Sindacati verso lo sciopero generale, Sinistra verso il ritorno al passato?

La manifestazione di avantieri di CGIL, CISL e UIL a Reggio Calabria (largamente partecipata dai leader della Sinistra italiana) è stata un indubbio successo. La linea sindacale è molto chiara e fondata nel breve periodo su quattro No: no alla flat tax, no ai condoni, no alla deregolamentazione del codice degli appalti che spalanca le porte alle mafie, no all’autonomia differenziata. Nel medio e lungo periodo la posizione è antica e semplice: senza lavoro non c’è giustizia e neanche Stato, la società e le istituzioni non reggono, il regno della disoccupazione è il Sud, lo Stato deve colmare lo scalino che differenzia il Nord ricco dal Sud povero. Come? Con gli investimenti e le politiche per il lavoro.
Tatticamente tutto questo significa quattro cose: 1) i sindacati hanno costruito una piattaforma politica (i quattro NO), ben al di là delle singole vertenze e dei diritti dei lavoratori, in nome del supremo diritto al lavoro; 2) il governo non cambierà i suoi orientamenti politici e programmatici in nome di un altro programma di governo (quello dei sindacati); 3) la Sinistra e i Sindacati hanno sfidato i Cinquestelle al Sud, nel loro bacino elettorale più capiente (alle elezioni politiche), e lo hanno fatto non sul ‘salario’ (cavallo di battaglia di Di Maio) ma sul lavoro, concetto più polisemico e politico; 4) la Sinistra tra ricercando la piazza, sta cercando di riprendersi i suoi spazi tradizionali promettendo di usare lo Stato per il lavoro.
Piaccia o non piaccia, non si può non dire che finalmente c’è una strategia non fondata sul sì o sul no a Renzi. È un riproporsi in maniera forte della Sinistra parlamentare, quella che non contesta la struttura dello Stato, ma promette di usarla diversamente dalla Destra. A sinistra di questa Sinistra c’è la Sinistra antagonista, che le piazze non le ha mai lasciate e che oggi ripropone sostanzialmente la piattaforma ideologica aggiornata che negli anni Settanta era dell’area dell’Autonomia.
Il Pd associa a questa mobilitazione la fedeltà alla sua vocazione maggioritaria (parole di Zingaretti), cioè a proporsi come unica alternativa possibile e quindi a imporsi alle altre forze politiche non di Destra come soggetto egemone della sfida alla Destra.
Il Pd per vincere ha bisogno di alleati, ma mette le mani avanti e ne richiede la subordinazione, secondo una schema classico per cui all’alleato si garantisce, con la coalizione, un diritto di tribuna ma gli si contesta ogni ambizione di guida. Fatto è che quando il Centrosinistra italiano ha seguito queste logiche, ha perso.
Il problema politico che deve essere risolto, per risolvere quello strategico della coalizione, è la concezione dello Stato. Il Pd e la Sinistra devono prendere atto che l’Italia continentale e l’Italia mediterranea sono due mondi diversi che non possono avere la stessa struttura statuale a governarli, lo stesso fisco, le stesse strategie di trasporto o commerciali o produttive. La diversità aumenta in modo esponenziale con le regioni insulari, integralmente immerse da sempre nelle rotte mediterranee e nel rapporto con il Medio Oriente e con l’Africa mediterranea (visti entrambi come problemi dall’Italia continentale).
Può darsi che il ritorno di una visione strategica, per quanto datata essa sia, favorisca la Sinistra italiana, ma io credo che abbia ragione Cacciari nel porre il problema alla Sinistra di divenire autenticamente federalista sia nella visione dello Stato che nella visione delle proprie alleanze. L’autonomia differenziata non è iscrivibile al federalismo, ma alla conferma e alla radicalizzazione del privilegio del Nord, prodotto dalla politica, non dal destino o da circostanze fortuite. Ma un federalismo democratico, solidarista e libertario, metterebbe in discussione l’idea stessa di un partito nazionale italiano e lo trasformerebbe in un soggetto realmente plurimo da un lato e occasionale dall’altro (cioè tale da limitare la sua coesione ad alcuni grandi temi di comune interesse e ad alcuni percorsi elettorali e parlamentari). O si comprende che l’Europa si salva in una prospettiva federalista non fondata sugli attuali confini nazionali, o i nostri figli rivedranno spirare sui nostri suoli il terribile vento del conflitto.
Staremo a vedere. Oggi registriamo un ritorno al passato della Sinistra italiana (simmetrico alla virata filoamericana della Lega, nata filorussa) che almeno è un punto di chiarezza rispetto all’ambiguità del leaderismo.