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Conviene produrre latte?

di Paolo Maninchedda
Conviene produrre latte? La risposta è “Sì, ma ad alcune condizioni”.
La prima non è economica, è culturale.
Siamo capaci, da sardi, di stringere un patto tra di noi e di mantenerlo?
Se non finisce la sottocultura della furbizia, che sospetta sempre dell’altro e quindi legittima se stessi a fare qualunque cosa per difendersi, allora è molto difficile modificare le strategie economiche del comparto economico più intrecciato con l’utilizzo del territorio, con la produzione della ricchezza, con il turismo, con la salute e il benessere.
Mi spiego più nel dettaglio, facendo delle domande e dando delle risposte.
Prima domanda: c’è ancora bisogno di latte nel mondo (perché è al mondo che bisogna guardare, non solo in casa nostra)?
Sì, ce n’è bisogno, perché la popolazione mondiale sta crescendo, tendenzialmente sta migliorando il reddito pro capite e quindi negli anni un numero sempre più consistente di consumatori si affaccerà sul mercato. Il problema della sostenibilità economica e ambientale dei bisogni alimentari della popolazione mondiale (stimata in 9 miliardi di persone nel 2050) è un grande problema/opportunità. Tutta questa gente cercherà alimenti e proteine animali quali quelli presente nel latte.
Chi sono i grandi produttori di latte del mondo?
Per macroaree possiamo rispondere: l’Europa, gli Stati uniti e la Nuova Zelanda. Noi siamo una realtà seria della produzione ovina europea.
Come si stanno organizzando i grandi produttori?
Stanno (tutti) organizzando la filiera produttiva secondo quattro obiettivi: formazione dei produttori (un produttore che sa, sa far meglio di uno che non sa); aggregazione (essere troppo piccoli significa essere subordinati); efficienza produttiva (la filiera del valore del prodotto deve essere studiata, capita, ingegnerizzata e controllata); managerialità (o si è organizzati e gestiti in modo efficiente o non si guadagna e si esce dal mercato);  diversificazione e innovazione (se si fa sempre e solo una cosa e non si è monopolisti, si è deboli, esposti e subordinati alle oscillazioni di prezzo di quella sola cosa).
Come stanno facendo tutto questo?
Non con grandi leggi, non con grandi interventi pubblici, ma con grandi accordi tra privati. L’intervento pubblico è aggiuntivo e premiale.
Adesso torniamo alla Sardegna.
Siamo in grado oggi di comprendere una cosa semplice: per guadagnare di più (per generare più ricchezza) non serve sempre produrre di più, ma farsi ben pagare (aumentare la marginalità). Esempio: è meglio guadagnare 200 euro con 100 litri di latte che 200 euro con 200 litri.
Allora proviamo a dire cosa serve alla Sardegna: serve un grande accordo su quanto latte si produce ogni anno, quanto ne si lavora per determinati prodotti, quanto ne si tira fuori dal mercato, se necessario (come si è fatto per esempio nel settore bovino), pur di tenere il prezzo. Ogni allevatore deve sapere, prima dell’inizio della campagna, quanto latte è opportuno che lui produca in modo da non inondare il mercato di un’offerta così alta da distruggere ogni prezzo e ogni valore. Se produttori e trasformatori facessero questo accordo (e non è difficile, bastano, se non mi sbaglio, tre cooperative e qualche industriale per mettere insieme già circa l’80% del settore in Sardegna), le banche inevitabilmente finanzierebbero chi si dà una disciplina seria per regolare l’offerta e non altri, perché per le banche il rischio diminuisce con un’offerta regolata. Se questo accordo venisse fatto, controllato e mantenuto, allora le politiche pubbliche di incentivazione, controgaranzia, acquisto di eccedenze, sarebbero più giuste e motivate e perderebbero completamente quell’effetto stantio di provvedimenti emergenziali e tampone che inevitabilmente assumono e assumerebbero in assenza di grandi strategie tra privati.
E quindi ripropongo la domanda: sappiamo fidarci e unirci? Da qui passa un pezzo importante del futuro della Nazione Sarda.