Il 31 ottobre 2026 Leone XIV ha nominato Francesco Cavina visitatore apostolico a carattere speciale per la parrocchia di Medjugorje. Un incarico importante, a tempo indeterminato, che restituisce una responsabilità pastorale al vescovo che nel 2019 lasciò Carpi dopo un’indagine archiviata e una devastante esposizione pubblica. La notizia ufficiale di Vatican News chiude una lunga parentesi. Non chiude le domande su come quella parentesi cominciò. E per me riapre la ferita sull’episcopato sardo, silente – evidentemente, secondo il costume istituzionale – sulla devastazione papale ai danni del cardinale Becciu e su quella giudiziaria ai danni del fratello e del vescovo di Ozieri, silentissimo sugli abusi di giustizia operati dalla magistratura sarda ai danni di tutti noi e sulla corruzione diffusa del ceto politico in carica, così generoso – coi soldi pubblici – con le caritas e le diocesi sarde.
L’inchiesta riguardava i rapporti fra politica e amministrazione a Carpi. Qui un esempio della distruzione morale del vescovo messa in atto da L’Espresso.
Cavina venne coinvolto nell’ipotesi di corruzione elettorale insieme all’allora vicesindaco Simone Morelli: si sospettava uno scambio fra sostegno nell’elettorato cattolico e finanziamento comunale di uno spettacolo per il ritorno della statua dell’Assunta in cattedrale. Circa quindicimila euro, poi non erogati. L’accusa non resse: la stessa Procura chiese l’archiviazione, poi concessa dal giudice. Lo riferirono le cronache dell’epoca.
Intanto le conversazioni intercettate erano diventate materiale giornalistico. Non soltanto quelle utilizzate per discutere i rapporti con la politica: Cavina denunciò la pubblicazione anche di telefonate legate al proprio ministero. La Camera penale di Modena intervenne con parole inequivocabili: deplorò la diffusione di atti coperti dal segreto investigativo e di conversazioni, nella maggior parte dei casi, irrilevanti per l’indagine. A essere colpita era anche la riservatezza dei fedeli che si rivolgevano al proprio vescovo. Non era dunque soltanto l’autodifesa di un uomo ferito: erano penalisti a denunciare una lesione dei diritti.
Il 26 giugno 2019 Francesco accettò le dimissioni di Cavina, allora sessantaquattrenne. L’indagine era già archiviata, ma, spiegò il vescovo, la pressione mediatica continuava. Nella ricostruzione pubblicata da Vatican News, il Papa accolse la rinuncia «con dispiacere», «dopo ripetute richieste». Non risulta quindi una destituzione imposta da Roma. Resta un fatto amarissimo: l’archiviazione giudiziaria non bastò a consentirgli di proseguire serenamente il proprio ministero.
La Chiesa non fu tutta assente. Già l’8 aprile i due pro-vicari generali, Carlo Malavasi e Massimo Fabbri, avevano difeso Cavina a nome del presbiterio, denunciando attacchi diffamatori. Sarebbe ingiusto cancellare quel gesto. Dimostra, anzi, che parlare chiaramente era possibile.
Colpisce perciò il diverso registro del comunicato dei vescovi emiliano-romagnoli del 27 giugno, successivo alle dimissioni. Solidarietà, preghiere, ringraziamenti per la ricostruzione dopo il terremoto. Ma nessun richiamo esplicito all’archiviazione; nessuna denuncia della pubblicazione delle conversazioni estranee all’indagine. La sofferenza viene riconosciuta, le sue cause restano sfocate. A mio giudizio, è qui la viltà istituzionale: nella prudenza che trova parole per compatire un uomo e ne risparmia per difenderne pubblicamente i diritti. Diocesi di Carpi
Oggi la diocesi di Carpi si congratula per la nomina e confida nel suo «sapiente magistero». Bene. Ma quel comunicato non torna sulla ferita del 2019, non propone un esame di coscienza, non contiene una richiesta di perdono. La fiducia di Leone XIV è un fatto nuovo e positivo. Non può diventare l’occasione per archiviare anche la memoria. A Cavina gli auguri sono dovuti; dalla Chiesa sarebbe lecito attendersi anche il coraggio di interrogarsi su quanto sia stata adeguata la propria difesa di un uomo travolto dal sospetto.

Un’altra vittima della malainformazione dell'”Espresso” e co. Coglie nel segno Paolo Maninchedda quando critica l’atteggiamento della gerarchia ecclesiale e ne denuncia la vigliaccheria alla don Abbondio di fronte all’ingiustizia: «La sofferenza viene riconosciuta, le sue cause restano sfocate. A mio giudizio, è qui la viltà istituzionale: nella prudenza che trova parole per compatire un uomo e ne risparmia per difenderne pubblicamente i diritti. (…) Oggi la diocesi di Carpi si congratula per la nomina e confida nel suo «sapiente magistero». Bene. Ma quel comunicato non torna sulla ferita del 2019, non propone un esame di coscienza, non contiene una richiesta di perdono. La fiducia di Leone XIV è un fatto nuovo e positivo. Non può diventare l’occasione per archiviare anche la memoria. A Cavina gli auguri sono dovuti; dalla Chiesa sarebbe lecito attendersi anche il coraggio di interrogarsi su quanto sia stata adeguata la propria difesa di un uomo travolto dal sospetto».
Ed è giusto il parallelismo con il “caso Becciu”: il caso di un uomo innocente appeso a una croce per malagiustizia e malainformazione. Per non parlare dello scandaloso silenzio del giornalismo cattolico, vile come i suoi capi.
Avanti! https://andreapaganini.ch/CASO_BECCIU.html
Egregio Professore,
ho il fondatissimo timore che a Giovanni Angelo Becciu verranno restituiti gli onori solo in un caso: post mortem (speriamo lontanissima nel tempo).
Una restituzione anticipata sarebbe un’ammissione lampante di colpevolezza di un intero sistema, dai faccendieri/e fino al furioso Capo in testa, passando per magistrature accondiscendenti, rescripta maleodoranti e orripilanti vigliaccherie). Becciu vivo sarebbe lì a ricordargliele, con la sua sola esistenza.
Il vescovo di Carpi, non a caso, non è stato reintegrato in una diocesi Emiliano-romagnola ma “promosso”. A Medjugorie.
E assomiglia tanto, ma proprio tanto, al “ut amoveatur”.