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Quando le parole dei preti fanno male

Ieri ho partecipato al forum promosso dal Psd’Az. Ho ripetuto il nostro programma per la Sardegna: più poteri, più diritti, più ricchezza prodotta. Queste parole sono divenute patrimonio di tutti e ne siamo felici. Mi pare dunque che sia stata una sintesi condivisa. Bisogna lavorarci.
Oggi mi devo subire le cronache del predicozzo di monsignor Becciu e un articolo a dir poco lunare del mio collega Luciano Marrocu che risulta essere infastidito dal fatto che l’indipendentismo sia popolare in Catalogna e teme che possa esserlo anche in Sardegna.
Con Luciano non ho voglia di polemizzare: ripete impostazioni della storiografia marxista sarda molto note, molto ripetute per diventare egemoni ma molto discutibili. Ognuno scelga se aderirvi oppure no, ma io non ho voglia di ripetere ciò che dico e scrivo, in buona compagnia, e cioè che esiste un modo di vedere le cose differente (oggi ricordare che Amsicora era un sardo-punico non toglie niente al fatto che abbia davvero combattuto contro i romani. Dire che i giudici di Arborea avevano sangue catalano e residenze catalane, non toglie niente al fatto che abbiano combattuto contro i catalani per più di sessant’anni. Non è la razza che fa un sardo, è la sua scelta per la Sardegna. Poi si può ancora ripetere la vecchia tesi marxista che vuole che in fin dei conti i catalani hanno fatto del bene alla Sardegna – io penso di no e non nascondo una certa diffidenza verso di loro dovuta alla memoria di ciò che hanno fatto in Sardegna – perché l’hanno unificata amministrativamente, ma è una tesi ideologica e forzata, insostenibile carte alla mano. Tuttavia, queste sono cose da vecchi studiosi con troppe letture sul collo).
Becciu mi fa male, perché sono cattolico e noto una gerarchia che non ha più né il senso di sé né il senso del ridicolo.
Iniziamo dal senso di sé.
Avantieri a Badesi il presidente dell’Anci ha dichiarato che i sindaci sui migranti si sentono soli.
Ho risposto a Emiliano Deiana dicendo che era un rilievo mal indirizzato al Partito dei Sardi perché noi abbiamo un po’ di curriculum in materia.
Noi diciamo, dai tempi in cui Tore Terzitta polemizzò, da sindaco di Valledoria, col prefetto di Sassari, che eravamo e siamo per un’accoglienza regolata, legale, presidiata e che favorisca realmente l’integrazione. Noi siamo perché chiunque possa venire e risiedere in Sardegna, accettando e rispettando le nostre leggi, imparando a conoscere la nostra cultura, rispettando i nostri costumi, pur tenendosi legittimamente la propria almeno negli aspetti compatibili col nostro contesto. Noi siamo perché gli esseri umani si aiutino e si incontrino nella chiarezza, accogliendo i pacifici e i laboriosi e respingendo i malavitosi che si trovano a tutte le latitudini e in tutte le razze.
Noi abbiamo mangiato e conversato con i tanti rumeni che abitano le campagne sarde, che oggi sono percepiti come europei ma che quando arrivarono vennero visti né più né meno come i migranti del Nord-Africa. Io ho amici pastori che hanno ancora forti legami di amicizia con loro ex dipendenti, tornati in patria, che hanno lavorato per anni, in modo regolare, in Sardegna.
Come noi nessun altro però in Sardegna, come dimostra la mistificazione orchestrata contro il sindaco di Macomer. E oggi chi lavora in Sardegna per posizioni serie sui migranti (che significa avere posizioni serie sull’Europa, perché dopo i migranti ci sono gli ebrei, i diversi, i malati, gli anziani non autosufficienti ecc.) ha dalla sua certamente le parole del Papa, ma non quelle dei vescovi sardi, che parlano di tutto, anche di trasporti, si occupano di tutto, anche di accreditamenti di strutture sanitarie, ma non di migranti e di tantissime altre cose che riguardano l’umanità. E dunque arriva monsignor Becciu e nota, oh che risveglio, che ci vogliono 15 anni per fare una strada in Italia. Splendido argomento episcopal-vaticano. E con chi ne parla? Con i fedeli laici (perché i vescovi sono impegnati in accreditamenti, trasporti, accordi di programma, appelli generici e inconcludenti sulla disoccupazione, patrimonio edilizio immenso inutilizzato, rinnovi di tribunali diocesani, padrini e madrine della cresima – peraltro il più discutibile dei sacramenti cattolici – ecc. ecc.). Cioè Becciu, che vede i vertici del governo italiano un giorno sì e l’altro pure, sprona i poveri laici dell’Ogliastra a occuparsi di una vergogna italiana, cioè la selva delle leggi che bloccano tutto. Perché non ne parla lui con Delrio anziché parlare di tutt’altre cose?
Poi Becciu ci dice che dobbiamo pagare le tasse. Buongiorno! E chi non le paga? Ma un pastore non dovrebbe prima di dire cose ovvie chiedersi se il fisco è giusto. No, un pastore dice: «Pagate e dedicate a Dio l’amore». Amen. Che pena!
Sul senso del ridicolo sorvolo.
P.S. Ovviamente, come è già capitato altre volte, ci sarà il solito Solone cattolico che mi risponderà ricordandomi che non sono nessuno per giudicare un vescovo (che però penso si sia tutti d’accordo nel ritenere che sia un uomo come gli altri, che vada in bagno anche lui, che sudi, che abbia ambizioni e pulsioni, paure e debolezze anche lui ecc. ecc.) e che mi inviterà a guardare le mie colpe prima di quelle altrui. Già fatto. Io vivo con le mie colpe davanti agli occhi da quando ho compiuto l’età della ragione, ma mi sono liberato dall’oppressione tutta controriformistica, per cui sapere di essere peccatore porta i deboli e i paurosi a inginocchiarsi e a farsi schiavi del loro senso di colpa e di chi ritiene di aver il potere di liberarli. Mi tengo peccato e libertà e combatto la pedagogia della paura. Chi volesse costruire il potere dell’uomo sull’uomo sul potere della liberazione dal peccato (potere presunto e mendace), rilegga il Faust di Thomas Mann o Il Maestro e Margherita di Bulgakov. Oppure, e fa prima, ignori le mie parole, recluti schiavi paurosi che lo seguano e viva contento di sé.