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Verso Tramatza 23/9: centodieci tasse, due secoli di persecuzione del Nord e adesso siamo anche colpevoli. Il grafico del potere italiano

In Italia negli ultimi vent’anni le tasse sono aumentate del 65%. In valore assoluto il dato è di 198 miliardi di aumento in vent’anni.
In Sardegna nel decennio 2004-2014, il tasso di povertà relativa è aumentato del 6,9%. Ogni anno 4.000 famiglie sarde sono entrate nel cono d’ombra della povertà.
Anche i ciechi capirebbero che la causa principale della povertà in Sardegna è il prelievo ingiusto della ricchezza necessaria a combatterla.
Dal 1848 la Sardegna non accumula capitale come potrebbe, cioè da quando, anche allora per la lite interna tra sardi riformisti e sardi conservatori (cioè, allora, tra italianisti fusionisti e regnicoli conservatori) si fece la solenne fesseria di esigere in Sardegna le stesse regole tributarie del Piemonte: un suicidio.
Ogni sardo paga ogni anno 110 tributi, un’enciclopedia di leggi e di denaro. I servizi dei sardi (sanità, enti locali, trasporti ecc.) sono coperti prevalentemente da due tasse che tutti paghiamo: Irpef e Iva. Gli altri 108 sono il capolavoro dell’inefficienza e della prevaricazione.
Dinanzi all’evidenza di un peso di norme e di tributi così ingiusto e oppressivo, abbiamo anche la beffa: la CGIA di Mestre dice che siamo tra le regioni con la maggiore evasione fiscale, che però è sempre stimata, cioè è un’ipotesi, ed è stimata da istituti del Nord che usano parametri nazionali (cioè ovviamente condizionati dalla forza del Nord e dalla sua egemonia sullo Stato) funzionali a dare la colpa alle regioni povere. L’Ufficio Statistiche della Regione non riesce a fare analisi così utili, ne fa altre, e intanto l’egemonia culturale settentrionale e l’infamia morale dell’evasione prende piede.
Quindi il paradosso sarebbe il seguente: il Nord continua serenamente a produrre ricchezza e reddito pur con questo fisco, il Sud e le Isole continuano a perdere ricchezza, ma la colpa non sarebbe del Fisco ma delle Isole e del Sud. Un sillogismo all’italiana
Guardate questo grafico: quanti presidenti del Consiglio dei ministri provenivano dal Nord Italia nel Regno d’Italia? E quanti nella Repubblica italiana?
Mediamente il 70% dei Presidenti del Consiglio  sono sempre stati della parte più ricca dello Stato italiano, e quella parte si è ulteriormente arricchita.
Noi sardi dobbiamo capire che il nostro problema di sviluppo è un problema di potere, è un problema di Stato.
Quando i Riformatori dicono che bisogna iscrivere il tema dell’insularità in Costituzione, dicono che la Costituzione italiana non è più in grado di interpretare il rapporto Sardegna-Italia.
Ma è possibile che dinanzi a questa evidenza, cioè dinanzi all’urgenza che i sardi si uniscano in una dialettica forte con lo Stato italiano, si continui a dividersi tra sardi, facendo il gioco dello Stato italiano, rinfacciandosi gli uni agli altri responsabilità marginali rispetto a quelle storiche dello Stato? È come bisticciarsi in una cella tra ingiustamente detenuti, mentre il direttore del carcere impera sulle cose e sulle persone.
Quando noi diciamo alla Destra e alla Sinistra sarde che occorre convergere in un terreno comune, che occorre una tregua interna per mettere a posto le istituzioni sarde e dotarle di veri poteri, possibile che non se ne colga l’urgenza? O si pensa che vincendo di un voto in più si abbia poi la forza di unire la Sardegna per avere la forza necessaria per un cambiamento di orizzonte così forte come è necessario realizzare?
Lo ripeto da anni: la competizione tra le élite sarde è la causa della debolezza della Sardegna nel mondo. Siamo troppo pochi per dividerci e abbiamo più ragioni per unirci che per distinguerci.