Il caso di Nicole Minetti lo dimostra con una chiarezza quasi didattica.
I fatti, anzitutto.
Il Presidente della Repubblica ha concesso la grazia alla Minetti, condannata nel processo Ruby bis per favoreggiamento della prostituzione e, separatamente, per peculato nella gestione dei fondi dei gruppi regionali lombardi.
La decisione non nacque da un capriccio del Quirinale, ma da un’istruttoria favorevole della Procura di Milano, motivata soprattutto dalle condizioni del figlio adottivo della Minetti, bisognoso di cure e assistenza.
A quel punto è partita la macchina dell’insinuazione. Il Fatto Quotidiano costruì una campagna di stampa aggressiva: insinuò che la Minetti avesse mentito, che l’adozione presentasse zone oscure, che la residenza uruguaiana del marito fosse una sorta di luogo di perdizione e che, dunque, la “redenzione” della ex consigliera regionale sia stata una messinscena.
Il copione è noto: non si contesta soltanto il provvedimento, si demolisce la persona e la famiglia.
La pressione mediatica diventa tale che Sergio Mattarella chiede formalmente al ministro della Giustizia di verificare l’istruttoria che aveva portato alla grazia.
Ed è qui che nasce il problema politico e istituzionale.
Perché tanta fretta?
Perché il Capo dello Stato (che, come è noto, gode da parte mia – e si può legittimamente pensare: “E chi se ne frega” – di meno stima di quanta gliene riservano gli italiani) ha sentito il bisogno di reagire immediatamente alle accuse giornalistiche, senza attendere che quelle accuse fossero a loro volta verificate?
Col passare delle settimane, infatti, molti degli “elementi” pubblicati dal Fatto si sono rivelati fragili, inconsistenti o apertamente infondati. Persino la testimonianza chiave dell’ex dipendente uruguaiana della casa del marito della Minetti ha perso credibilità.
Infine è arrivato Domani, giornale certo non sospettabile di simpatie berlusconiane, a pubblicare documenti e verifiche che smontano l’impianto dell’inchiesta giornalistica.
Resta allora una domanda scomoda: perché Mattarella è stato così precipitoso?
Nel caso Palamara il Quirinale non mostrò la stessa urgenza morale, anzi, sembrò seguire il pessimo esempio del Conte Zio di manzoniana memoria: lenire, sopire, sedare.
Viceversa durante il referendum sulla giustizia sentì la stessa fregola di sintonizzarsi con la pancia della piazza, quando intervenne per invitare nel Csm, ma rivolto alla politica, a “moderare i toni”, posizione letta da molti come un sostegno implicito al fronte del No.
Nel caso Minetti il Colle è sembrato preoccupato non di fermare il linciaggio e di difendere l’operato delle istituzioni, ma di evitare di essere sfiorato non dai sospetti sempre legittimamente nutribili verso qualsiasi istituzione, ma da quelli dolosamente creati ad arte.
Ed è questo il vero tema italiano: il bisogno compulsivo di costruire mostri e la paura delle istituzioni di divenire a propria volta il mostro di turno. Nella mia idea un po’ eroica, chi fa politica non deve aver timore dei maldicenti, specie se è un presidente della Repubblica.
La vita pubblica italiana è diventata una fabbrica di scandali istantanei.
Ogni giorno serve un colpevole da esibire, meglio ancora se donna, bella, con un passato controverso e magari “salvata” dal potere.
È il format perfetto: sesso, redenzione sospetta, privilegi, ipocrisia.
Un thriller morale da social network. Un luogo di elezione per il riciclaggio dell’invidia.
Poi magari arriva la verità, i documenti, le smentite.
Ma quando il mostro è stato già divorato in piazza, chi ha tempo di leggerle?
In Italia il garantismo è come l’estintore nei cinema: tutti giurano che sia fondamentale, purché resti appeso al muro e nessuno lo usi davvero.
E nessuno canta “Bella ciao” quando si fa carne di porco in piazza. Lo spettacolo della morte unisce Destra e Sinistra.

Il fatto ha costruito il caso Minetti per andare contro il Governo Meloni attaccando Nordio purtroppo non ammette l’errore e continua andando a scovare testimoni mentre la procura generale per adesso non trova riscontri su quello scritto dal fatto
Il Fatto è l’ennesimo esempio del pessimo livello che ha raggiunto il giornalismo oggi in Italia. Tranne rare eccezioni, questi OMISSIS amano disinformare la gente che acquista i loro giornali. Sembra provino quasi un senso di disprezzo per la gente. Così ottusi da non comprendere che senza la gente che va in edicola, loro farebbero un altro mestiere. Ma dopotutto, è tutta questa repubblica in evidente declino fin dagli anni Settanta. Basta che non trascini nel baratro morale anche l’Italia!! Quello sarebbe il vero guaio.
Sembra un pattern che, ahimè, si ripete spesso, con i non belli, odiati dal potere, calunniati perché ci si guadagna qualcosa. Io però aspetterei prima di trarre conclusioni.
Mi sono stupita molto che Mattarella abbia concesso la grazia: la Minetti non era in carcere, non rischiava di andarci, la pena era irrisoria, il bambino è stato già operato con successo. La Minetti ha compiuto un reato odioso e non ha pagato, anzi ne ha guadagnato una vita nel lusso.
Detto questo rimane l’ unico che ha autorità morale.
Caro Giovanni, per ciò che conosco io di queste vicende, questo è l’alibi del Fatto Quotidiano al linciaggio costruito. Ad oggi, non c’è un caso analogo che abbia seguito una procedura diversa. Poi ci sono tanti casi nei quali la convinzione italiana che la giustizia sia ripristinata solo col castigo si manifesta in tutta la sua ferocia. È Il Fatto che ha costruito la teoria del privilegio Minetti: i fatti la smentiscono.
Caro Paolo, il problema posto nell’inchiesta è semplice, quanto fastidioso per coloro che avrebbero dovuto istruire con maggiore serietà e applicazione delle norme, la Minetti è più uguale di tanti povere detenute e detenuti,che secondo la legge, avrebbero dovuto espiare la pena?