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La mia vita privata è privata
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La mia vita privata è privata

di Paolo Maninchedda
Vedo pubblicate sui siti di mezzo mondo le immagini del primo ministro canadese che gioca col figlio.
Al contrario io, quando ieri sera ho ricevuto le immagini della presentazione del libro di Antonello Soro a Macomer, ho provato fastidio nel notare che al mio arrivo sono stato fotografato con mia moglie, che pochi, grazie a Dio, conoscono.
Non capisco che cosa un uomo pubblico voglia mostrare pubblicando pezzi della sua vita privata.
Si vuole mostrare che si è persone normali? E chi ne dubita?
Si vuole apparire accattivanti? E per che cosa? (…) Si pensa che le immagini domestiche desacralizzino il potere e lo rendano più popolare?
Ho qualche dubbio. Più probabile che si pensi a una disponibilità ad usare anche il privato per la ricerca del consenso. Se convincere gli altri delle proprie idee diventa un’ossessione pervasiva da indurre a mettere in gioco tutto e tutti, allora si è superato il limite tra la coscienza della pochezza di sé, che ogni uomo dovrebbe sempre aver presente, e la temporanea apparente grandezza che la popolarità sembra accreditare. Se ci si ammala di ‘consenso ad ogni costo’ si perde se stessi e si diventa icone, immagini, manifesti, cioè un centesimo di ciò che vale un uomo.

Sui social la violenza e la bile al potere
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Sui social la violenza e la bile al potere

di Paolo Maninchedda
Proviamo a mettere in fila le reazioni di ieri sull’incendio nella sede di Abbanoa.
Primo: i vigili del fuoco non hanno minimamente detto che si sia trattato di un fatto doloso o colposo. Hanno detto che la causa è stata un fatto elettrico (espressione molto ponderata).
La Nuova Sardegna sentenzia che non è stato un attentato; decimo ‘incidente’ in tre anni, ma evidentemente casuale. Poi sono usciti sotto la notizia nelle pagine Facebook dell’Unione Sarda e di Castedduonline questi commenti: “Tutto dovevano bruciare”;
“O che peccato non ha bruciato abbastanza”; “Fattu bene”; “Non è la sede che dovevano bruciare ma gli alti vertici”; “Ta lastima”; “Lastima… sono sciacalli”; “Stragodo, strozzini autorizzati”. Ecco, questo è il repertorio della bile, della violenza, del qualunquismo e del fascismo. Ma si tratta solo di corti circuiti casuali. Meglio non vedere, non sentire, non parlare.
“Non un incendi una surra e bombasa”.