La sentenza della Corte costituzionale n. 60 del 2026, che ha bocciato la legge della Regione Toscana sul salario minimo negli appalti, è una lente perfetta per leggere ciò che ha fatto la Regione Sardegna con la legge n. 9 del 2026. Il confronto tra i due testi non rivela solo somiglianze: mostra anche come, l’ennesima legge-bandiera del Campo Largo sardo, assunta come riedizione di esperienze di altre regioni, porti sempre allo stesso risultato: la bocciatura. Un fallimento messo nel conto, sia chiaro, perché ciò che interessa è l’annuncio, non il fatto, è la narrazione, non la responsabilità del reale. È questo abuso di parole che sta corrodendo le basi democratico-liberali e sta favorendo il riemergere dei dogmatismi, dei faziosismi e di tutto ciò che consuma gli spazi delle libertà individuali, immolandole sull’altare dell’ideologia e della propaganda.
Finalità Partiamo dalle intenzioni. Toscana e Sardegna intendono combattere il dumping contrattuale; garantire salari dignitosi; usare gli appalti pubblici per migliorare il lavoro. La legge sarda lo scrive chiaramente fin dall’inizio . In entrambi i casi, l’appalto pubblico non è visto solo come una semplice gara economica, ma come uno strumento per fare politica sociale. Fin qui, nulla di scandaloso. Il problema viene dopo.
Il livello sistematico: appalti come leva sociale Le due Regioni provano a usare gli appalti come leva per correggere le storture del mercato del lavoro. È una tendenza diffusa anche a livello europeo. Ma c’è un limite preciso: questo tipo di interventi deve restare dentro un quadro unitario. La Corte Costituzionale (questo organismo politico che a intermittenza si traveste di imparzialità) lo dice in modo molto netto: gli obiettivi sociali sono legittimi, ma il punto di equilibrio tra lavoro e concorrenza lo decide lo Stato, non le Regioni. In particolare, spetta al legislatore statale «definire il punto di equilibrio tra la tutela della concorrenza e la tutela di altri interessi pubblici con essa interferenti, come quelli […] di tutela dei lavoratori» . Qui sta il primo cortocircuito
Premio contro requisito A questo punto arriva la differenza più evidente.
La Toscana introduce un premio: chi paga almeno 9 euro prende più punti.
La Sardegna introduce un controllo: si verifica che il trattamento minimo sia almeno di 9 euro.
Sembra una differenza importante. In realtà lo è molto meno di quanto sembri. La Corte ha già chiarito che anche un semplice premio può cambiare l’esito della gara, perché «l’introduzione di un criterio premiale […] è idonea a produrre effetti diretti sull’esito delle gare e, indirettamente, sulla scelta degli operatori economici» . Se questo basta per rendere incostituzionale la norma toscana, è difficile immaginare che una misura più rigida, come quella sarda, possa salvarsi.
Cosa succede dentro la gara Il punto vero è dove e quando queste leggi intervengono. Non prima, non dopo, ma dentro la gara.
Entrambe incidono: sui criteri di valutazione; sulla qualità dell’offerta; in definitiva, su chi vince.
Ed è qui che la Corte segna il confine: questa è “concorrenza per il mercato”. E su questo terreno le regole devono essere uguali in tutta Italia. Non a caso la Corte afferma che «la disciplina delle procedure di gara […] e dei criteri di aggiudicazione» rientra nella competenza esclusiva statale . Se ogni Regione cambia i criteri, il mercato si spezza.
Il sistema già esiste C’è poi un altro aspetto spesso ignorato: il sistema nazionale già prevede strumenti per tutelare i lavoratori. La Corte ricorda che esistono: tabelle sui costi del lavoro; obbligo di indicare il contratto collettivo; controlli sulle offerte anomale. E conclude che non esiste alcun vuoto normativo, perché «il legislatore statale […] ha già definito un sistema uniforme di tutele non negoziabili» . Le Regioni, introducendo una soglia autonoma, non riempiono un vuoto. Si sovrappongono a un sistema già costruito. E lo fanno in modo non coordinato.
Chi decide davvero
Le Regioni dicono: possiamo usare gli appalti per migliorare il lavoro.
La Corte risponde: sì, ma solo dentro regole decise dallo Stato.
Il risultato è una linea molto chiara: la politica del lavoro può passare dagli appalti, ma non può essere “territorializzata” se incide sulla concorrenza. Perché, come sottolinea la Corte, «differenti normative regionali […] sono suscettibili di creare dislivelli di regolazione, produttivi di barriere territoriali» .
La legge sarda è più complessa, più articolata, più ambiziosa. Ma non è più solida di quella Toscana. È, semmai, una versione più elaborata dello stesso schema che la Corte ha appena bocciato. E qui sta il punto, anche un po’ ironico: non è detto che copiare sia sempre sbagliato. Ma copiare una legge dichiarata incostituzionale, senza cambiare davvero il punto critico, è il modo più rapido per rifare lo stesso errore con maggiore eleganza.

e chi glielo dice al nostro Consigliere Regionale di Oristano Alessandro Solinas? che la legge verrà bocciata?…
La Stazione Appaltante, nel Capitolato DEVE indicare il o i CCNL maggiormente rappresentativi per l’attività oggetto dell’appalto e – al fine di procedere con l’aggiudicazione – DEVE verificare (eventualmente avvalendosi di un soggetto esterno, ovvero un consulente del lavoro) la congruità dell’offerta presentata per quanto attiene i costi del personale. Non è una volontà del RUP: è un obbligo del DLgs 36/2023 e s.m.i. Pertanto: i M5S hanno enfatizzato la straordinarietà del nulla assoluto, in quanto dovrebbero incidere sui contratti tra privati e non su quelli tra pubblico e privato.
Credo che questi passaggi legislativi, a persone che stanno al governo o in Regione da diversi anni, siano abbastanza noti. Quindi creare una norma con l’ausilio del governo, a prescindere del colore, sarebbe una cosa abbastanza logica. Una cosa invece è se si vuol mettere in cattiva luce il governo di turno, sapendo già che verrà impugnata, esempio delle rinnovabili, del 41 bis, ora del salario minimo. Poi, qua non si parla di destra o sinistra, ma di leggi per migliorare la vita dei cittadini a prescindere dal colore politico.
su questo tema il giorno 28 aprile 2026 sull’unione sarda il signor Raffaele Lecca ha scritto un bellissimo intervento descrivendo benissimo il problema, ha ragione il signor Paolo sono leggi per mettere in brutta luce il Governo e servono per manipolare il popolo
Buongiorno Professore, io penso che i vertici regionali siano al corrente che la corte costituzionale bocci la legge, ma come per le rinnovabili anche in questo caso possono dire noi come Regione Sardegna ci abbiamo provato, ma vedete il governo ci si mette contro. Il problema sta nella capacità di legiferare, perchè qualora la Regione Sardegna avesse voluto fare una legge sul salario minimo, avrebbe potuto iniziare una contrattazione con lo stato, (esempio vertenza entrate) visto che molti parlamentari sardi sono al governo e studiare un decreto sul salario minimo visto che la competenza spetta al governo e non alla regione. Una regione che sembra non abbia neanche capito dove possa intervenire, i suoi limiti e la sua capacità di intervento, perchè ad oggi sono molte le leggi bocciate dalla corte. Populismo e voglia di apparire sono a capo di tutto cio.
Finalmente ci si accorge dell’assurdità di queste proposte populiste arrivate all’indomani della vigenza del nuovo decreto sulla contrattualistica pubblica che prevede l’indicazione nel bando di gara del CCNL applicato dall’operatore che partecipa e il rispetto dello stesso da parte dell’operatore partecipante. Come Regione avrei invece sensibilizzato alla formazione sulla contrattualistica e all’inserimento di figure altamente formate in materia negli Enti locali che poi gestiscono effettivamente le gare. Il problema sta tutto lì: la conoscenza superficiale di una problematica porta inevitabilmente alla cassazione di quella proposta di legge e ad un nulla di fatto. Si vuole solo far parlare di sè e non risolvere realmente un problema.