Oristano: il feudo cerebrale

Oggi L’Unione Sarda, con il lessico sgangherato che ormai la contraddistingue in certe sue performance (che poi sono quelle che immaginano, con l’involgarimento, di vendere di più e invece vendono di meno) mi accredita di avere un feudo politico in Planargia. Incredibile. Ma prima di fare queste affermazioni, si va almeno, dico almeno, a vedere il numero dei voti presi dal mio partito in Planargia? Si va a vedere se siamo il primo partito? O il secondo? O il terzo? Perché non si può essere feudatari se si è un partito di minoranza, è evidente.

A questa affermazione da bar di una giornalista distratta, che dimostra quanto sia facile restare condizionati dalla maldicenza giudiziaria, si aggiunge il vaticinio a posteriori di Pasquale Onida (col quale non voglio polemizzare, per mancanza di voglia).

Onida mi accusa di aver concentrato troppo su di me il governo di un territorio, che sarebbe la Planargia (a Macomer stanno ridendo a crepapelle).

Impossibile trovare riscontri. Noi abbiamo contato sempre molto poco sia in Planargia che nell’Oristanese. I risultati elettorali lo dimostrano inequivocabilmente. Quando abbiamo fatto riunioni nell’Oristanese, a stento riuscivamo a arrivare a mettere insieme cento persone (compresa la Digos). In moltissimi paesi non siamo presenti.

Quella di Onida è una frase buttata lì, alla De Mita (grande modello, per alcuni dai gusti estetici discutibili), per dare un buffetto velenoso alla democristiana.

Inoltre è tragicamente datata, ispirata a un vecchio stile secondo il quale il leader politico decide di “mettere i suoi uomini” (mai pensato ai miei amici in questi termini) in diverse posizioni e non riesce, invece, a immaginare che gli uomini ci si mettano da soli grazie alle capacità, alla lotta politica e al consenso.

La verità è che a Oristano, questo sì, il feudalesimo non era finito e noi non ce ne eravamo accorti. Grave errore per una minoranza. E come si sa, i veri viceré, conti e marchesi, quelli inossidabili, hanno sempre utilizzato il Procuratore fiscale, nel passato, ovviamente, per colpire giudiziariamente chi li infastidiva politicamente.

Come mai Pasquale dimentica di notare che altri leader politici, nessuno del mio partito, hanno costituito società con accreditamenti Asl con alti dirigenti di alti partiti? Come mai a Oristano Destra e Sinistra si ritrovavano nei temporanei assetti societari, tutelati dalle proiezioni istituzionali bipartisan, e questo non è ritenuto significativo?

Come mai nessuno ha indagato l’evoluzione del contenzioso tra la Asl e alcuni soggetti accreditati, e lo ha messo in relazione col mutare del sistema politico?

Come mai non si è mai indagata in profondità la relazione tra diversi ambienti e la massoneria e tra questa e gli apparati dello Stato?

Come mai non è stata mai indagata la relazione tra le assunzioni alla Asl e i grandi partiti nazionali italiani che si sono alternati alla sua guida?

Come mai si è addirittura inventata la dirigenza del Partito dei Sardi (nel senso che alcuni sono stati fatti passare come dirigenti e non risulta che lo siano mai stati) per formulare accuse gravissime mentre non si è mai indagato il peso dei partiti più importanti in diverse articolazioni amministrative?

C’è un caso giudiziario, documentariamente rilevabile, comico se non fosse tragico, nel quale il paese di provenienza di un noto esponente Pd è attribuito a un alto dirigente Asl pur di far tornare i conti e non disturbare il compagno evocato.

C’è un altro caso, anche questo esilarante, nel quale un signore, dirigente politico di un altro partitone nazionale di un tempo, attivissimo e quindi plurincaricato al punto da avere, in qualche anno, percepito uno stipendio più alto del suo Dirigente, viene eletto a modello di efficienza.

Infine, per dare un’idea del pregiudizio verso di noi – veri topi di campagna – trasformato in calunnia, c’è il caso, sempre giudiziario e sempre documentariamente rilevabile, nel quale, siccome ci si occupava di rifiuti, io sono diventato automaticamente e con certezza (nella testa preventivamente orientata dall’odio dei salotti oristanesi) assessore dell’Ambiente della Regione Sardegna, cosa che non sono mai stato.

Insomma, noi a Oristano abbiamo combattuto non due o tre marchesi di lignaggio ultracadetto, ma strutture di potere radicatissime, da un lato molto radicate in sistemi di relazioni insondabili, pressoché incappucciate, e dall’altro, invece, legittimate dalla presunta superiorità morale di certa Sinistra che, in ragione del vasto sistema di protezioni informali che da sempre la protegge, si è potuta permettere la disinvoltura degli immuni. Abbiamo sottovalutato la forza occulta di avversari potenti. Tutto qui.

Ciò che ci ha attaccato non è la politica (anzi, politicamente i fatti ci stanno dando ragione nel voler essere una minoranza pacificamente e legalmente rivoluzionaria), ma la magistratura, intossicata dalla maldicenza e dal suo scrupolo di non rendere evidenti gli errori di valutazione iniziali.

Ed è altrettanto evidente che le detenzioni, ovviamente lunghe, stanno generando uno svuotamento di presenze istituzionali che ha tutto il sapore di essere l’evento previsto dalle mani anonime che hanno creato il venticello leggero della calunnia cui le autorità dello Stato hanno abboccato, pensando poi di fare il colpaccio, magari arrestando Maninchedda, meglio se in carica (e qui gli encomi solenni sarebbero fioccati a giumelle).

Gli arresti e le indagini (lunghissime, oltre ogni decenza) stanno ricreando lo spazio per la nobiltà oristanese di antico regime, che si sta riposizionando e si sta riprendendo, con visibilissime tattiche di avvicinamento, le antiche signorie parassitarie. Capita anche questo nella storia, capita spesso agli uomini che la vogliono cambiare di finire in manette, ma è poco elegante far finta di non vederlo e inventare feudi per chi odia visceralmente qualsiasi aristocrazia dei lombi, mentre ama, profondamente, l’aristocrazia degli spiriti liberi.

È politica giudiziaria, Pasquale, un bruttissimo processo politico. Non il primo e non l’ultimo in Sardegna. Ma ti assicuro che vedere intorno a sé la paura non mi piega. Provo pietà e compassione per chi ha paura di frequentarmi. Provo un distacco spirituale profondissimo verso chi mi perseguita e mi spia da ormai almeno quattro anni. Provo disprezzo per i calunniatori e i maldicenti. Ma preferisco, credimi, tacere sugli indifferenti, per non sporcarmi l’anima.