Ieri avrei dovuto presentare a Cagliari, insieme a tanti altri, il volume curato da Giancarlo Nonnoi Cagliari e la Sardegna verso l’Europa (Sandhi editore); un contrattempo mi ha impedito di essere presente, ma sento il dovere di segnalare il libro.
In primo luogo perché ha l’intelligenza, sin dal titolo, di distinguere l’area urbana sarda da quella rurale. La Sardegna ha il suo modello di distribuzione della popolazione radicato ancora nella rete nata in età imperiale (si legga l’ultimo libro di Attilio Mastino) tra le colonie (prime fenicie, poi puniche, infine romane, anche di nuova fondazione) e l’insediamento diffuso delle campagne, con i “grumi” residenziali dei vici e dei pagi spesso nati intorno a pratiche cultuali. In età medievale, questa bipartizione è divenuta subordinazione e tal quale è giunta ai nostri giorni. Pensare oggi di programmare, per esempio, la Sanità sarda senza capire che occorre predisporre due modelli distinti e dialoganti e non uno urbanocentrico e inefficiente, significa non capire una cipolla di storia. La storia urbanistica di Cagliari, compreso il programmato non realizzato, è ripercorsa (penso ai contributi di Franco Masala, Marcello Schirru e Alessandra Pasolini) nel volume con dovizia di tavole, di documenti, di ricostruzioni non solo di opere, ma anche di rapporti professionali, a illuminare il fatto che, ieri come oggi, Cagliari è eminentemente una città di relazioni piuttosto che di meriti, ma anche che è stata nel tempo città di scelte coraggiose, a volte azzardate, a volte brutte, ma comunque un luogo di grandi scelte.
Nell’introduzione Nonnoi cita Il bacio di Lamourette (Le Baiser de Lamourette, 1997) è uno dei libri più noti dello storico francese Robert Darnton e a me molto caro. Il sottotitolo italiano è generalmente reso come: Riflessioni sulla storia culturale. Non è una monografia su un singolo argomento, ma una raccolta di saggi che illustrano il modo in cui Darnton concepisce la storia culturale. Il titolo deriva da un episodio della Rivoluzione francese. Il 7 luglio 1792 il vescovo costituzionale Adrien Lamourette propose all’Assemblea legislativa una riconciliazione generale fra le fazioni politiche. I deputati si alzarono, si abbracciarono e si baciarono pubblicamente in un momento di entusiasmo collettivo. L’armonia durò pochissimo. Da allora in Francia l’espressione “baiser Lamourette” indica una riconciliazione spettacolare e commovente, ma effimera. Il libro di Nonnoi è una grande e educata smentita dell’efficacia dei baci riconciliatori sardi privi di autentica conoscenza.
La seconda intelligenza del libro sta nel contrasto dichiarato alla doxa (l’opinione, ossia quel modo tutto sardo di confondere convinzioni con dimostrazioni) a favore dell’episteme (la conoscenza acquisita con metodo e secondo fonti esposte e verificabili). Noi siamo la Regione dove, purtroppo, alcuni insegnanti delle scuole medie inferiori insegnano che la Sardegna era Atlantide, o che il latino deriva dal sardo, o che conosciamo una presunta scrittura nuragica ecc. ecc. Basta leggere il saggio di Giovanni Murgia (dedicato al passaggio della Sardegna dagli Asburgo d’Austria ai Savoia) per convincersene; un intelligente contro canto a chi legge la storia a partire o solo da Torino o solo da Cagliari e che dimostra come le culture politiche hanno una durata più lunga degli Stati. La continuità degli attori e delle idee non cancella la discontinuità dei contesti in cui essi operano funziona come un utile correttivo alle letture fondate esclusivamente sulle cesure politiche.
Se poi leggiamo in successione i saggi di Nicoletta Bazzano (riservato al modo nel quale la storiografia post positivista e marxista hanno letto la figura di Bogino) e di Gianfranco Tore (sui progetti di riforma maturati nell’ultima età iberica dal ceto dei letrados stretti intorno alla Real Audiencia) si scopre che il riformismo boginiano sarà stato pure imposto nei metodi dall’alto, ma maturò dal basso quanto ai contenuti.
Notevole, nella sua forza compostamente demistificatoria, il saggio di Luciano Marrocu sulla ricostruzione dello sbarco dei Francesi a Cagliari nel 1793. È un articolo retoricamente “attico”, asciutto, elegante, ma dirompente verso le letture di certa faciloneria nazionalistica sarda (tanto roboante, quanto insopportabile): i Francesi si sconfissero da soli, questi i fatti.
Infine il saggio di Nonnoi, dedicato a un episodio dimenticato della storia cittadina cagliaritana: lo scontro tra il medico e professore universitario Francesco Barrago e il teologo della cattedrale Francesco Miglior a seguito di una conferenza (accademia la chiamavano allora, e se ne tenevano diverse durante l’anno accademico cui partecipava la città e l’intero corpo docente, bei tempi!) intitolata: L’uomo fatto a immagine di Dio fu fatto anche a immagine della scimia (con <m> scempia nel titolo). Insomma, un duello titanico sulle teorie di Darwin. Vorrei riassumere questo lavoro per i miei lettori, ma sarebbe deturparlo, perché è un piccolo gioiello, pensato e scritto come affresco di una città e di una storia del sapere che, ahimé, i filosofi dell’ateneo, ormai presi solo da logica e ermeneutica hanno abbandonato. È una micromonografia di storia culturale densissima, che consente a chi non conosca cosa è stato il pensiero di Darwin e il suo impatto in Italia e in Europa, di recuperare rapidamente. È un’ottima palestra formativa per gli insegnanti di scuola superiore.
Complimenti a tutti gli autori.


Egregio Morelli, siccome io la storia la conosco e conosco i mille fallimenti di un sistema che sceglie i vertici in base all’ordine di nascita e non in base alle capacità, le lascio le sue predilezioni e resterò tutta la vita mazziniano e repubblicano.
Credo che ai Savoia vengano addossate tutte le colpe possibili ed immaginabili. E numerosi loro meriti vengano insabbiati o peggio! attribuiti ad altri. È un modo di raccontare i fatti storici che insulta la verità e sembra favorire gli indottrinamenti antisabaudi e i lavaggi del cervello. Tra questa repubblica marcia fin dal 1946 ed i Savoia, scelgo tutta la vita questi ultimi.
Egregio Caprera, ma che bontà! Da un lato i Savoia aumentavano le tasse sui Sardi per “campare” una corte a dir poco parassitaria, e dall’altra chiedevano ai Sardi tassati di esentare i Sardi poveri. Da nutrire profonda ammirazione davvero!
… A propósitu de s’idea/proposta de Vincenzo Bacallar-Sanna at iscritu un’òpera su magistradu nuoresu Mauro Pusceddu e bazi e pessade cantas àteras cosas tiant iscobèrrere sos “topi di biblioteca” (lu naro cun rispetu ma a malugoro) si faghiat gai a cambiare una vìrgula de sa realtadade, libbertade e responsabbilidade de sos bios!!!
Ma forassiat a iscobèrrere ite podimnus e depimus fàghere cun sa libbertade e responsabbilidade chi tenimus de cambiare carchi vìrgula, o carchi puntu. Si semus bios. Si semus zente.
Auspico che almeno buona parte delle critiche contro i Savoia vengano cestinate, perché frutto solo di pregiudizio e non di fatti reali. Ad esempio, è un fatto accertato che il “cattivo” Carlo Felice di Savoia chiese agli Stamenti (Parlamento sardo dell’epoca) di esentare dal pagamento dei tributi i ceti meno abbienti. Quante volte viene citato questo episodio? Quasi mai! E ci sarebbero tanti altri esempi. I Savoia NON erano certamente odiati da una netta maggioranza dei Sardi. Ed il risultato del 1946 lo rende comprensibile a chiunque abbia onestà intellettuale per comprendere.
Caro professore,
a proposito del Settecento, Nonnoi cita il fatto non di poca
importanza che nel 1713 ad aprile il Trattato di Utrecht assegnava la Sardegna
al Duca di Baviera Massimiliano II Emanuele della Casa Wittelsbach quale re di Sardegna? Tutte le grandi potenze sottoscrissero il Trattato. Ma contro Carlo d’Asburgo, dal 1711 imperatore del Sacro Romano Impero Germanico, che a luglio del 1713 non sottoscrisse il Trattato, il sogno del principe elettore di Baviera – nonostante l’attivo sostegno dell’esule cagliaritano a Madrid del letterato e politico cagliaritano filospagnolo Vincenzo Bacallar-Sanna – non si avverò. Il progetto di Max Emanuel avrebbe significato per la Sardegna la tanto desiderata sovranità sotto un proprio re, e lo stesso Giovanni Maria Angioy verso la fine del Settecento sottolineò la modernità di questo piano. La storica dell’arte Sabine Enders inoltre ha scoperto lettere inedite del conte Louis Joseph d’Albert – inviato bavarese a Madrid – su un piano segreto che aveva per obiettivo la conquista militare dell’isola da attuare nell’inverno del 1713 con l’aiuto degli esuli sardi a Madrid per incoronare Max Emanuel re di Sardegna.
Come la Sardegna (dal 1708) anche la Baviera (dal 1704) era occupata dagli austriaci e il duca di Baviera si trovava in esilio in Francia da Luigi XIV… perché nella Guerra di Successione Spagnola aveva “tradito” gli stati tedeschi e si era schierato con Francia e Spagna…
Questa vicenda storica è stata raccontata e pubblicata dalla storica tedesca Sabine Enders che anni fa ha trovato tutta la documentazione a Monaco di Baviera nell’Archivio segreto della Casa Wittelsbach… Bacallar-Sanna denominò questo piano “Projet sur la Sardaigne”, un piano che avrebbe cambiato le sorti della Sardegna… nel 1794 circa G.M. Angioy lesse la versione francese del volumetto e rimase affascinato dal piano di Bacallar-Sanna… il quale deluso dalla cessione della Sardegna ai Savoia non volle più farvi rientro e morì nel 1726 all’Aia come ambasciatore della Spagna lasciando una biblioteca di 16 mila volumi venduti in seguito all’asta…
Nel volume di Sabine Enders – La Sardegna Paraninfa della Pace e un piano segreto per la sovranità 1712-1714 – ci sono in appendice lettere dell’ambasciatore della Baviera d’Albert, il quale condusse a Madrid le trattative con Vincenzo Bacallar-Sanna e col Marchese di Laconi… eccone alcuni passaggi interessanti: Albert al principe elettore di Baviera Massimiliano II Emanuele (Madrid, 25 aprile 1713): “Monseigneur […]. Ieri ho avuto una lunga conversazione con un sardo, il marchese di San Filippo [Vincenzo Bacallar] che, negli ultimi tempi, dopo aver visto che il Regno di Sardegna sarà ceduto immancabilmente a Vostra Altezza Elettorale, si comporta nei miei confronti in modo molto più aperto che in passato, e durante molte conversazioni avute con lui allo scopo di informarmi, gli ho chiesto se fosse passato molto tempo da quando egli aveva ricevuto notizie dalla sua terra. Mi disse che ne aveva ricevute con l’ultima posta e che lì attualmente paiono dominare confusione e agitazione, e io volevo saperne la ragione. Lui ha avuto molte difficoltà ad esprimersi, e tuttavia ho appreso ciò che segue… Il marchese di San Filippo mi ha pregato di mantenere un grande segreto: e così supplico Vostra Altezza Elettorale di tenerlo per Lei, e anche quando lo vedrà, di non rivelargli mai che io ho detto che lui mi ha parlato in confidenza su questo argomento… So che il marchese di San Filippo, ugualmente di nazionalità sarda, secondo tutte le apparenze rimarrà al servizio della Spagna, e a meno che non cambi atteggiamento, desidera di essere nominato da Sua Maestà Cattolica ambasciatore presso Vostra Altezza Elettorale appena Ella verrà incoronato [Re di Sardegna]. È un homme de lettres che possiede tante buone qualità e mi ha dato modo di fare delle conoscenze, e per certe particolarità di quest’isola può fare molto di più, ma quando sarà il momento avrò l’onore di spiegare più a lungo ciò che penso fondamentalmente di lui, benché fin da ora non voglio fargli torto presso Vostra Altezza Elettorale perché queste sono solamente precauzioni che stimo necessarie. […]. Ho l’onore di essere con tanto rispetto e devozione perfetta, Monseigneur, di Vostra Altezza Elettorale, l’umilissimo, obbedientissimo e rispettosissimo servitore Albert.”