L’inchiesta “Monte Nuovo” esce dall’udienza preliminare profondamente ridimensionata, ma tutt’altro che svuotata. Il Gup ha prosciolto alcuni imputati, ha preso atto dei patteggiamenti per altri e ha disposto il rinvio a giudizio di numerosi indagati (tra cui un Rettore, un ex assessore, un primario ecc.) per le contestazioni ritenute meritevoli del vaglio dibattimentale. La geografia processuale, dunque, cambia: alcune accuse cadono, altre vengono definite, altre ancora dovranno misurarsi con la prova del processo.
Chi sperava che il provvedimento certificasse l’esistenza di una gigantesca organizzazione criminale capace di occupare pezzi delle istituzioni dovrà prendere atto che la giustizia procede con il passo lento e severo delle prove. Chi, all’opposto, attendeva il crollo totale dell’impianto investigativo dovrà riconoscere che restano contestazioni ritenute sufficientemente solide da approdare al dibattimento. È il destino di tutte le grandi inchieste.
Ma sarebbe un errore leggere Monte Nuovo soltanto come un fascicolo di reati. Monte Nuovo ha mostrato una Sardegna che molti intuivano e pochi vedevano (in testa a tutti la prof.ssa Mazzette dell’Università di Sassari). Ha raccontato una fascia di confine tra il mondo dei reati veri e quello della legalità che, qui da noi come altrove, è il livello più oscurato dei rapporti sociali. Anche io ho conosciuto professionisti, studiosi, artisti affascinati dal mondo del crimine, suggestionati dalla semplificazione delle difficoltà (e anche dalla facilità di guadagno, ma in seconda battuta) che sa ottenere chi sa usare la forza e la violenza. Che pensare, per esempio del professionista che, negli atti dell’inchiesta, per accreditarsi nel nuovo incarico si reca ad accreditarsi dal maggior delinquente della zona?
Il codice penale è costretto a ragionare per fattispecie tipiche: un fatto è reato oppure non lo è. La società, invece, vive in una zona molto più sfumata. Esiste una vasta area grigia nella quale, di nascosto, i deboli si fanno affascinare dal diavolo.
È precisamente questa la lezione che Monte Nuovo consegna alla Sardegna.
Forse, alla fine, i reati definitivamente accertati saranno meno di quelli immaginati all’inizio dell’indagine. Forse alcune imputazioni, oggi sopravvissute, si scioglieranno come neve al sole durante il dibattimento. Fa parte della fisiologia del processo e anche della giustizia che non sa stare al quia (è un atteggiamento molto diffuso tra le forze dell’ordine, che reclutano molto tra il popolo e sono spesso animate dalla voglia di vendetta sociale del popolo, da una sorta di obbligo di smascherare un colletto bianco).
Resterà però ciò che migliaia di pagine di intercettazioni, informative e atti hanno inevitabilmente documentato: l’esistenza di un sistema di relazioni nel quale professionisti, dirigenti pubblici, politici, imprenditori e uomini provenienti dalla criminalità finiscono talvolta per condividere tavoli, linguaggi e reti di conoscenze. Non significa che tutti commettano reati; significa, però, che frequentano lo stesso backstage.
Ed è forse questa l’immagine più rilevante lasciata dall’inchiesta. Non tanto una mafia onnipotente capace di controllare le istituzioni, quanto una società nella quale la distanza sociale tra mondi che dovrebbero restare dialetticamente separati si è progressivamente accorciata.

“Resterà però ciò che migliaia di pagine di intercettazioni, informative e atti hanno inevitabilmente documentato: l’esistenza di un sistema di relazioni nel quale professionisti, dirigenti pubblici, politici, imprenditori e uomini provenienti dalla criminalità finiscono talvolta per condividere tavoli, linguaggi e reti di conoscenze. Non significa che tutti commettano reati; significa, però, che frequentano lo stesso backstage”
Appunto, resterà tutto questo perché mentre prima non si chiaccherava e si era discreti adesso chiaccherano ed ostentano
Nulla di nuovo
Caro Professore, non sono d’accordo. Il quadro sardo che ne esce è più o meno lo stesso di quarant’anni fa, al netto degli smartphone. L’area grigia ha affascinato sempre; in questi giorni si sta pubblicizzando un libro su Lombardini. Ci eravamo forse dimenticati di quei giorni? La Sardegna è condannata da tempo e le generazioni praticano gli stessi riti del passato. Se una cosa può avere insegnato questa inchiesta è che molte prove ed indizi iniziali non reggono al vaglio serio e attento e così probabilmente sarà in dibattimento. Vedremo prossimamente quanto si sarà accorciata invece la distanza tra area grigia e politica regionale.
Forse qualcosa si può aggiungere a questo articolo improntato a un giusto garantismo e caratterizzato da grande equilibrio e garbo. 1) la riforma Cartabia prevede che il giudice dell’udienza preliminare debba pronunciare il non luogo a procedere non più quando gli elementi acquisiti risultino insufficienti, contraddittori o comunque non idonei a sostenere l’accusa in giudizio; bensì qualora il compendio probatorio-indiziario non consenta di formulare una ragionevole previsione di condanna (https://www.processopenaleegiustizia.it/Article/Archive/index_html?ida=1268&idn=79&idi=-1&idu=-1). 2) è rimasta in piedi, a giudicare da ciò che leggo negli organi di stampa (è una semplificazione?), la contestazione del reato di associazione mafiosa. Sommando le due cose, e facendo salva la presunzione di innocenza, mi pare che il quadro sia tale da destare preoccupazione, sia pure espressa con garbo e velluto.