Dagospia è stato per anni il bar sport del potere italiano. Un luogo meravigliosamente ambiguo, anarchico, spesso cialtrone, ma vivo. Ci trovavi una notizia finanziaria che nessun quotidiano osava pubblicare, una faida di Palazzo raccontata prima che esplodesse, un retroscena dei Servizi segreti che il giorno dopo diventava verità parlamentare. Era un giornalismo impuro, certo. Ma era giornalismo. Roberto D’Agostino aveva inventato un genere: il gossip come arma geopolitica.
Adesso, invece, Dagospia sembra essersi trasformato nel supplemento spiritoso – e neanche troppo spiritoso – della sinistra moralista italiana.
Prima arrivavano le indiscrezioni di prima mano. Oggi trovi il riciclo del riciclo: pezzi già passati da Report, masticati da Domani e risputati dal Fatto Quotidiano. Prima Dago anticipava il Palazzo; oggi commenta Twitter con dodici ore di ritardo e trenta righe di punti esclamativi.
Anche il tono è cambiato.
C’era una volta un libertinismo romano, scanzonato, quasi felliniano.
Il sesso era trattato come una commedia umana: vizi, ridicolo, ambizione, corna e silicone.
Oggi, incredibilmente, Dagospia pubblica recensioni del cinema porno che sembrano scritte dal collegio docenti di un liceo pedagogico o dalla clinica ginecologica di un’università teutonica.
Una noia disciplinare, un moralismo travestito da trasgressione. Più che Cafonal, sembra il bollettino della CEI scritto a carnevale dopo un cineforum con spritz.
E la cultura?
Un tempo D’Agostino infilava Moravia accanto a Vallettopoli, Arbasino vicino alle escort, con un talento tutto romano nel mescolare alto e basso.
Adesso restano le cronachette dei premi letterari, i pettegolezzi tra micro-editori che si odiano in corpo otto, le celebrazioni postume obbligatorie, soprattutto se LGBT, purché abbastanza innocue da non disturbare nessuno o da disturbare i soliti noti, che è la stessa cosa.
Perfino il potere, che era il vero oggetto erotico di Dagospia, non viene più inseguito: viene corteggiato.
Il vecchio Dago picconava tutti.
Il nuovo Dagospia sembra avere un nemico fisso e un campo politico di riferimento: si sa prima ciò che dirà dopo.
È diventato “militante”, che per un sito nato anarchico è la peggiore delle pensioni.
Il paradosso è che Roberto D’Agostino resta un personaggio geniale.
Quando parla, conserva ancora quell’intelligenza cinica e carnale da antropologo di Roma imperiale.
Saprebbe ancora organizzare un’orgia caracalliana per il gusto di irriderla.
Dago ha il senso della fine, da sempre.
Ma il sito non ha più la ferocia libertaria di un tempo.
Ha assunto il tono del reduce che racconta per la centesima volta la festa più bella della sua vita.
E forse il problema è tutto lì: Dagospia continua a comportarsi come se fossimo ancora nel 2008, quando bastava una foto di Umberto Pizzi o di Luciano Di Bacco, una velina e una telefonata di Cossiga per far tremare il Paese. Oggi invece tremano solo i lettori, quando si accorgono di aver letto tre pagine di faide editoriali senza capire assolutamente chi fossero i contendenti.

Dagospia manipolatore delle notizie per favorire solo una parte politica conosco persone che credono ciecamente in quello che scrive
“Se lei non esiste perché si tinge i capelli?”
dopo le risate generali e l’ ironia di Maurizio Costanzo, Carmelo Bene rispose.
Il giornalismo con la schiena dritta è quello che colpisce chiunque sia protagonista di castronerie. Chiunque, nessuno escluso. Invece, ultimamente Dagospia sembra riservare sberle solo al centrodestra e pochi altri. E buffetti al centro sinistra, soprattutto ai leader della sinistra che in quanto a castronerie sono quasi insuperabili!
Francamente, se anche D’Agostino diventa così fazioso, per gli Italiani si riduce ulteriormente il già ristretto elenco di testate affidabili e non ingannevoli! A tutti noi serve avere una signora informazione. Non sappiamo che farcene dei faziosi che distorcono i fatti allo scopo di favorire una certa area politica. Dagospia, che delusione!
Dagospia non è mai stato giornalismo.
Egregio, quanto da Lei evidenziato sul sito in questione è, purtroppo, la verità. Anche Dagospia si è uniformato al pensiero dominante forse legato ad un aumento in redazione di soggetti sinistri. Ciò a parte, mi sembra stia scivolando sulla china di un imbarbarimento della informazione benché critica che utilizza (aldilà di come ciascuno è libero di pensare) appellativi al limite dell’odio. Da qui il termine di Caligola di Mar a Lago oppure gangster della Casa Bianca (rif. Trump), statista della Garbatella (rif. Meloni), Churchill dei Parioli (rif. Calenda). Tralascio gli appellativi verso I Salvini o i Tajani. Ecco, mentre fino a circa tre anni fa il sito poteva sbefeggiare chiunque ma anche limitandosi in queste espressioni (peraltro mai utilizzate nei confronti di Conte, Di Maio o Schlein (per lei il massimo dell’azzardo è “la segretaria con una fidanzata e tre passaporti”, un’offesa terribile …), oggi trasuda di faziosita’. Evidentemente mantenere il seguito di un tempo non è più possibile per cui è più facile schierarsi. Saluti.
Trovati un Dagospia per la Sardegna (tu non puoi fare tutto…😂)
Il cinismo colto e ironico è un’arte rimasta senza discepoli, perché occorre studiare tanto e avere la lucidità di rimanere liberi.
È molto più facile baciare le pantofole di qualcuno per fare carriera in un paese che non premia più la meritocrazia..