane (Cagliari, Padova, Milano), ha dimostrato che la Sardegna può completare la transizione energetica senza ricorrere al gas. Lo scenario prevede una combinazione di rinnovabili e accumuli (ordine di grandezza: decine di GW di potenza rinnovabile e circa 14 GWh di batterie) in grado di coprire il fabbisogno elettrico regionale, con investimenti sostenuti da operatori privati e benefici diffusi in termini ambientali, occupazionali ed economico-tariffari.
In questo quadro, gasdotti e rigassificatori appaiono come infrastrutture rigide, costose e a carico dei contribuenti, funzionali soprattutto a grandi operatori energetici, più che a una reale strategia di sviluppo sostenibile dell’isola.
Costi, bollette e trasporto su gomma
Secondo diverse analisi giornalistiche e tecniche, il costo complessivo della dorsale Oristano–Sulcis – Cagliari si colloca nell’ordine di oltre 2 miliardi di euro, con oneri destinati a essere riconosciuti in tariffa e quindi spalmati sulle bollette energetiche a livello nazionale.
Nel periodo precedente alla realizzazione del gasdotto, l’approvvigionamento del Sulcis avverrebbe tramite trasporto di GNL su gomma, con un aumento del traffico di autobotti lungo la SS 131, come previsto dal modello di “virtual pipeline” analizzato anche da ARERA.
Questo scenario si regge solo su un quadro romanzato della domanda industriale, diversamente non ha alcun senso. Ma anche ponendo il caso della vera riapertura delle fabbriche, il confronto tra il costo del gas e il costo dell’energia green prodotta a mare e magari negoziato dalla Regione Sardegna non viene fatto, perché sarebbe a favore delle pale.
Meglio l’ideologia della tasca.
Ah, dimenticavo, le pale devastano il paesaggio, ed è vero, ma anche il gasdotto investe qualcosa come mille siti archeologici. Come la si mette?
Il problema è che gridando solo “Al lupo, al lupo” (e la Pratobello, tragicamente invecchiata in pochissimo tempo, perché ruralizzata e vestita coi panni dell’anticolonialismo anni Settanta) alla fine ci si terrà le tariffe alte, non si avranno fabbriche serie, ecocompatibili e ad alto valore aggiunto, si faranno gli interessi di industrie di Stato ghiotte di fare utili da logiche antiquate, e si diventerà una sorta di museo di archeologia industriale del fossile, come da copione secolare. Oggi, sulle rinnovabili, non si deve fare la guerra, si deve fare un ragionevole negoziato, ma non lo si vuol capire.

Mi trovo d’accordo con quanto scrive , purtroppo in Sardegna si viene spesso informati e disinformati, ma come dice lei non si vuole capire.il mio paese ha un grande parco eolico, quando si parlò della sua costruzione mi opposi presso gli amministratori. Combattevo contro i mulini a vento dopo tanti anni mi sono accorto che nel mio paese non si era opposto nessuno.
L’Unione Sarda non si capisce se voglia essere “il giornale dei Sardi” o di coloro che vorrebbero penetrare subdolamente in Sardegna.
Il fatto che stia perdendo sempre più Lettori avrebbe dovuto portare a più miti consigli la proprietà, la direzione e la redazione. Nisba, finora. Le infornate di giornalisti degli ultimi decenni credo abbiano pesantemente inciso sulla (bassa) qualità del quotidiano. Questo è inquietante, forse più della libertà di stampa a rischio. Ma poi, è veramente a rischio? A me sembra un’ennesima grande panzana dei compagni. Una delle tante disinformazioni che li vedono protagonisti. Disinformare è un chiaro segnale di attentato alla libertà di stampa ordito dagli stessi giornalisti. Guarda caso, in larghissima parte con tessera o comunque con forti simpatie di sinistra.
Se e quando i depensanti (absit iniuria verbum) autoconvinti o convinti da altri che l’anidride carbonica sia inquininate avranno smesso di espirare e di depetare sarò diposto a discutere di ambiente ed energia con gli eventuali superstiti.
Idem per quanto concerrne i depensanti (absit iniuria verbum) autoconvinti o convinti da altri che l’anidride carbonica sia cosa diversa da nutriente delle piante necessario al naturale processo di fotosintesi.
per me lo sbaglio fu bloccare il Galsi e se non sbaglio lo fece il M5S con la scusa dei costi=benefici adesso avremmo il metano per le industrie e per l’energia poi oramai diciamo no a tutto
Gli oltre 600 progetti FER presentati finora hanno una caratteristica comune: ciascuno chiede la “connessione alla rete elettrica nazionale” tramite Terna (che tali richieste le deve avere protocollate, evidentemente). Ovvero sperano di salire sul carro virtuale dei cavi SaCoI, SaPeI e Tyrrhenian Link: è la sola maniera per arrivare alla rete nazionale. Ed è la ragione principale per cui con le infrastrutture indicate – i tre cavi – e la loro tecnologia, al massimo potranno “vivere” impianti FER per una potenza di 6,5 Gw capaci di fornire i 9,8 Twh che possono transitare come quota massima in un anno solare sui tre cavi di cui sopra.
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Il problema dunque non è l’allarme al lupo al lupo: il problema è che questi progetti FER non riguardano la Sardegna, che sarà costretta (vedasi intesa Pichetto-Todde maggio 2024) a sopportare questi 6,5 Gw nonché le infrastrutture di transito (vedasi dorsale Terna con sbocco a Selargius pro TL). Sempre che i cavi non aumentino e/o che la tecnologia faccia passi che possano consentire un transito maggiore: per il momento, questo è ciò che la fisica consente di fare.
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Il tutto è confermato da due dettagli. Il primo è che ciò che riguarda la strategia energetica della Sardegna va scritto nel Piano Energetico Regionale, di competenza Giunta Todde. Che al momento, è nel ventre di Giove (il PER, non la Giunta).
Il secondo dettaglio è che oltre a dirlo chiaramente, fonti governo di Roma e assessore sardo all’industria, fa capolino la linea di metanizzazione dorsale sud, richiamata dall’autore.
Se vogliono “regalarci” il metano, di sicuro se ne straimpippano di regalarci una transizione energetica finalizzata, per esempio, alla produzione di idrogeno verde.
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Insomma, governo nazionale e Giunta regionale fingono di appartenere a mondi alieni, ma quando c’è da mollare qualche cetriolone volante alla Sardegna, chissà come mai fanno sempre le cose d’amore e d’accordo.
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Sempre grazie per lo spazio.
Egregio, siamo alle solite. Il flagello creato a Sarroch non ci ha insegnato nulla. Da svariati decenni paghiamo il gpl al prezzo massimo del Mediterraneo. Saras ha privatizzato i profitti per 60 anni ma mai gli è stato chiesto un euro per lo scempio che le petroliere hanno fatto per i 40 anni iniziali. Da vari decenni poi ci prendiamo in giro da soli parlando di produzioni sulcitane che erano moribonde già quando la collettività pagava il costo energetico a prezzi di favore. Mettiamoci in testa che nel Sulcis le produzioni non riprenderanno mai (ed i sulcitani lo sanno bene). Anziché dedicare eventualmente risorse per opere di bonifica di un territorio distrutto continuamo a praticare la strategia dello struzzo. Forse a qualcuno potrebbe fare bene consultare gli atti delle pratiche di riavvio di Sider Alloys e compagnie vicine. Leggete gli allegati e forse proverete un po’ di orrore. Amen.
Il problema è mantenere cura del territorio. Che i benefici per la popolazione non siano nulli o pochi, rispetto alla devastazione che si procurerà. Che le ricchezze non vengano trasportate fuori, come si fa per le colonie.
Probabilmente Francesco ha ragione parliamo di Sider Alloys ma se interpreto bene il tema è il gasdotto per portare energia termica al Sulcis di cui si parla. Ero presente quando l’Assessore all’Industria ha parlato di contratti firmati per una reindustrializzazione del Sulcis (Alcoa e Syder Alloys riaprirebbero) ma a patto che il gas costi poco (il poco è ovviamente una semplificazione). Saremo costretti ad importare GNL dagli Stati Uniti ai prezzi degli Stati Uniti che di certo non sono inferiori ai prezzi del pre guerra Ucraina.
Questo è un fatto. Ma se proprio il Sulcis deve ripartire con energia termica ad alta temperatura perché il serbatoio el gas non lo fanno li? Risparmierebbero 100 km di tubo. Si dirà che il gasdotto serve anche per l’area metropolitana di Cagliari (utenze private) ma siamo sicuri che si regga (anche) grazie a questo? In altre parole: costruiamo un gasdotto per usi industriali e civili. Gli usi civili ci sono (ma non bastano a farlo reggere economicamente sopratutto in un momento storico in cui si parla di elettrificazione nei consumi) per gli usi industriali speriamo che le industrie riaprano perché c’è il gas a buon prezzo (ma a quale prezzo?) . Parliamo di industrie chiuse da anni (si pensa di riavviarle subito?) con cassintegrati che percepiscono il sussidio da anni e quando sta per finire il sussidio salgono su sulla torre per protestare (appoggiati dai sindacati) al grido di lavoro! Lavoro! Intanto però lavorano in nero.
Si potrà dire che se non riaprono le fabbriche ne possono arrivare delle nuove perché ci sarà il gas. Ma siamo sicuri di questo? E se ne riaprono delle nuove che impatto avranno? Ma non è che per caso le nuove che riaprono possono essere quelle che bonificano un territorio devastato da anni di incuria e di lassismo? Ecco forse questo sarebbe accettabile.
Resta il fatto che quelli che se la prendono con le rinnovabili e con i (ricchi?) incentivi che il Governo paga a chi le installa dovrebbero parlare anche dei costi del gasdotto sardo spalmati sulla bolletta degli italiani. E poi diciamolo chiaro: la narrazione dell’assessore all’industria e dei sindacati : “tutti hanno il gas e noi no e dobbiamo averlo” è una narrazione che andava bene 30 anni fa. Ora è vecchia e stantia. Per quanto riguarda l’idrogeno probabilmente Francesco ha ragione. Il fatto è che ad oggi nessuno riesce ad estrarre energia pulita a buon mercato grazie all’idrogeno (la tecnologia avanza e un domani si) e, in ogni caso, se si usa il gas per l’idrogeno si emette comunque CO2. Le rinnovabili invece sono qui ora e subito basta saperle disciplinare e decidere dove metterle come sostiene Francesco con il contributo (possibilmente depurato da certe campagne stampa) delle popolazioni.
Sono d’accordo con quanto scrive. Ma ciò che mi preoccupa è che questa narrazione emotiva, volta a suscitare paure, ha portato a estremizzazioni: ci sono persone che preferiscono il passato delle fonti fossili, con il loro danno ambientale certificato, decenni di inquinamento e vera speculazione.
Questa campagna contro le rinnovabili ha creato una massa di persone che alla fine sono “contro tutto”, che dicono di tutto senza alcun fondamento, creando una situazione in cui le emozioni prevalgono sulla ragione. Basti pensare a certe reazioni sugli incendi o alle contestazioni sull’energia eolica: sembrano folle istigate nel Medioevo.
Il risultato è paralisi decisionale: le scelte vengono imposte dall’alto perché ci si considera incapaci di decidere e programmare a casa nostra. La transizione energetica potrebbe rappresentare una svolta per molti comuni, ma siamo arrivati a un clima di non-dialogo, intrappolati dalle nostre paure ancestrali.
Posso?
1 – Quando scrivi Alcoa immagino ti riferisca a Sider Alloys, a meno che io mi sia perso una clamorosa novità (possibile eh).
2 – Il tubo del metano. Dire che ha chissà quale impatto ambientale è cosa che lascerei agli Emiliano di turno di cui è purtroppo piena l’Italia. Tu non fai parte di quel patetico circolo di populisti.
3 – Su nuovi metanodotti ci sono enormi investimenti in tutto il mondo.
4 – Se abbia senso costruire metanodotti dipende crucialmente dalla possibilità o meno di usarli domani per distribuire idrogeno verde prodotto con rinnovabili. Potrebbe quindi avere il ruolo di accumulatore di energia rinnovabile! Se sia possibile o meno non l’ho ancora capito: in alcuni progetti internazionali si assicura che è possibile, così come assicuravano i migliori tecnici de Mise ai miei tempi politici; alcuni ingegneri che conoscono sostengono invece di no. Ecco, per superare le solite polarizzazioni bisognerebbe risolvere questo nodo. Rinnovabili e metano potrebbero essere complementi, non sostituti.
4 – L’eolico ha un notevole impatto paesaggistico. Quello che manca è la possibilità di valutare come le popolazioni coinvolte percepiscono quell’impatto, quale compensazione (riduzione delle bollette) renderebbe per loro accettabile quella “riduzione di paesaggio”. La normativa attuale non consente di fare questa cosa ovvia, è da qui nasce la polarizzazione che Pili ieri è ancora oggi l’Unione cavalcano.
Ke a semper, craru e kun sa Sardinna in su koro