Cultura, Educazione, Politica

Padre Morittu e la nuova politica. Non siamo tutti eccellenti

Sabato scorso ho avuto la fortuna di ascoltare un intervento di padre Salvatore Morittu a un convegno organizzato all’interno della Mostra degli ovini di Macomer.
Ad un certo punto del suo discorso, Salvatore ha pronunciato la frase che lo connota di più: «Io punto su cavalli zoppi, non sulle eccellenze».
Non è certo l’unico a dirlo, ma non tutti hanno la sua credibilità, derivata più che dalle sue opere – che pure non sono per niente banali – dal suo atteggiamento: si vede che si è emancipato completamente da ogni vanità; si vede che non usa nessuno per compiere se stesso; si vede che è felice della sua fatica; si vede che non è un vacuo sognatore o un dissimulato moralista, ma che conosce le strutture profonde della realtà, le sue gerarchie di potere, le sue conflittualità, la drammatica e misteriosa presenza dell’imperfezione e del male in ciascuno di noi e nella storia.
Il punto è che personalmente ho avuto un sobbalzo quando ha detto: «Mi occupo di cavalli zoppi», perché da tempo ho registrato che in larghi settori della politica, dell’educazione e della cultura è penetrata l’etica e l’estetica dell’eccellenza. Darwin si è saldato Von Hayek, per cui il dovere morale dei singoli non è conoscersi – e combattersi – e riconoscere gli altri, ma compiere sé stessi ad ogni costo, perché la storia è una corsa per la vittoria e il più forte più che il diritto ha il dovere di vincere. Compito della politica sarebbe riconoscere e accompagnare le eccellenze e al limite assistere gli altri. A scuola o si prende dall’8 al 10 o non si è apprezzati o apprezzabili.
La reazione di una sinistra ormai senza pensiero è stata o l’antagonismo universale con i movimenti no global pericolosamente vicini all’anarchismo violento e insurrezionale (quello personale, invece, ha un fascino non banale e può educare alla responsabilità) o l’ambientalismo alla Rifkin, privo totalmente di un solido contenuto sugli assetti istituzionali e sul processo educativo o, infine, il leggiadro riformismo collaborazionista delle politiche monetarie e finanziarie meno aggressive.
La conseguenza di un’egemonia di pensiero darwinista non contrastato è l’affermarsi di soluzioni estreme: la vittoria delle eccellenze dovrebbe essere accompagnata dai redditi di cittadinanza e dalle elemosine dei plutomiliardari, da Soros a Zuckerberg passando per Bill Gates.
L’umanità è costituita per oltre il 90% di persone normali, non di eccellenze.
Una politica che si occupi solo delle minoranze, che affermi che la natura – e dunque il quoziente intellettivo, l’equilibrio biochimico e ormonale, l’assetto neurologico – determina l’uomo in ogni sua parte e dunque determini, come il Fato dell’età antica, chi nasca per essere eroe e chi nasca per essere nulla, è una politica eugenetica, nazista e violenta.
Il comportamento umano è sempre sfuggito a ogni prevedibilità scientifica perché l’uomo è capace di scelte imprevedibili, di lampi di divinità impensabili che fanno rifulgere un musicista dentro il corpo di uno spastico o un genio della pittura dentro la vita sciagurata di un pazzo.
La politica è avere fiducia nella capacità e possibilità per tutti di trasformare e realizzare sé stessi. La politica è regolare i poteri, i diritti e i doveri perché tutti abbiamo la possibilità di compiere sé stessi. Una scuola che istruisca davvero solo i più bravi e non tutti coloro che mostrano interesse a istruirsi è una scuola da chiudere perché educa alla ribellione e alla violenza. La meritocrazia è giustizia in una società autenticamente umanitaria, è un alibi di dominio dell’uomo sull’uomo in una società che afferma l’aristocrazia naturale delle eccellenze.
Chi conosce l’umanità e conosce il mistero del male in ognuno di noi sa che tutta l’umanità è fatta di cavalli zoppi. Chi non lo riconosce ha in testa solo l’antico disegno di dominio e di gloria che ha lasciato più segni sulla schiena degli uomini che incisioni memorabili nel corso della storia.