Lettere dal carcere. Le pietre nelle mani

Carissima Dike,
qui lo spazio per la scrittura è pari a quello per i colloqui, quindi devo essere rapido.
Come sai, sono stato incarcerato nonostante fossi tutti i giorni in Aula a insegnare, non stessi scappando, non potessi fare altro che insegnare. Potevano ascoltarmi tutti i giorni, ma volevano farmi tacere in un sol giorno.
Il carcere certifica che io sarei pericoloso. Serve a far crescere la paura in me e di me. E la paura fa crescere l’odio. L’odio arma le mani degli impauriti e degli incolti.
Quando scrissi il libro sull’ultimo eretico lapidato in città, dimostrai che il magistrato aveva ascoltato come testimoni d’accusa prevalentemente i suoi avversari politici, aveva divulgato le loro opinioni, le aveva messe in bocca alla folla e tutti, prima ancora che il processo le verificasse, si erano armati, come ricorderai, di pietre; alla prima uscita dal carcere lo lapidarono.
Non solo: dimostrai che la vittima aveva condotto una vita esemplare rispetto ai suoi colleghi, nessuno dei quali venne mai sottoposto alle verifiche, tutte costruite dai suoi avversari, che lo portarono alla morte.
Perché ti scrivo, dunque, Dike: perché tu ricordi ai nostri figli e ai nostri familiari che mai un solo denaro è restato attaccato ai polpastrelli della nostra comunità, mentre le mani altrui si riempivano e grondavano di ricchezze; noi abbiamo solo combattuto un potere ignobile, siamo sempre stati in pochi, per non dire pochissimi, e stare dalla nostra parte è stato ed è faticoso; abbiamo combattuto grandi poteri esterni e interni, abbiamo visto alte istituzioni prima tacere e poi mentire; abbiamo visto i famigli dei grandi poteri fare impudentemente magnifiche carriere con magistrati festanti girati dall’altra parte a guardare solo ogni nostro passo; abbiamo visto alte istituzioni inginocchiarsi ignobilmente a altri uomini tanto potenti quanto mediocri; non abbiamo mai frequentato ambienti elitari legati da segretezze o complicità incofessabili; non abbiamo mai usato gli altri per la nostra gloria; semmai abbiamo smascherato la finta gloria altrui fino a preferire di camminare da soli.
Oggi il grande tritacarne della storia, che trova sempre piccoli uomini sadici e fragili pronti a girare la manovella per nutrire la propria invidia, oggi il tritacarne maciulla le mie carni, ma tu sai, Dike, che la voce di un uomo si fa sentire più forte quand’egli soffre, perché è più pura. E dalla voce, da un flatus vocis dolente, rinasce sempre un uomo nuovo e più forte.
Se potrò, ti scriverò ancora.

0 commenti su “Lettere dal carcere. Le pietre nelle mani

  • Paolo Maninchedda says:

    E chi vuole polemizzare? Io non polemizzo: prego e combatto, ma con chi esiste, non con chi si nasconde.

  • Giorgio Rizzuti says:

    Professor Maninchedda,
    mi regali il piacere di conversare con Lei e di confrontarmi su argomenti che probabilmente ci trovano distanti. Il mio nome ha poca importanza se le mie opinioni riescono ad alimentare una discussione cortese e interessante con Lei.
    Mai come in questi difficili momenti idee, analisi e riflessioni devono essere schiacciate dalle sterili polemiche.

  • Paolo Maninchedda says:

    No, guardi, forse le sfuggono anni di mia militanza contro la Giustizia ingiusta italiana, di cui sono ben consapevoli i tribunali europei. Io lavoro, con i pochi mezzi che ho, a cambaire il sistema giudiziario italiano che giudico barbarico, feroce e ingiusto. Ma sono solo, non si preoccupi. Lei innalzi pure i suoi peana a chi vuole. Magari, un giorno, metta il suo vero nome.

  • Giorgio Rizzuti says:

    Professor Maninchedda,
    allude, immagino, alla dea della giustizia protettrice delle leggi e dei tribunali?
    Se ho colto nel giusto allora converrà con me che in momenti così complessi, delicati e angosciosi la nostra fiducia nella magistratura deve essere totale e convinta. Altrimenti dovremmo affidare ai nostri personali sentimenti i giudizi sui fatti e sulle persone. Ma non saremmo imparziali

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