I brutti guai dell’Italia e le elezioni in Sardegna

indexdi Paolo Maninchedda
Provo a dare una mano a chi voglia capire che cosa sta succedendo in Italia, almeno per la parte che purtroppo rischia di coinvolgere anche la Sardegna.
Il primo dato da aver chiaro è la crisi dell’immagine di Renzi e in un mondo stupido in cui l’immagine è tutto, la crisi del Primo ministro è crisi dello Stato.
Il Renzi che vinse le europee e che sembrava poter vincere per un lungo periodo è finito, non c’è più.
Un grande editore italiano, in una conversazione privata in Sardegna, ha detto con chiarezza: «Cerchiamocene un altro». Il problema è che non è semplice in questo mondo effimero costruire delle leadership credibili. Anche perché in Italia l’attacco ai leader ha sempre un che di complottistico. In questi giorni ‘Il Fatto quotidiano’ sta martellando i suoi lettori con una notizia ‘equivoca’ dal forte sapere della congiura di palazzo. Il quotidiano racconta e dà per acquisito che il Mossad (il servizio segreto israeliano) abbia finanziato e sostenuto Renzi, ma poi chiede conto di un tentativo occulto di utilizzare questa notizia per far dimettere sia Renzi che l’ad di Eni Descalzi. Qual è l’obiettivo vero del giornale dell’estrema sinistra italiana? Ovviamente connotare Renzi come uomo del Mossad. Non a caso Di Maio ieri è andato in Israele per una visita di cui nessuno avvertiva l’impellente bisogno e durante la quale, per eccesso di zelo, ha chiesto a Isreale l’accesso alla striscia di Gaza controllata da Hamas, per poi tornare indietro, per evitare sovrapposizioni con la lotta armata del Medio Oriente, e visitare una start up israeliana, in perfetto stile italico: corichiamoci in mezzo. Mentre il provincialismo italiano pensa che tutto questo si fermi in casa, la politica europea registra che Renzi è talmente debole che dai suoi servizi segreti escono notizie che lo possono gravemente danneggiare.
In Europa e in casa l’Italia ha il problema banche che, dopo il disastro di Banca Etruria è sempre e solo una partita difficilissima di Renzi. In sostanza, il primo ministro che ha fatto pagare il crack di una banca ai risparmiatori (non di una banca qualunque ma di quella presieduta dal padre di un suo ministro) oggi non può recitare lo stesso copione con Monte Paschi di Siena, sia per le dimensioni della banca, sia per la sua storia (che si intreccia tanto con la storia del Pci e di alcune oligarchie della sinistra italiana). Non basta il fondo Atlante 2, non basta l’intervento di Cassa Depositi e Prestiti, serve altro denaro pubblico e non c’è. Il salvataggio potrebbe arrivare dall’Europa che non reggerebbe l’antieuropeismo che spopolererebbe in Italia se la crisi delle banche fosse addebitata ai risparmiatori.  Ma un’Italia soccorsa e salvata in extremis avrebbe ancora meno peso e l’Europa si trasformerebbe sempre più in una statica periferia della Germania (l’intervista di ieri di Habermas è illuminante).

In questo quadro, Renzi teme i confronti elettorali. Si è identificato col referendum costituzionale e adesso non sa bene come uscirne perché ha la netta sensazione che lo perderà. L’errore è stato unire l’obbiettivo del mettere fine al bicameralismo perfetto (su cui avrebbe avuto larghi consensi) con il rafforzamento dei poteri centrali a scapito delle regioni (su cui si è concentrato un fronte del dissenso non facile da smontare). Adesso il premier non sa bene come uscirne: da una parte tiene il punto per tenersi l’anima coi denti, dall’altra cerca scappatoie. Tra queste c’è la riforma della legge elettorale. Attualmente questa schifezza che è l’Italicum prevede per la sola Camera dei deputati un sistema maggioritario a doppio turno che premia il partito che prende più voti. Se al referendum vincessero i No, si avrebbe una Camera eletta con l’Italicum e un Senato, ancora vigente, eletto su base proporzionale. Questo scenario, assolutamente escluso fino ad avantieri, oggi, nell’Italia del galleggiamento, è guardato come una possibile àncora di salvezza: chiunque vincesse le elezioni alla Camera sarebbe costretto a un’alleanza larga e esigente al Senato. L’Italia sarebbe costretta alle ‘larghe intese’ come la Germania; esattamente ciò che serve a un Pd in crisi.
L’altro copione è in esecuzione in questi giorni. Esso prevede che si riveda la legge elettorale e si trasformi il premio di maggioranza in premio di coalizione. Dopo di che bisognerà vedere come andrà a finire con le banche, ma non è da escludere una legge di stabilità molto severa e elezioni anticipate. A questo punto il referendum andrebbe all’anno prossimo, Renzi guadagnerebbe tempo, potrebbe negoziare una leadership meno monarchica e il ciclo dell’inedia emergenziale italica riprenderebbe il suo corso naturale.
Tutto questo ha un risvolto in Sardegna. Il saldo del rapporto col governo italiano non è positivo; è costellato di buone relazioni, di successi parziali, ma non di risultati e il Presidente della Regione lo sta ripetendo ormai da qualche settimana, esigendo la chiusura di alcuni dossier. Pesano i 600 milioni di accantonamenti delle tasse pagate dai sardi. Pesa la convenzione con Tirrenia; pesa l’imbarazzo sulla continuità territoriale; pesa il fugone di Eni; pesa l’impegno disatteso sull’insularità; pesano le prese in giro dei militari e del Ministro Pinotti.
Ma tant’è, torniamo alla politica chiacchierata che tanto piace agli italiani.
Sia che le elezioni politiche italiane siano nel 2017 o, a scadenza, nel 2018, è abbastanza improbabile che non pongano ai partiti sardi il tema se andare al voto anche per le regionali oppure no. Non tanto per un banale richiamo dell’election day, ma perché le elezioni italiane si porterebbero dietro una forte ristrutturazione della geopolitica dei partiti che potrebbe volersi riverberare anche in Consiglio Regionale. Se la legge elettorale del Parlamento italiano ritorna a favorire le coalizioni, il mondo che sta a sinistra del Pd tornerà a riunirsi in un unico soggetto, più forte e più esigente. Se il Pd reggerà come Pd la crisi Renzi, avrà una strategia diversa da quella avuta fino ad oggi: dovendo combattere sia contro il centrodestra che contro i Cinquestelle, cercherà di trasformare il centrodestra in Destra pura e dunque congelabile, poi cercherà di interpretare quelle che sprezzantemente ha sempre chiamato fenomeni territoriali o locali e che sono stati la sua rovina nelle ultime elezioni amministrative. Potrebbe dunque avere la tentazione di trasformarsi in un vero partito federale all’americana, dove convivono molte cose ma dove si ritrovano convergenze solo su temi di grande rilievo: collocazione internazionale, ordinamento giuridico, diritti civili ecc. In un quadro di questo tipo, il Pd sardo potrebbe diventare più sardo e avere l’interesse a cambiare completamente gioco. Altra variabile che è utile considerare è la consumazione dei ceti dirigenti: chi candiderà al Parlamento il Pd?  Quanto incideranno le vicende giudiziarie da troppo tempo aperte sul destino di tante persone? Voglio dire che o il Pd arriverà a decimare le sue prime file per affrontare immacolato il giudizio elettorale o sceglierà la linea diametralmente opposta di ricandidare chiunque non abbia una sentenza di primo grado. Se dovesse optare per la decimazione, chi sarà il candidato di punta del Pd?
Per tutte queste ragioni io continuo a ripetere a noi indipendentisti che per noi le campagne elettorali non finiscono mai. Noi dobbiamo sempre proporre ai partiti della Sardegna la grande coalizione dei sardi, un partito dove si accantonano le differenze per conseguire il diritto ad essere una patria riconosciuta e viva in Europa. Noi dobbiamo sempre e solo parlare di indipendenza. Non basta il buon governo. Io stesso, che sono stanchissimo, so bene che mentre provo a far bene ciò che mi è stato affidato, sperando che i cittadini pensino che realizzo bene il mio mandato perché sono indipendentista, in realtà gli elettori pensano che io faccia soltanto il mio dovere, e non hanno tutti i torti. Per cui serve tenere sempre in alto la bandiera e l’intelligenza, la comprensione della realtà e la costruzione dell’obbiettivo, anche e soprattutto quando l’Italia è vittima della sua storia, della sua impudenza, della sua profonda e storica immoralità civile.

0 commenti su “I brutti guai dell’Italia e le elezioni in Sardegna

  • “crede di essere vergine solo lui e sua sorella” è riduttivo: meglio “lui, sua sorella e sua madre”.

  • “Quello che crede di essere vergine solo lui e sua sorella e lo manifesta tutti i giorni sui social come un mantra. Bisogna convincere tutti che l’indipendenza “One man band” va bene su Facebook ma non in Sardegna e che gli integralisti non hanno mai ragione e che danneggiano se stessi, i sardi e la causa indipendentista”.
    Chiaro, lucido, essenziale.
    Sottoscrivo tutto, Antonio!

  • L’unica via di uscita per il Renzi più debole degli ultimi due anni è spezzettare i quesiti referendari. Indebolisce il fronte del no (con alcuni che voteranno no a certi quesiti, altri si) e rende meno netta un’eventuale sconfitta. Gli indipendentisti non dovranno fare come Bustianu Cumpostu, che promuove l’astensione in un referendum dove l’astensione non conterà. Dovranno altresì partecipare – in caso di quesiti separati – per le parti che riguardano direttamente la nazione sarda, ossia il rafforzamento della centralità dello stato. Io, in una logica demagogica, da indipendentista avrei inoltre sostenuto le riforme che fanno arretrare il pubblico, e riducono la spesa pubblica. Demagogica perché non ci interesserebbe direttamente, ma inizieremo a dare un segnale alla gente scontenta degli sprechi pubblici. Ci serve come il pane questa posizione, visto che di fronte al crollo dei partiti-azienda italiani non siamo riusciti a cavalcare il Vito di protesta, lasciandolo invece ai 5 stelle! Una questione morale, relativa ad uno stato in cui non ci riconosciamo, ma di cui purtroppo facciamo parte, in questo caso verrebbe visto come il non voler mettere la testa sotto la sabbia da parte del mondo indipendentista, che a prescindere dallo stato di riferimento, deve acquisire la fiducia dell’elettorato sardo sulle questioni degli sprechi di risorse pubbliche! Se davvero vogliamo diventare classe dirigente di riferimento della nazione sarda

  • Renzi è finito anche se dura. Il Referendum lo perderà perché una parte voterà no per proteggere “la Costituzione più bella del mondo” e un’altra parte voterà no a Renzi presidente del consiglio.
    Noi qui, aspettiamo che ci tolgano il balzello dei 2,50 €, che avverrà puntualmente a buoi scappati, col governo regionale amico che si muove pasticciosamente e strizzando l’occhio ad Alitalia.
    Parafrasando, poi, si potrebbe toccare il tema dell’indipendenza della nostra terra: “ora che abbiamo fatto gli indipendentisti, facciamo l’indipendenza”. È un percorso lunghissimo e travagliato che ci deve vedere impegnati giorno per giorno a smontare, soprattutto, l’idea dell’indipendendista vergine nudo e crudo, per intenderci, quello da “indipendenzia e boh!”. Quello che crede di essere vergine solo lui e sua sorella e lo manifesta tutti i giorni sui social come un mantra. Bisogna convincere tutti che l’indipendenza “One man band” va bene su Facebook ma non in Sardegna e che gli integralisti non hanno mai ragione e che danneggiano se stessi, i sardi e la causa indipendentista.

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