Con Pigliaru siamo a sette

6 gennaio 2014 11:230 commentiViews: 806

6Ora il centrosinistra deve elaborare e presentare il programma di governo della Sardegna da proporre agli elettori per cercare di risalire la china ed evitare che dal tracollo si passi alla catastrofe economica e sociale. Un programma che sia in grado di unificare l’insieme delle anime di chi ritiene sia necessario un deciso e immediato cambio di rotta, un programma che sia molto convincente e pratico per convincere i sardi sulla bontà di scelte che siano avanzate, percorribili in tempi oggettivamente brevi, realmente a difesa dell’isola e della sua Autonomia.

Il Pd ha fatto la sua scelta. Una lunga notte per sfoltire la lista dei papabili, annullare veti incrociati e arrivare all’indicazione di Francesco Pigliaru, 59 anni, sassarese di nascita, prorettore dell’Università di Cagliari, economista, già assessore regionale della Bilancio e della Programmazione  nella Giunta Soru.

Da focusardegna.com ecco una recente sintesi del Pigliaru-pensiero in 10 punti.

1. La Sardegna subisce notoriamente in ritardo gli eventi economici. Siamo ancora nel bel mezzo della crisi o si intravede l’uscita dal tunnel?

Il problema della crisi in Italia è che ha colpito un organismo economico molto debole, abituato a cavarsela con svalutazioni competitive e creazione di debito pubblico. Due meccanismi che a un certo punto sono diventati insostenibili. Da allora l’Italia ha smesso di crescere. La crisi ha colpito nel bel mezzo di questa dimostrata incapacità di reagire a un mondo che nel frattempo era profondamente cambiato. Si uscirà dalla crisi con il resto dell’Italia, ma i problemi non saranno scomparsi, ho paura. Senza aumenti di produttività (leggi: innovazione basata su grandi e diffusi investimenti in capitale umano), senza semplificazioni amministrative e senza diminuire la pressione fiscale, soprattutto per le imprese, rimarremo al palo.

2La Zona Franca integrale è un obiettivo realmente raggiungibile o sarebbe meglio pensare ad un’altra forma di fiscalità di vantaggio?

Faccio fatica a capire perché si insiste tanto sulla zona franca integrale. Mettiamola così: se uno vuole un territorio con tasse al minimo e con servizi pubblici anch’essi al minimo, basta dirlo. Fondi un partito per l’indipendenza da tutto, Europa inclusa, e si accomodi. Altro è ragionare su vantaggi fiscali da compensare con minori entrate nel bilancio regionale. Quella è una scelta legittima e coerente con il contesto nel quale siamo inseriti. Se vogliamo rinunciare all’entrata Irap perché riteniamo che il vantaggio per le imprese sia superiore al costo che dobbiamo sopportare in termini di minori servizi finanziati con le entrate regionali (diminuite per l’abbattimento dell’Irap), siamo perfettamente legittimati a proporre questa soluzione. Su questa strada si può andare avanti, è una strada che ci consente di assumerci tutte le responsabilità dei costi e dei benefici associati a scelte di questo tipo.

Se invece si pensa che siccome siamo un’isola allora l’Italia ci deve chissà quanto, il rischio è di trasformarci in questuanti. Una cosa francamente triste. I costi dell’insularità si possono stimare con precisione, e se lo si fa si scopre che spesso la soluzione non è monetaria ma politico-regolamentare. Quel tipo di soluzioni è giusto rivendicarle a gran voce, ma con precisione di analisi e chiarezza di obiettivi.

3. A suo parere, per stimolare la ripresa, sarebbe più opportuno allentare la pressione fiscale sui consumi o sul lavoro?

Lo ha detto bene Standard & Poor’s l’altro ieri: abbassare le tasse su consumi e patrimoni non è la cosa prioritaria: prima serve abbassare le tasse sui fattori di produzione, a cominciare dal lavoro. Tagli di tasse di quest’ultimo tipo hanno effetti moltiplicativi decisamente più forti, aiutano più intensamente e rapidamente l’economia.

4. Sardex, il circuito di credito commerciale, può costituire una piccola soluzione alla crisi dei consumi o è solo un’illusione?

Non so se può aiutare significativamente i consumi. Intuisco che può essere uno strumento interessante soprattutto per le imprese e soprattutto in una fase di terribile restrizione dell’accesso al credito. E’ una piccola cosa, ma le piccole cose contano, a condizione di non sopravvalutarne il ruolo.

5. Ridurre la spesa pubblica regionale è un imperativo ma, concretamente, dove si potrebbe tagliare?

Il dramma è che rispondere non è facile per una ragione molto semplice. Le mille politiche adottate e generosamente finanziate con i nostri soldi hanno prodotto effetti, positivi o negativi, che nessuno si è curato di individuare. Se avessimo il catalogo di “cosa ha funzionato e cosa no” sarebbe enormemente più facile capire cosa tagliare e cosa rinforzare, non crede? Io una cosa non la capisco: perché non ci sia una rivolta dei cittadini per chiedere il rendiconto delle spese. Che risultati si sono ottenuti con il piano straordinario per il lavoro? Ci serve avere decine di enti regionali costosissimi? Stanno producendo o no risultati che giustificano la spesa? Sono anni che auspico che il Consiglio regionale adotti una legge per favorire la valutazione delle politiche pubbliche, come si fa ovunque, dagli Stati Uniti alla Germania. Niente, solo orecchie da mercante, dal Pd al Pdl passando per i partiti minori. Alla fine mi hanno detto: A France’, guarda che di quella cosa non glie ne frega niente a nessuno. Devo concludere che hanno ragione?

6. Perché l’accesso al credito bancario ci vede più penalizzati rispetto ad altre regioni italiane con “fondamentali” peggiori dei nostri?

In Sardegna l’indice di concentrazione bancaria è più alto che altrove. Insomma, c’è meno concorrenza e questo non fa mai troppo bene al mercato.

7. C’è a suo avviso un settore sul quale la Sardegna dovrebbe puntare fortemente?

Ci sono le cose ovvie: turismo e agroalimentare: lì abbiamo vantaggi comparati naturali, assurdo non sfruttarli con decisione e massima professionalità. L’Expo di Milano metterà il turismo che cerca qualità di prodotti e di esperienza di vita al centro dell’attenzione internazionale. Una Sardegna organizzata potrebbe trarne molti benefici, potrebbe agganciare flussi di turismo di qualità, di turismo sostenibile. A condizione di saper mettere le cose in ordine nei trasporti e in molte altre cose nostre. Poi c’è — più che un settore — una condizione: quella di saper assorbire innovazione, in tutti i settori, da quelli high tech a quelli “tradizionali”. L’innovazione è pervasiva, entra dappertutto se sappiamo tenere aperte le porte. Con molta meno burocrazia, molta più meritocrazia e molte più competenze diffuse rispetto a quelle attuali.

8. C’è un suggerimento che darebbe alle Università Sarde?

Le nostre università stanno lavorando duro per stare in serie A. Lo stanno facendo dialogando continuamente con l’ente regionale, perché lì sta la soluzione. Lo ha fatto bene il Trentino, lo stiamo facendo bene anche noi. Oggi in Sardegna le condizioni per fare ricerca sono molto migliorate. Dobbiamo consolidare questo processo virtuoso e dobbiamo diventare ancora più precisi nell’incoraggiare la qualità della ricerca e della didattica e nel puntare a una maggiore internazionalizzazione. In pochi anni molto è cambiato. E molto deve ancora cambiare, per il meglio.

9. Cattiva politica e troppa burocrazia sono indubbiamente due mali. Quale il peggiore?

Troppa burocrazia, senza dubbio. L’Italia è una follia, da questo punto di vista, come sa bene ogni cittadino. Trovare il bandolo della matassa per uscire da questa follia non è semplice. Abbiamo una normativa che sanziona chi fa un piccolo errore amministrativo e ignora (non sanziona) che fa il pesce in barile, rimandando continuamente una decisione che dovrebbe prendere per rispondere a una legittima richiesta di un cittadino. Questa asimmetria produce disastri ogni minuto. Disastri economici, intendo. Stamattina mi parlavano di un grande ristorante che avrebbe dovuto aprire mesi fa. A marzo hanno chiesto l’allaccio alla rete idrica, pronti ad aprire. Gli arriverà forse a settembre. Quanti stipendi non sono stati pagati nel frattempo a causa di questa assurdità? E in un periodo di crisi atroce.

10. Ipotizziamo questo scenario: E’ il 2013, lei è un giovane ragazzo sardo che si è appena laureato. Cosa farebbe?

Rifarei quello che ho fatto, avendone la possibilità: via dalla Sardegna per imparare ancora: Milano, Inghilterra, Stati Uniti. Con borse di studio, cercando di non pesare sulla famiglia. Oggi è più facile, i finanziamenti ci sono, Erasmus aiuta a scaldare i motori, Master & Back a fare scelte all’interno di un ampio catalogo. E poi naturalmente tornare in Sardegna per restituire qualcosa di ciò che si è avuto.

Ricapitolando si è arrivati a sette candidati alla presidenza della Regione:

come detto, Francesco Pigliaru, indicato dal Pd e in attesa del via libera degli alleati del centrosinistra;

Ugo Cappellacci per il centrodestra;

Gigi Sanna per il Movimento Zona Franca;

Pier Franco Devias per il Fronte Unidu Indipendentista;

Cristina Puddu per Meris;

Michela Murgia per Sardegna Possibile;

Mauro Pili per Unidos.

(MM)

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