Quando si convoca il popolo?

di Paolo Maninchedda
Mentre ieri ero impegnato, come ormai da giorni, a consultare avvocati sulla complessità della mia vita amministrativa di Assessore – l’unico senza polizza assicurativa per protesta contro i nuovi Dracula -nella Repubblica italiana (è un’attività non scritta ma che occupa molto tempo ed è titolata dai dirigenti regionali “ad culum parandum”); mentre dunque ero impegnato anche a ingoiare veleno e a mantenere la calma, in Consiglio tornava la politica con la P maiuscola.
Ieri Franco Sabatini e il nostro Gianfranco Congiu hanno discusso duramente su un tema: per che cosa si convoca il popolo?
Intanto il primo elemento della proposta Sabatini è proprio la convocazione del popolo, e già questa è una scelta molto prossima a quella che noi facciamo da due anni di un cambio del sistema politico sardo: non più i partiti intesi come avanguardie, ma società mobilitata in termini gandhiani per svolgere un percorso nazionale sardo.
Quando sono venuti a chiedermi se sarò candidato alla presidenza della Regione (alla scadenza di questa legislatura) io ho sempre risposto che non ero interessato a candidature in un quadro politico ordinario, cioè con le frontiere tra i partiti (e nella società) della vecchia cultura politica italiana, con le stesse immarcescibili strutture organizzative dei partiti, ma soprattutto ho sempre detto che non avrei mai accettato una candidatura che non avesse due caratteristiche: un obiettivo nazionale sardo di profondissimo e durissimo cambiamento dell’organizzazione dei poteri sardi e dei diritti e dei doveri della Sardegna; una strategia di mobilitazione nazionale della società sarda permanente per la conquista della nostra felicità civile. La strada è quella di Gandhi: autodisciplina, competenza, capacità e tanta mobilitazione. Non si diventa uno Stato senza fatica.
Quindi, sentire un importante esponente del Pd avvicinarsi a questa prospettiva gandhiana non può non fare piacere. È il segno della coscienza dell’insufficienza della forma partito (cosa che vado ripetendo dal lontano 1996), ma anche della presenza di un vasto partito nazionale sardo oggi inutilmente diviso in tante sigle italiane.
Uno dei temi centrali del futuro della Sardegna è la sovranità fiscale sarda: vogliamo e possiamo avere un fisco più giusto e più efficente di quello italiano. Abbiamo diritto a scegliere politiche fiscali calibrate sui nostri interessi. Noi per questo vogliamo convocare il popolo: vogliamo la gente in piazza sulla nostra libertà fiscale.  È chiaramente una prospettiva indipendentista, democratica e progressista; non è una prospettiva autonomista.
Per questo Gianfranco ha resistito: per chiedere più coraggio, non per inibire una prospettiva di mobilitazione nobile e legittima.
Sugli accantonamenti ha fatto bene Pigliaru a impugnare la legge di stabilità dello Stato; se mobilitiamo i Sardi, però, deve essere per qualcosa di più che una controversia di fronte all’enigmatica Corte Costituzionale italiana.
Certo, una cosa dobbiamo impararla tutti, io per primo: dobbiamo imparare a discutere. Questa pessima abitudine, di cui io sono talvolta un buon interprete, di usare parole sempre ultimative, ci porta a non capirci anche quando siamo d’accordo. Un’amica mi ha suggerito di leggere “La comunicazione non violenta” di Marshall Rosemberg. L’ho fatto e devo ammettere che mi ha fatto riflettere e, spero, cambiare.