La stampa inginocchiata: il silenzio sui nomi e sulle accuse

L’Espresso ha dato notizia con un articolo leggibile solo dagli abbanota e non riportato dall’edizione cartacea dell’atto di accusa del Procuratore Generale della Cassazione verso 27 magistrati indagati per i rapporti con Luca Palamara.

La stampa italiana, così capace di frugare tra le lenzuola di politici e prelati, ma vigliaccamente omertosa quando si tratta di parlare di magistratura e forze dell’ordine, che cosa ha fatto?
Ha forse pubblicato ampi stralci di questo atto come è abituata a fare quando deve macellare gli indagati di qualsivoglia indagine, riguardi essa il mondo della politica o della Pubblica Amminsitrazione?
Assolutamente no, si è bevuta l’acqua fresca, filtrata, dell’Espresso e l’ha chiusa lì.
Alcuni giornali del Sud hanno ripreso la notizia per il coinvolgimento di qualche magistrato impegnato nelle procure del meridiano borbonico.

Però, però, a leggere per intero l’articolo dell’Espresso (come dovrebbe fare qualsiasi giornalista di medio impegno) si scopre che cinque nomi sono tenuti segreti. Si parla di 27 magistrati, ma cinque sono taciuti. Perché? Vallo a capire, magari anche perché non contano nulla agli occhi dell’Espresso o perché hanno commesso marachelle e non marachellone. Resta il fatto che nessuno si è chiesto dove sono finiti questi cinque.

A oggi, la Sardegna sembrerebbe, nel racconto dei giornali, una regione dove Palamara era conosciuto solo per gli aperitivi in costa, cui nessun parlamentare sardo e nessun magistrato si è mai rivolto nonostante ai suoi tempi fosse in corso una specie di ordalia alla Procura di Cagliari, cui un solo magistrato – subito dimenticato – si sarebbe rivolto per un favorino (derubricato da Salvi, non dimentichiamolo, ad ‘autopromozione’ legale, mentre se un povero diavolo chiede una raccomandazione a un politico si tratterebbe di corruzione).

Ma la cosa più grave è che di un atto così importante come quello stilato da Salvi non si trovino ampi stralci sulle accuse da lui formulate, cioè non si cerchi e non si pubblichi nulla sulla descrizione dei comportamenti togati ritenuti censurabili dal Procuratore generale della Cassazione.

La stampa italiana sta censurando l’unico debole mea culpa della magistratura. Perché?

Due risposte: per paura e per convenienza, perché la verità è che Palamara non svela solo la magistratura ma anche quelle fasce della classe dirigente che l’hanno frequentata e usata politicamente, e dentro questa fascia ci stanno in tanti.

Si sente drammaticamente in Parlamento l’assenza di Marco Pannella, l’unico parlamentare della seconda Repubblica capace di battaglie di libertà perché libero spiritualmente e praticamente. Libero, non santo, non perfetto, ma libero sì, uno che ha interpretato il mandato parlamentare nella sua forma più alta e che ha sempre denunciato il carattere asfittico, incolto, punitivo e inquisitorio di tanta parte della magistratura italiana (non parliamo di quella sarda per carità di patria).
Pannella era odiato dagli organi di informazione a tal pumnto che se ne dovette inventare uno, Radio Radicale, che ancora oggi è un vero canale informativo, l’unico animato dalal tutela dei singoli rispetto alla forza degli apparati. Paradossalemnte, Radio Radicale è l’unica radio che svolge autenticamente servizio pubblico, cioè l’informazione utile ai singoli cittadini, non filtrati dallo sguardo degli interessi dei forti.
I media dunque meritano l’emorragia di lettori annuale, meritano il ridursi di spazi di prestigio e di rispetto, per la loro calcolata e faziosa ferocia, per il loro vigliacchissimo silenzio sui tanti scempi di giustizia che si operano in Sardegna e in Italia, per il loro collateralismo con il parassitismo di gran parte delle classi dirigenti sarde.

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