La richiesta di dimissioni della presidente del Cacip, Barbara Porru, avanzata dai sindaci di Assemini, Capoterra e Sarroch, è un fatto politico di rilievo. Non tanto per la vicenda personale della presidente, quanto perché rappresenta la prima vera crepa in un sistema di governo del Consorzio industriale che da anni appare immobile e incapace di misurarsi con la più grande occasione economica di cui dispone Cagliari.
Quell’occasione ha un nome preciso: Zona franca doganale.
Cagliari possiede una condizione unica in Italia. È una Zona Franca Doganale interclusa permanente. Un vantaggio competitivo che, se accompagnato da una politica industriale coerente, potrebbe attrarre investimenti, trasformazione delle merci, logistica avanzata e produzioni ad alto valore aggiunto. Non si tratta di un’astrazione giuridica, ma di uno strumento concreto di politica economica.
Eppure tutto è fermo.
La società che dovrebbe gestire la ZES di Cagliari, la Cagliari Free Zone, partecipata dall’Autorità di sistema portuale e dallo stesso Cacip, continua a rimanere sostanzialmente paralizzata. Il motivo è noto: il Consorzio non ha ancora messo a disposizione le aree indispensabili per consentire alla Zona franca di decollare. Così, mentre si discute di alberghi, waterfront e servizi, resta inutilizzata la leva che potrebbe produrre vera ricchezza, occupazione qualificata e nuova manifattura.
Per questa ragione la vicenda delle dimissioni richieste alla presidente Porru assume un significato che va ben oltre gli equilibri interni del Cacip. Significa interrogarsi se sia arrivato il momento di chiudere una stagione nella quale il Consorzio è apparso troppo spesso subordinato a un sistema di relazioni consolidato, da molti individuato nell’influenza esercitata dal presidente della Camera di commercio, Maurizio De Pascale.
Ma cambiare una persona non basta.
La nuova Autorità di sistema portuale, guidata dall’ingegner Bagalà, dovrà dimostrare di interpretare il proprio ruolo come motore dello sviluppo pubblico del porto. Bagalà è espressione di un aggregato politico nel quale si incontrano la Lega e il leader del Forte Village, Lorenzo Giannuzzi. La sua provenienza professionale e il quadro di relazioni che ne hanno accompagnato la nomina rendono perciò necessario un supplemento di attenzione: l’Autorità portuale deve guardare anzitutto all’iniziativa e agli interessi pubblici, non privilegiare quelli privati verso i quali il nuovo presidente mostra, anche per formazione ed esperienza, una maggiore familiarità.
La responsabilità maggiore, però, ricade sulla Regione.
L’assessore dell’Industria deve uscire dalla logica dei singoli dossier e assumere una visione regionale. Se davvero si vuole far vivere la Zona franca, servono risorse per acquisire le aree necessarie, una strategia industriale e la capacità politica di negoziare con un centrodestra che nel Cacip conserva un peso decisivo. È un lavoro di governo, non di propaganda.
La Sardegna discute spesso della propria Autonomia speciale come se fosse un principio da celebrare. La Zona franca doganale di Cagliari offre invece la possibilità di trasformarla in uno strumento concreto di sviluppo. Sarebbe un errore imperdonabile continuare a lasciarla bloccata per inerzie amministrative, puntigli istituzionali o rapporti di forza ormai esauriti.
La richiesta di dimissioni della presidente del Cacip può essere soltanto una notizia. Oppure può diventare il primo passo per liberare una delle maggiori occasioni economiche che la Sardegna abbia oggi a disposizione. Dipende dalla politica decidere quale delle due strade percorrere.

L’elemento alieno è stato fatto fuori.
Ora il CACIP, finalmente in sintonia con l’uomo solo al comando di Tecnocasic, potrà finalmente, dopo 7 anni, concludere i lavori sul forno Linea A per poi mettere mano sul forno Linea B (dopo che Tecnocasic ci ha buttato dentro invano milioni per poi non farlo ripartire perchè troppo malridotto). La Due Diligence, di fatto, si è rivelata un boomerang per la ormai ex Presidente: ha evidenziato le pecche della gestione di Tecnocasic, accompagnata però dall’evidenza di diversi errori della chiacchierata gestione del CACIP.
Ora tutti potranno andare d’accordo: mamma e figlia, ovvero Ente proprietario e Società partecipata al 100%.
Per il bene della collettività (e di precise compagini politiche sarde). Amen.
Cagliari Free Zone ha molti nemici. Sono gli attori che rafforzano l’idea che la Sardegna debba rimanere sottosviluppata, che viva di turismo (una colossale bugia ripetuta per far sì che appaia come una storia vera), che il modello da seguire sia quella del cemento di fronte al mare, che contano gli yacht che passano davanti alle coste pensando che sia fonte di ricchezza o che immaginano che sagre, fiere e concerti siano le leve dello sviluppo.. Oltre al Cacip, socio della Cagliari Free Zone, ne citerei molti altri. Sono quelli che, come qualche Paese di altri continenti, consentono a pochi di prendere tutto condannando molti a diventare sempre più poveri. Ma la soluzione sta arrivando. Ci stiamo estinguendo, le culle sono vuote, i giovani ci stanno salutando per tornare, speriamo, solo in vacanza. Nessuno sentirà la mancanza di un popolo così stolto.
Forse si attendono condizioni astrali più favorevoli?
Sia il CACIP che la società in house Tecnocasic, negli ultimi anni sono state gestite e condotte da persone prive di storia politica ed industriale. A prescindere dalle reali capacità personali, entrambe le figure hanno dimostrato di non avere visione, non sapere programmare e pianificare e tanto meno condurre tecnicamente le importanti questioni aperte su diversi fronti e in più tavoli. Gente chiusa in se stessa, che non ha saputo dialogare con Enti regionali e Ministeri competenti e si è fidata di lacchè tutt’altro che affidabili. Il risultato è sotto gli occhi di tutti.
Beh, il fatto in sé sarebbe decisamente interessante se i sindaci di Capoterra, Sarroch e Assemini avessero come preoccupazione lo sviluppo del territorio.
Purtroppo credo che gli interessi che stanno muovendo questa partita siano di piccolo, piccolissimo cabotaggio, nonché di ben altra natura.
Sentiremo parlare di questa vicenda e delle inattese conseguenze, ancora per molto tempo, vista la situazione debitoria del Tecnocasic.
Ad maiora.
Caro Professore, Lei sa bene che purtroppo la politica e certi centri di potere viaggiano a braccetto e che la scelta strategica di nominare in certi ruoli importanti “utili idioti” e’ voluta e perseguita scientificamente a discapito di merito e soprattutto competenze che “disturbano i manovratori “, dubito che questo scenario potrà cambiare
Se non fossimo amministrati da incompetenti e arrivisti.chel obbiettivo principale e dare incarichi ai propri compiacenti probabilmente, sarebbe la Regione con più opportunità di sviluppo posizione geografica centro mediterraneo e la bellezza naturale
La politica regionale della Sardegna continua a essere sostanzialmente paralizzata. Non sono soltanto la mancata attuazione della Zona franca o il continuo stallo del Cacip a dimostrarlo: numerosi provvedimenti strategici, sanità, variazione bilancio, riforme e decisioni attese da cittadini e imprese restano bloccati o procedono con estremo ritardo, alimentando una diffusa sensazione di immobilismo istituzionale. A confermare questa situazione sono anche i numeri dell’attività del Consiglio regionale: nel mese di giugno non si è tenuta alcuna seduta d’Aula e, dall’inizio del 2026, il Consiglio ha lavorato complessivamente per appena 73 ore (dati unione sarda) https://www.unionesarda.it/politica/consiglio-regionale-zero-riunioni-a-giugno-nel-2026-al-lavoro-per-73-ore-in-tutto-c882wkeq . Un dato che fotografa una fase di forte rallentamento dell’attività legislativa e politica, mentre restano aperti e irrisolti alcuni dei principali dossier economici, industriali e infrastrutturali dell’Isola.