di Chiara Maestrale
Non ho mai amato i sofisti.
Eppure sarebbe ingiusto non riconoscere loro una qualità straordinaria: sapevano costruire argomentazioni così persuasive da indurre l’ascoltatore a dimenticare la domanda più importante. Non se la conclusione fosse convincente, ma se le premesse fossero vere. Ho ripensato a loro leggendo un tweet di Matteo Renzi.
Non perché proponga le primarie, né perché invochi l’unità del centrosinistra. Entrambe sono scelte politiche perfettamente legittime. Il problema è proprio quello che i sofisti riuscivano a nascondere meglio: la premessa.
Ecco il sofisma.
Per arrivare alla sua conclusione, Renzi chiede al lettore di accettare un’idea come fosse già dimostrata: che Giuseppe Conte possa essere collocato nello stesso orizzonte politico delle grandi culture della sinistra democratica occidentale.
Negli Stati Uniti convivono davvero due sinistre. Litigano su tasse, welfare, immigrazione, ambiente, energia. Si accusano reciprocamente di essere troppo moderate o troppo radicali.
Poi arriva Putin e accade una cosa interessante.
Ebbene, continuano a discutere su tutto, tranne che sull’essenziale: l’Ucraina ha diritto a difendersi e le democrazie occidentali hanno il dovere di sostenerla. Discutono sul come, non sul se. Anche Bernie Sanders, pur insistendo sulla necessità di una soluzione diplomatica, ha sostenuto il diritto di Kiev a ricevere aiuti militari.
È così che il paragone proposto da Renzi smette di funzionare. Si può costruire un ragionamento capace di convincere quasi chiunque. Ma sono sempre i fatti ad avere l’ultima parola. E i fatti, come spesso accade, fanno saltare il sofisma.
Che cosa raccontano, allora, i fatti? Non che Giuseppe Conte sia “più a sinistra”. Raccontano qualcosa di diverso: che Giuseppe Conte non appartiene a quella storia.
Perché Conte nasce nell’antipolitica del Movimento 5 Stelle, quella che proclamava superata la distinzione fra destra e sinistra, che considerava i partiti tradizionali parte dello stesso sistema e che ha governato con la stessa naturalezza prima insieme alla Lega e poi insieme al Partito Democratico.
Naturalmente un leader può cambiare idea. A volte è un dovere. Il nodo è capire se ci si trovi di fronte a un’evoluzione politica o a un continuo adattamento.
In pochi anni Conte ha governato con Salvini, poi con il Partito Democratico, quindi con Mario Draghi e infine contro Mario Draghi. Dall’atlantismo dell’esperienza di governo è approdato alla richiesta di interrompere gli aiuti militari italiani all’Ucraina, rivendicandola come la scelta coerente con una strategia di pace.
Ogni cambiamento è stato presentato come un’evoluzione. Di quella biografia politica colpiscono soprattutto le svolte. Più difficile è riconoscervi una direzione.
Ma c’è di più. È lo stesso Renzi a mettere in crisi la propria premessa quando scrive che, sull’Ucraina, le posizioni di Conte “non sono molto diverse da quelle di Salvini“.
Ora, delle due l’una: o quella sull’Ucraina è una questione decisiva, e allora è difficile comprendere come una posizione così vicina a quella del leader della Lega possa essere ricondotta a una delle due culture della sinistra occidentale; oppure non è una questione decisiva.
Ma allora perché Renzi la indica come la principale differenza tra lui e Conte? È una contraddizione che il tweet non riesce a risolvere.
Il punto, però, non è che Renzi voglia fare le primarie con Conte. È liberissimo di farlo. Il punto è un altro: per rendere politicamente naturale quella scelta, Renzi finisce per raccontare un Conte che la biografia politica di Conte non conferma.
Lo inserisce nella famiglia della sinistra democratica occidentale, quando il suo percorso racconta altro: un leader nato contro i partiti, cresciuto rivendicando il superamento delle appartenenze e approdato, di volta in volta, dove il quadro politico sembrava offrire maggiori opportunità.
Viene allora da chiedersi che cosa sia cambiato. Non sembra essere cambiato Giuseppe Conte.
Giuseppe Conte, in questi anni, ha continuato a fare Giuseppe Conte. Chi sembra aver cambiato giudizio su Giuseppe Conte è Matteo Renzi. Per anni ha descritto il populismo grillino come il principale ostacolo alla costruzione di una forza riformista, europeista e liberale. Oggi quello stesso populismo diventa una delle sensibilità del centrosinistra.
È una scelta politica legittima, ma trasformarla in una teoria sulle “due sinistre” non convince per nulla.
La realtà resta ostinata.
Se Conte fosse davvero una delle due anime della sinistra occidentale, come suggerisce Renzi, la questione ucraina sarebbe una normale differenza di sensibilità. Esattamente come accade tra le diverse correnti del Partito Democratico americano.
E invece continua a essere il punto più delicato del rapporto tra Partito Democratico e Movimento 5 Stelle. Non è un caso che anche la cena tra Elly Schlein e Giuseppe Conte abbia avuto tra i suoi temi principali proprio l’Ucraina.
Forse la cena sarà andata benissimo. Può darsi. Forse avranno trovato un’intesa anche su questo.
Se così fosse, la domanda non sarà quale posizione abbia cambiato Giuseppe Conte. La sua biografia politica induce a pensare che la domanda giusta sia un’altra: su quale posizione avrà deciso di cambiare idea il Partito Democratico.

Il PD non è riuscito a trovare un’anima, un’ideologia di riferimento e tanto meno un programma chiaro da proporre. Mentre a destra, ormai, la lotta in atto agli occhi del popolo è tra chi è più cattivo, cinico e spietato, con la rincorsa di Meloni, Tajani e Salvini per riprendere il putiniano Vannacci – dall’altra parte si fa solo ed esclusivamente una sterile opposizione, senza argomentazioni plausibili e una netta linea politica. Elly non è Giorgia e non ha alle sue spalle il FdI dei tempi dell’elezione a Premier: Elly è sola. E Giuseppy lo sa bene. Se stringeranno un patto, costringeranno molte persone a votare tappandosi per l’ennesima volta il naso. Ma tutte le persone saranno consapevoli di stare votando un buco nero, mentre dall’altra parte sapranno bene che più a destra si andrà e maggiormente saranno soddisfatte le proprie istanze isolazioniste, ultraconservatrici, razziste.
Dottore, Conte è figlio del relativismo comunista e di Machiavelli. Che differenza c’è, difatti, tra il movimento che “ciancia” sull’Ucraina e le posizioni dei comunisti francesi di fronte all’aggressione delle armate naziste? Oppure, sulla posizione di Berlinguer in riferimento agli euromissili. E i sabotatori nelle fabbriche d’armi erano, o non erano, comunisti? E vi è differenza tra il Conte che dice tutto ed il contrario ed il Berlinguer che dice che si trova a suo agio sotto l’ombrello della NATO, e poi si smentisce qualche giorno dopo a Berlino est?
Cara Cassandra, io dissento totalmente dalla definizione che da del Conte1 -che ahimè sostenni- non è stato il primo governo fascista, di cui grazie a Dio e agli alleati ci sbarazzammo nel ’45. Semmai è stato il primo governo “sfascista” che insieme, in certa misura, al Conte2 ebbe il meritorio pregio di buttare il bambino con l’acqua sporca e insegnare quella pratica ai suoi seguaci, anche qui in Sardegna.
Il programma politico di Renzi si può sintetizzare in due sole parole: cinico trasformismo.
Per onorare la sua promessa di mandare all’opposizione la Meloni sarebbe capace di allearsi anche con Salvini e Conte insieme.
Gentile Chiara, apprezzo il Suo disquisire sulla collocazione di Conte e sulle esternazioni di Renzi. Tuttavia, a mio vedere, è una perdita di tempo essendo io arciconvinto che entrambi i soggetti appartengano allo stesso pianeta: quello dei trasformisti. Non per nulla Conte si propose a Renzi (allora segretario PD) per gentile intercessione di Maria Elena Boschi allieva della pochette con il nulla intorno. In realtà sono quasi identici: mestatori, bugiardi seriali, avvelenatori di pozzi, manipolatori e dediti ad alimentare il proprio ego in quanto iscritti al partito della cadrega o, se si vuole più volgarmente, al partito Podda. Saluti.
Bella riflessione, voglio dare un colpo di maestrale anche io, Renzi sta facendo il suo sporco giochetto, per il rottam-attore deve essere dura dover riabilitare Conte, io Giuseppi lo disprezzo, d’altronde il Conte 1 è stato il primo governo fascista della Repubblica, i decreti sicurezza candeggiati in pochi mesi , la memoria da pesce rosso di erta politica e di certo elettorato, come si può rendere credibile questa accozzaglia di sigle? La politica è allo sbando, uno come Renzi potrebbe riprendersi il banco, d’altronde è rimasto l’unico a portare avanti le dinamiche che voleva eliminare
e intanto qui da noi s’ode forte olezzo di tabella…
Egregio Professore, come al solito ho trovato molto interessante la sua analisi politica. Proprio pochi giorni fa Michele Serra, nella sua rubrica L’Amaca su la Repubblica, è tornato sull’argomento, sostenendo che Elly Schlein e Giuseppe Conte dovrebbero dire con chiarezza agli elettori se il progetto del campo largo sia realmente praticabile oppure se manchino i presupposti per costruire un’alleanza solida e credibile. Serra richiama inoltre il primato della politica: prima delle alleanze, dei personalismi e delle convenienze elettorali dovrebbe venire una visione comune, un progetto di governo condiviso tanto dalla classe dirigente quanto dai cittadini. I miei dubbi, tuttavia, restano. Mi chiedo come possano pensare a un’alleanza forze politiche guidate da personalità così diverse come Giuseppe Conte, Elly Schlein e Matteo Renzi, soprattutto se il dibattito sembra concentrarsi prima sulla leadership e sulle eventuali primarie e solo in un secondo momento sul programma. Non dovrebbe essere il contrario? Prima si definiscono gli obiettivi, i valori e il programma comune, e solo successivamente si individua la persona più adatta a guidare la coalizione. La storia politica recente offre diversi esempi di alleanze nate più dalla necessità che da una reale convergenza politica: il governo Lega–Movimento 5 Stelle, i governi Conte sostenuti da maggioranze differenti, il rapporto tra Conte e Renzi, fino al governo Draghi. Esperienze molto diverse tra loro che hanno mostrato quanto sia difficile mantenere coesa una coalizione quando le differenze di impostazione politica e culturale sono profonde.
Per questo continuo a chiedermi se il campo largo possa rappresentare un autentico progetto politico oppure rischi di essere soltanto un’alleanza elettorale costruita per vincere le elezioni, ma destinata a incontrare le stesse difficoltà che abbiamo già visto in passato.