Ci sono libri che raccontano il Novecento attraverso i vincitori, i dittatori, i generali, i grandi leader. E poi c’è Novecento. Sulle spalle dei giganti. Il secolo in dieci vite di Enrico Deaglio (Gribaudo, 20 euro), che racconta gli eroi antieroici: non quelli da parata, non i vincitori delle guerre, ma coloro che hanno vissuto con radicalità, spesso perdendo, quasi sempre pagando un prezzo personale altissimo.
L’unica eccezione è Nelson Mandela. Ma è un’eccezione che conferma la regola. Deaglio non racconta il presidente del Sudafrica, bensì Madiba, l’uomo la cui aura naturale faceva sì che fosse chiamato con il nome del suo clan. Un uomo naturalmente carismatico, ma proprio per questo lontano dalle stigmate ordinarie del potere; paziente, calmo, ma anche dionisiaco, capace di danzare a ritmo, o meglio di adeguare ogni membro del proprio corpo al ritmo della musica. Un uomo che salutava un’amica corale con un lungo bacio a labbra chiuse sulle labbra. Chi non vorrebbe poterlo fare con le proprie amiche di sempre? Ma soltanto a chi ha quell’aura è concedibile.
Poi vengono gli eroi meno noti.
Alexander Langer, altoatesino, fondatore dei Verdi in Italia, morto suicida senza che si sappia davvero perché, quasi consumato da una febbre di assoluto, religiosa e politica insieme che personalmente, maledizione, conosco benissimo.
Ammirava don Milani e, nelle poche parole d’addio, citò il Vangelo: «Venite a me voi che siete oppressi». Il vescovo di Bolzano, durante i funerali, gli rimproverò di aver dimenticato la conclusione del versetto: «…e io vi darò ristoro».
Langer si batté fino allo spasimo, da europarlamentare, perché l’Europa intervenisse contro il genocidio dei bosniaci, quel genocidio che vide in azione anche cecchini italiani, sui quali la Procura di Milano ha finalmente aperto un’indagine.
Tutti stimavano Langer; nessuno gli diede retta. In politica, il cinismo passa quasi sempre per realismo e la vigliaccheria per prudenza.
C’è Bobby Campbell, il primo malato di AIDS che non mise la testa sotto la sabbia. Si fotografò i piedi colpiti dal sarcoma di Kaposi e chiese se anche altri presentassero gli stessi sintomi. Così la malattia degli omosessuali uscì dalla clandestinità e divenne un problema della scienza. Accanto a Bobby, Deaglio ricostruisce la fabbricazione del paziente zero, del mostro, dell’untore al quale attribuire la volontà di diffondere il morbo, di incarnare l’angelo sterminatore. La mostrificazione si abbatté su uno steward canadese che solo molti anni dopo, grazie al lavoro di un giovane ricercatore del King’s College di Londra, il quale studiò le diverse edizioni del libro che lo aveva trasformato nell’untore universale – scritto, per ironia della sorte, da un giornalista omosessuale anch’egli morto di AIDS – fu restituito alla sua vera identità: quella di una persona discreta, gentile e sfortunata.
C’è Marek Edelman, il comandante dell’insurrezione del ghetto di Varsavia del 1943 contro lo sterminio scientifico cui le SS avevano sottoposto gli ebrei, rinchiudendoli nel ghetto fin dal 1939 e svuotandolo verso i forni crematori al ritmo di seimila persone alla settimana, convinte a non ribellarsi con la promessa di tre filoni di pane e di un barattolo di marmellata. Marek era un dirigente del Bund, il partito socialista ebraico che si opponeva tanto ai sionisti, sostenitori della grande migrazione verso Israele, quanto ai nazisti. I dirigenti del Bund si recarono perfino da Stalin per ottenerne il sostegno e vennero uccisi. Nessuno ricorda più il Bund. Quando Edelman venne in Italia a presentare il suo libro, andarono ad ascoltarlo solo 80 persone.
C’è Licia Rognini Pinelli, la moglie di Pino Pinelli, l’anarchico scelto con Valpreda dagli apparati deviati dello Stato come coloro sui quali far ricadere la colpa della bomba di piazza Fontana, nella sede della Banca dell’Agricoltura a Milano. Una donna ferma, che ha sempre difeso l’impossibilità della caduta volontaria di Pinelli dalla finestra del quarto piano della questura di Milano. Per la mia generazione, la morte di Pinelli è l’alert costante verso ogni verità di Stato. Licia è davvero una donna con la schiena dritta, non come tanti moralisti apparentemente dalla parte della verità, ma sostanzialmente afflitti da una scoliosi occulta che li piega sempre alla convenienza, o a una convenienza, del momento. Qui c’è l’unico scivolone di Deaglio, perché si vede che nella testa dei dirigenti di Lotta Continua l’idea che a far cadere Pinelli sia stato Calabresi non è venuta meno. A me invece pare che Calabresi fosse vittima, e non carnefice, anch’egli avviluppato dall’ipotesi investigativa messa su e difesa dall’Ufficio Affari riservati del Ministero degli Interni. Calabresi, quando Pinelli venne spinto fuori dalla finestra, non era nella stanza.
E così tanti altri eroi.
Questo è un libro che conforta. Conforta chi prova a vivere nobilmente, senza nascondersi niente di sé, ma anche senza abbruttirsi nei riti di massa, che finiscono quasi sempre per essere riti di morte. Deaglio ricorda che il Novecento non è stato fatto soltanto dai carnefici e dai potenti. È stato attraversato anche da uomini e donne che hanno scelto di non piegarsi, pur sapendo che probabilmente avrebbero perso. E, qualche volta, è proprio la sconfitta, quando è abitata dalla dignità, a lasciare nella storia un segno più profondo della vittoria della forza.

Io avrei aggiunto anche il nome di Giorgio Ambrosoli, avvocato milanese ucciso nel 1979 da un sicario italoamericano pagato da Sindona. Fu il liquidatore delle banche di Sindona e andò avanti nonostante le minacce. Ai suoi funerali non prese parte nessun esponente delle istituzioni repubblicane. Neppure Pertini, allora al Quirinale. Dall’esilio, il Re Umberto II inviò un messaggio di condoglianze ed un mazzo di Rose Rosse. Rose che la vedova pose accanto al corpo del marito prima che venisse chiusa la cassa. Ambrosoli era monarchico, ma era un Servitore dello Stato ucciso nell’adempimento del suo dovere.
Buongiorno,
grazie davvero di tanta cultura , parli di cose che sinceramente non sapevo, forse per distrazione durante.i miei vari spostamenti di lavoro qua’ e là; ho letteralmente divorato l’articolo, ma credo che lo rileggerò.
Naturalmente ho preso buona nota del libro, lo cercherò nella libreria Paese d’Ombre di Villacidro…
Non nego che di fianco al ricordo di Mandela/Madiba, mi sarebbe piaciuto leggere anche il nome di Ghandi / Mahatma/Bapu..
Bona Die