Tolo Tolo: un film di opposizione all’Italia

Non è una novità che spesso, per dire la verità, bisogna sembrare scemi.

Tolo Tolo è un film apparentemente scemo.

C’è il classico fallito italiano, iscritto d’istinto alle abitudini estetizzanti dei ricchi (creme, griffe, linguaggio, movenze) senza esserlo, che apre un lussuoso ristorante di sushi in un paese di accaniti consumatori di tutte le carni: bovina, ovina, caprina ed equina.

C’è il sistema fiscale e amministrativo italiano, capillare, implacabile e incomprensibile, ingiusto e millimetrico, nemico di ogni fare e di ogni buon fare.

C’è la nuova politica, per cui un disoccupato disposto a tutto, di nome Luigi, diviene presidente della Commissione europea.

C’è la vecchia politica che interpreta se stessa con un Nichi Vendola che parodizza il proprio retorismo, l’estetismo del discorso politico.

C’è il fascismo come malattia umana che riemerge nei momenti ad alto tasso di paura e di egoismo (vanno sempre insieme).

C’è il razzismo come epifania della naturale presunzione di superiorità di cui moltissimi uomini hanno bisogno per dare un senso a se stessi e alla propria esistenza.

C’è l’Africa, con la sua bellezza e i suoi drammi.

C’è la sconfitta del razzismo, che è l’amore tra uomini e donne di razze diverse, più forte ed efficace di qualsiasi politica.

Ci sono i migranti poliglotti e gli italiani rigorosamente ed esclusivamente italianofoni.

Ci sono i migranti cialtroni, i migranti cinici, i migranti delinquenti e i migranti comuni, eroici senza sapere di esserlo.

C’è la coscienza dell’immane tragedia della fuga dall’Africa.

C’è il cinema neorealista, di cui il film evoca il ricordo per segnalare che oggi solo il grottesco è realista.

C’è l’innocenza dell’infanzia, la sua generosità, la sua tragedia.

Ci sono i “fighetti” della solidarietà, quelli che non si sa che lavoro facciano ma sono sempre dalla parte giusta con i soldi giusti.

Ci sono i militanti della solidarietà che sono persone naturalmente eroiche.

C’è la musica, che dice sempre di più delle parole che la accompagnano.

C’è l’Italia, con la sua patologica e feroce superficialità.

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