Negli ultimi mesi il caso della Svezia, che ha scelto di togliere il digitale dalle prime classi e di tornare a libro, penna e quaderno, ha riaperto un dibattito che in Italia resta ancora troppo marginale: quale rapporto vogliamo costruire tra infanzia, apprendimento e tecnologia (argomento di un interessante convegno svoltosi a Sassari nei giorni scorsi)?
Il progressivo ridimensionamento dell’uso di tablet e dispositivi nelle scuole svedesi è una scelta politica e pedagogica fondata su dati e riflessioni scientifiche.
Per approfondire il caso:
https://www.greenme.it/lifestyle/costume-e-societa/perche-la-svezia-sta-spendendo-milioni-per-abbandonare-gli-ipad-e-riportare-i-libri-penne-e-quaderni-a-scuola/
https://www.theguardian.com/world/2023/sep/11/sweden-says-back-to-basics-schooling-works-on-paper?utm_source=chatgpt.com
https://okdiario.com/educacion/adios-pizarras-digitales-suecia-gastado-100-000-000-devolver-libros-papel-escuelas-16658103?
Siamo pronti a discutere davvero? In Italia, il tema è spesso trattato in modo ideologico o superficiale. Eppure, la questione è cruciale. Quanto è urgente tenere i device lontani dall’infanzia? Non si tratta di rifiutare il digitale, ma di riconoscere che l’apprendimento profondo nasce da attenzione, lentezza, scrittura manuale e che l’esposizione precoce agli schermi può compromettere concentrazione e comprensione.
Educazione o inseguimento delle mode? Qui emerge una questione più scomoda. La scuola italiana sa ancora fare scelte profonde nei tempi giusti? Oppure introduce innovazioni perché “tutti lo fanno”, rincorre parole chiave come digitale, innovazione, competenze, senza valutarne davvero gli effetti cognitivi e culturali? Il rischio (direi quasi la certezza) è quello di una scuola che non guida, ma segue le mode educative globali, spesso con ritardo e senza spirito critico.
Il prossimo passaggio: l’AI nelle prime classi Quanto è alto il rischio che, invece di tornare alla lettura su carta, si investa direttamente nell’educazione all’intelligenza artificiale già nella primaria? In Cina fanno in prima media la matematica che i Italia si fa alle superiori, ma la fanno davvero, con la mente. L’AI è uno strumento potente, ma richiede basi cognitive solide e presuppone capacità di lettura critica e comprensione. Introdurla troppo presto potrebbe produrre dipendenza cognitiva, superficialità nell’apprendimento, delega precoce del pensiero.
Cultura politica e manuali scolastici C’è infine un nodo più profondo, spesso ignorato. La cultura di chi governa si riflette direttamente nei contenuti scolastici. Un esempio riguarda l’insegnamento del Risorgimento. In alcuni programmi di seconda media, Giuseppe Mazzini non è più presentato come “Padre della Patria”, ma come cospiratore, mentre Camillo Benso di Cavour viene valorizzato come realista, per ui i morti dei moti mazziniani sarebbero vittime di settarismo, mentre i soldati morti in Crimea per conquistare un posto al tavolo dei Grandi sarebbero martiri nazionali. Questa lettura riduce la complessità storica e riflette una precisa visione culturale e politica riassumibile nel machiavellismo o nel gesuitismo, ognuno lo legga come vuole. Certo è che l’Europa guarda a Mazzini con maggiore attenzione di quanto non faccia l’Italia.
Torniamo al caso svedese, che obbliga a porre alcune domande.
Vogliamo una scuola che costruisca menti solide o utenti digitali precoci? Siamo capaci di scegliere controcorrente, quando serve? Chi decide davvero cosa si insegna e perché?
Il punto non è essere contro la tecnologia. Il punto è capire quando, come e perché usarla. Su questo, oggi, la scuola italiana sembra ancora più spettatrice che protagonista, più ideologica che equilibrata.

Nel Novecento si ebbe una profonda riflessione sull’istruzione che culminò in teorie che applicate diedero frutti. I nuovi strumenti devono essere usati da chi li sa porre in dubbio. Anche a scuola. Ma serve un impegno, una cura, un interesse per le nuove generazioni che pochi hanno. Un coraggio, che pochissimi hanno. Comunque, questo è un argomento che merita di esser dibattuto. È davvero il futuro.
sarò pessimista, ma a me pare che si tenti di chiudere la stalla quando i buoi sono non solo scappati ma lontani anni luce
siamo ormai condannati a scivolare verso generazioni nelle quali il rincoglionimento (si perdoni il francesismo) la farà da padrone
nasciamo uomini, moriamo tubi digerenti
signor Tatanu lei ha colto nel segno
Idda ” le famiglie sono state informate” meno male che non vi hanno picchiato
Prof. in un paese interno Sardegna una diplomata in ragioneria va in negozio e la titolare gli fa gli auguri per il diploma e le chiede ” fammi questo conto ” risposta della diplomata ” mi dia la calcolatrice ” doveva vedere la reazione della titolare
Ah, l’AI…sarà pure dotata di ARS ma mi pare non sia dotata di LUMINIBUS INGENII. Insomma: date, scrittura a mano, poesie a memoria, dettati. Lo sforzo mnemonico non ha mai ucciso nessuno. Si è morti, si muore, si morrà per mille motivi ma non per quello.
E il bello è che negli ultimi 10-15 anni, questa accettazione pedissequa e modaiola del main stream ha spinto gli editori ad adeguarsi al mercato del digitale. Ciò, anche al netto delle scellerate decisioni della riforma Gelmini (anche qui sarebbe bene soffermarsi un giorno) ha evidentemente indotto al dimagrimento rapido e vistoso dei libri cartacei scolastici a vantaggio della parte digitale di “approfondimento”. Il risultato è che gli studenti il libro quasi quasi neppure lo aprono, salvo che in certe discipline ma solo per fare gli esercizi e che poi, di conseguenza, i docenti e le docenti demagogo-populisti, iniziano a sperticarsi per adeguare il libro di testo, in quanto “troppo difficile”, al livello degli studenti di basso profilo. Questo io ho visto e questa tendenza ho visto prevalere. E quelle prof. sono persino assecondate dai collegi dei docenti, senza se e senza ma. Ne deriva che anche noi insegnanti in un modo o in un altro ci dobbiamo assumere parte delle responsabilità di questa transizione ad una scuola sempre più debole e accomodante e sempre meno adeguata.
Custa inciviltade de gherra nos est isparendhe totugantos a cùrrere, a cùrrere, a cùrrere, e no b’at tempus de pessare, depimus solu fàghere e bastat, no bi at bisonzu de ischire e cumprèndhere e ne de cusséntzia e inteligéntzia naturale, bastat su “like”, “no like”, su ischire papagàllicu e prontu a clic e touch.
At a èssere custa s’era de su homo ciberneticus? E at a fàghere sa fine che a sa “era fascista” e nazista?
Bravo Paolo Maninchedda. Segnalo che con altri genitori a Cagliari stiamo facendo nascere i patti digitali e ne parleremo venerdì in un incontro alla MEM
Altro esempio, la “calligrafia”. Un museo di Chicago sta cercando qualcuno che sappia “interpretare” il corsivo per copiare, COPIARE antichi testi. Anche li ormai sanno leggere solo lo stampatello.
E’ uno dei mille aspetti da cui si evince che la nostra società si è totalmente scordata delle fondamenta, i bambini e le tradizioni dei popoli. I bambini, come i vecchi sono un peso, anche se pian piano ci si sta accorgendo che questo capitalismo hi-tech è un suicidio anche economico (https://www.unionesarda.it/economia/sardegna-in-crisi-da-spopolamento-in-ventanni-persi-quasi-2-miliardi-di-capacita-produttiva-xm8un8yn)
Buongiorno,
Mi trovo perfettamente in linea col sistema Svedese, ultimamente sono un po’ (molto) infastidito dall’eccesso di importanza che si sta dando all’Intelligenza artificiale e alla robotica, in continua competizione con l’uomo…È mio pensiero che la politica debba studiare e proporre alla società modi e tempi per l’avanzamento delle nuove tecnologie in maniera più graduale…
Ciò non significa mettere limiti all’evoluzione della Scienza, ma mettere in atto delle linee guida per il suo utilizzo…
Egregio Professore,
io sarei del parere che in questa vexata quaestio non sia corretto tenere fuori dall’arena un’altra componente fondamentale: i genitori.
I quali, guarda caso, sono i primi a gratificare i loro bimbi (forse per levarsi dai piedi la rogna dei loro mugugni) regalandogli un super smartphone già alle elementari.
Chiedere alla scuola di combattere da sola questa battaglia è come pretendere che scali l’Everest con le ciabatte.
Cordiali Saluti
Testimonianza di una insegnante che quest’anno ha una prima elementare:
“Non sanno neanche parlare, non conoscono termini di uso comune, non tengono a mente nulla e comunque non capiscono quello che diciamo. Siamo disperate, stiamo lavorando con loro come se avessimo bambini di 3 anni appena. Anzi nemmeno perché non reagiscono agli stimoli, stiamo lavorando come se stessimo facendo terapia. …
Non abbiamo mai visto una roba del genere. …
Si salva l’unico col sostegno che è ben seguito anche a casa. Lui conosce tutti i termini. …
Come si chiama chi cura il giardino? Dottore.
Vome si chiama chi vende frutta e verdura? Cassatore.
Come si chiama chi vende giornali? Niente…
Come si chiama chi fa e vende il pane? Supermercato, cassa; alla fine è saltato fuori il nome di un tipo che ha il panificio vicino alla scuola. …
Cosa si usa per pesare? Pesatore.
Dove troviamo scritti giorni e mesi? Nel giornale appeso. Nessuno sapeva cosa fosse il calendario.
Cos’è Cagliari? Risposte: Roma, Firenze, Napoli. …
Ancora: chiedi quante dita ha una mano e le contano. Sanno contare sino a 10, non sanno ancora contare all’indietro. Non sempre associano numero a quantità. …
La sella del cavallo è quella pelosa che ha sotto il braccio. …
Stanno tutto il giorno mollati con TV in camera e cellulare.”
Certe cose fanno male al cuore. Perché i bambini interessati sono una classe intera. Dove stiamo andando?
Le famiglie sono state informate, ma hanno un bassissimo livello culturale e comunque non hanno capito la gravità della situazione. Non usano strumenti digitali a scuola, ma trascorrono la loro vita con quegli strumenti in mano, per tutto il resto della giornata.