La paura, la continuità territoriale e il ditino in bocca nel Porto Canale

Non si può fare il Presidente della Regione avendo paura dei poteri italiani e europei.
È giusto e raccomandabile essere prudenti, ma paurosi e furbi no, è sbagliato.
A quasi due mesi dalle elezioni la Sardegna ha mezza Giunta: il collante elettorale della convenienza non è evidentemente un fattore di coesione e di stabilità.
Un conto è salire sul groppone di Salvini per vincere e tollerare (con la compiacenza degli apparati dello Stato) che le elezioni si svolgano in un clima di disordine permanente; altro è tradurre tutto questo in  governo efficiente e efficace.
Ma la novità è il disinteresse generale nel quale questa situazione kafkiana viene vissuta. Esso dà ragione al Presidente della Regione che nei fatti, mai nelle parole, dimostra di sapere che il popolo sardo digerisce questo e altro, abituato com’è da secoli a subire ciò che altri popoli giudicano intollerabile.
Fare appello all’opposizione è velleitario: gli ‘atticisti’ della Sinistra (quelli dell’attico e dello spritz o del Bellavista) sono impegnati a negoziare con i nuovi assessori le condizioni di sopravvivenza dei loro feudi e delle loro abitudini.
Un altro mese con queste incertezze sulla continuità territoriale e in Sardegna non si parlerà più di continuità aerea. Il rischio è altissimo e nasce dalla scelta politica erronea di non accettare il confronto di fronte alla Corte di Giustizia rispetto alla Continuità varata dalla Giunta Pigliaru e sulla quale è disponibile un’ampia corrispondenza con l’Unione europea che rivela come tutte le obiezioni avanzate sulla continuità varata dall’assessore Deiana e tutti i dati richiesti per perimetrare le caratteristiche del mercato e la natura del diritto dei sardi erano ampiamenti stati soddisfatti. Si sta ripercorrendo la stessa strada audace e costosa che portò poi la Giunta Pigliaru a pagare 5 milioni di euro per mettere a posto Alghero e 7 milioni di euro per sanare il guaio della flotta sarda. Stesso copione con la differenza che gli interessi concorrenti con quelli sardi questa volta hanno fatto semplicemente bau bau e stanno ottenendo la fine della continuità territoriale giungendo al paradosso di tariffe differenziate su Cagliari, Alghero e Olbia.
Sul Porto Canale di Cagliari siamo agli effetti cinematografici speciali. Sembra che, a leggere le dichiarazioni di tanti, la crisi sia stata improvvisa e inattesa. Nessuno che chieda al Cacip, che siede nel Cda della società di gestione del Porto Canale qauli azioni abbia messo in atto quando è risultato chiaro, almeno tre anni fa, che la società stava trasferendo le sue attività altrove. I contratti prevedevano che si movimentassero 800.000 tonnellate di merci all’anno; sono diventate poco più di 200.000, ma certamente non in un anno. Chi ha reagito? Nessuno. Siamo nel mondo della sonnolenza asssistita.