Agricoltura, Evidenza, Politica, Sanità

La verità sulle vacche e sulla sanità

Facciamo un esempio per rendere chiara la situazione sin dal principio: se io avessi una gamba rotta, preferirei che me lo dicessero o che mi raccontassero che è ‘solo segmentata’?
Un altro esempio: se io fossi stato sperequato perché biondo, preferirei che me lo dicessero chiaramente o che invece tirassero fuori che comunque qualcosa arriverà anche per i biondi in futuro?
Mi sto convincendo che in Sardegna non si riesca più a vedere con nettezza la portata dei problemi perché si è troppo coinvolti nella propaganda, nel mascheramento dell’evidente.
Si teme la verità per un motivo antico: non ci si sa confrontare con civiltà.


Un giorno, un eccellente professore di una materia linguistica, ricevette una recensione cattivissima da parte di un collega sardo. Noi tutti corremmo nel suo studio a chiedergli una reazione durissima. Lui invece ci disse: «Voi non avete conosciuto Papa Giovanni XXIII. Egli sosteneva che il mondo ha bisogno di buone maniere». Fu una grandissima lezione di vita.
In Sardegna non si riesce a dire la verità perché si tramuta l’errore in colpa, perché si è orgogliosi fino alla menzogna, perché si bada più a se stessi che al dovere di servizio verso la società.
Per cui oggi, qui, diciamo la verità non per sbeffeggiare o accusare qualcuno, ma semplicemente perché senza verità non c’è vero rimedio.
Primo punto: è sommamente ingiusto che per la siccità si siano indennizzati (con una legge che, a nostro avviso, produrrà delle grane non banali a chi la userà e attuerà) i proprietari di pecore e non le imprese agricole complessivamente intese. Anche le vacche, i cavalli, gli asini e i maiali bevono e mangiano.
I proprietari di vacche, numerosi nel Nord Sardegna, sono un terzo di quelli di pecore: stiamo parlando di migliaia di persone e di aziende. Mi chiedo: ma è possibile che non si capisca che bisogna ascoltarli subito e correggere la norma? Perché si aspetta che si organizzino e vengano a Cagliari a fare una durissima manifestazione che, tra le altre cose, certificherà che Cagliari è distante dalla Sardegna e che capisce solo le urla e i tamburi? Sarò fatto all’antica, ma non capisco i governi che capiscono i problemi e li affrontano solo quando la piazza si organizza.
Secondo punto: il buco della Sanità. Diciamolo chiaro, il deficit sanitario in tre anni ha assunto dimensioni paurose. L’imperatore delegato Moirano, che peraltro ha attenuato la sua originaria impostazione («la politica mi dà gli obiettivi, per il resto scelgo io» diceva all’inizio; oggi ripete più frequentemente: «io eseguo strategie di altri» e non difende mai la scelta dell’Ats, anche se non la critica ufficialmente), facendo di conto giunge alla cifra di 770 milioni di debito prodotto in tre anni. Ma se si sommano le aziende universitarie ospedaliere e il Brotzu, si sale. Oggi la Sardegna è la regione canaglia, per il deficit, della repubblica italiana.
La perdita di esercizio delle Asl sarde a fine 2016, fatta sui consuntivi finalmente disponibili (ma la sanità è una zona franca dell’efficienza; nella ASSL di Sassari a oggi, fine settembre, i responsabili dei servizi non hanno ancora ricevuto gli obiettivi da parte dell’azienda e nessuno fiata) è di circa 316 milioni di euro. Nel solo 2016 i costi della produzione sono aumentati di 120 milioni di euro. Il punto di partenza di questa gestione sanitaria era il 2013 che aveva un deficit finanziario di 11 milioni di euro.
Diciamolo chiaro: Paci va in aula mercoledì a chiedere 117 milioni di ulteriore finanziamento per la sanità perché diversamente non si pagano gli stipendi.
La colpa non è degli anni precedenti; è di questi ed è grande. Però, chi vuole, continui a negarla e a non vederla e dunque a non porvi rimedio.
Noi del Partito dei Sardi abbiamo sin dall’inizio della legislatura preso le distanze da queste scelte e oggi lo facciamo con ancor più ragioni, ma soprattutto lo facciamo perché siamo certi che i sardi hanno le energie, morali, politiche, culturali e finanziarie, per costruire un sistema sanitario efficiente in tutto il territorio e non solo in qualche eccellenza urbana. Noi lo facciamo perché sappiamo che senza una visione d’insieme organica e equilibrata (e l’Azienda Unica non lo è neanche un poco), i tagli e i risparmi si traducono solo ed esclusivamente in riduzione dei servizi, come puntualmente sta accadendo. Noi lo diciamo perché siamo convinti che i grandi processi di centralizzazione (i grandi appalti, i grandi concorsi, la chiusura dei reparti e gli accorpamenti a prescindere dall’organizzazione dell’utenza  ecc.) non sono garanzie di efficienza, ma sono architetture barocche dove cresce in modo esponenziale la corruzione, l’inefficienza e il debito. Ma di tutto questo non si riesce a parlare perché, fatta la scelta ideologica, la si vuole difendere contro ogni evidenza; perché, scelti i manager nel cerchio magico delle affinità elettive, non li si cambia anche di fronte a evidente poltronite, inadeguatezza di lavoro e difetto di risultati. Tutto in nome dell’orgoglio, una malattia che anch’io conosco e dalla quale mi sono curato. Mi sto chiedendo se non sia il caso di diffondere la terapia.