Un litro di latte vale sempre 0,74 euro. Piace più la politica della rivoluzione?

Non è semplice ricostruire le giornate politiche italiane e sarde attraverso gli organi di informazione, soprattutto se si cercano le fonti primarie delle informazioni veicolate.
Il giorno 20 al Ministero delle Politiche Agricole della Repubblica Italiana si sono svolti due incontri: il primo, tra il Ministro Centinaio e gli assessori all’agricoltura delle diverse Regioni, il secondo tra il Capo di Gabinetto del Ministro, i responsabili dei Dipartimenti ministeriali della qualità e delle Politiche Comunitarie, i rappresentanti della Coldiretti, della CIA, della Confagricoltura, dell’Alleanza delle cooperative (cioè Legacoop e Confcooperative), dell’Assolatte, del Consorzio di Tutela del Pecorino Romano, del Movimento spontaneo pastori (Falchi e Orritos), del Movimento Più Sardegna (Valentina Manca). Questo tavolo, che è quello che riguardava la Sardegna più da vicino, ha discusso degli stessi argomenti di cui hanno parlato il Ministro e gli assessori regionali e che trovate elencati qui, al netto della questione dei suini che non riguardava la filiera ovicaprina.
Ma come si è aperta la riunione?
Si è aperta con il Capo di Gabinetto che ha annunciato la chiusura positiva dell’indagine da parte dell’Antitrust sul prezzo del latte in Sardegna.  Sembrerebbe che l’Antitrust accetti ciò che è successo in Sardegna a gennaio-febbraio come eccezione dettata da ragioni di ordine pubblico.
Bisognerà attendere il deposito dell’atto dell’Antitrust e leggerlo fino in fondo per capire come il Governo italiano sia riuscito a giustificare se stesso.
Infatti, se da un lato l’Antitrust dovesse affermare e legittimare che il prezzo di 0,74 è un prezzo politico estraneo alle logiche di mercato e tollerato solo per ragioni di ordine pubblico, allora dovrebbe spiegare perché, prezzo politico per prezzo politico, il prezzo non sia pari a 1 euro come promesso (in un giorno) dal Ministro degli Interni.
Il prezzo fissato dai moti (indotti) del gennaio-febbraio 2019 era 1 euro, non 0,74 (Iva inclusa), che era invece il prezzo verso il quale già i tavoli negoziali erano ben avviati, ma non quello per il quale i pastori erano scesi in piazza.
Il prezzo rivoluzionario era 1 euro e lo si voleva subito, contestando sia il metodo politico, fondato sul dialogo e la mediazione, che qualsiasi disciplina produttiva aiutasse l’aumento di valore del prodotto. Ciò che guidava quelle settimane erano la volontà e la forza, come spesso accade nel mondo delle campagne, dove l’equilibrio è frequentemente garantito dalla parità delle forze, non dalla convivenza civile tra forze disuguali.
Il governo italiano vorrebbe forse far passare come straordinario anche il prezzo attuale, considerato politico, cioè più alto del ‘naturale’ per ragioni di ordine pubblico?
Staremo a vedere.
Ma ciò che è più evidente è che al tavolo ministeriale di avantieri, il mondo agropastorale sardo era rappresentato da più sigle, alcune storiche altre nuove, cosa non necessariamente negativa, anzi!
Tutte le nuove sigle hanno abbandonato il metodo rivoluzionario e si sono sedute – esattamente come le sigle tradizionali – intorno a un tavolo.
E dunque a che cosa è servita la rivoluzione del latte?
Non ad affermare la rivoluzione come metodo politico. Tutti oggi la rifiutano e molti sono di fronte ai magistrati, accusati di gravi reati proprio dallo Stato italiano.
Non ad ottenere 1 euro a litro di latte, perché viene pagato 0,74 Iva inclusa.
È servita a far nascere una nuova classe dirigente politica del mondo delle campagne?
Forse sì e ben venga, ma c’era bisogno di brutalizzare la politica, di distruggere i rapporti sociali e anche i rapporti umani (sardi che gridavano ad altri sardi “Ladro, maiale”) per divenire, anche in modo nuovo, dei validi rappresentanti sindacali?
C’era bisogno di subordinarsi a forze che non hanno né valori né interessi condivisi con quelli della tradizione e dell’economia della Sardegna? Credo proprio di no.
Talvolta, il bisogno di riconoscimento sociale del proprio valore porta a ritenere sacrificabile ogni cosa pur di affermare il proprio diritto a rappresentare altri che abbiano gli stessi interessi, ma ciò che si consuma socialmente e molto di più di ciò che si acquista in termini di prestigio personale.