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Il Camilleri che ho conosciuto

Grazie al lavoro e alla cortesia di Giuseppe Marci, molti di noi hanno potuto avere un contatto con Andrea Camilleri. Io ho avuto l’onore di far parte della Commissione di laurea che, presieduta dall’allora Rettore dell’Università di Cagliari Giovannino Melis, conferì allo scrittore di Porto Empedocle la laurea honoris causa. Qui trovate, oltre la notizia, la bella foto della frase che egli scrisse nel libro degli ospiti, una frase semplice di ringraziamento umile scritta da un uomo che sapeva di essere un aristocratico dello spirito.
Quel giorno, dopo la laudatio di Giuseppe Marci, Camilleri pronunciò una lectio magistralis che merita di essere riascoltata da educatori, insegnanti, letterati, genitori e figli. La trovate qui.
Ciò che mi colpì fu l’abilità con cui Camilleri fece dialogare vita e letteratura.
Un grande ermeneuta francese ha scritto che gli eventi non hanno senso senza narrazioni: se non si ricostruiscono le relazioni tra le cose, le persone, le immagini, i desideri, le virtù e i vizi, le colpe e i meriti, la vita sembra un caotico esercizio di sopravvivenza biologica.
Le grandi e piccole architetture mentali della letteratura, siano esse condensazioni di senso, come accade in poesia, o complesse strutture emotive collocate in determinati perimetri spazio-temporali, come sono spesso i romanzi, sono sempre narrazioni significative per i lettori (direi per le persone) perché replicano l’esercizio che quotidianamente ogni uomo fa per dare un senso a sé e agli altri: il racconto. Noi ci raccontiamo a noi stessi ogni giorno, introiettando il contesto, rimasticando la storia in cui siamo immersi, per prendere coscienza delle relazioni tra noi e il mondo e per dare, così facendo, senso a noi stessi e al mondo.
La grande lezione (spesso fuorviante e castrante) della retorica positivista, che prevede che mai un relatore parli di sé, ancora oggi caratterizza molti di noi. L’autobiografismo è visto in accademia come concessione censurabile al narcisismo. Camilleri, in quella lezione, riuscì a fare ciò che Bachtin dice essere (e dover essere) sempre una struttura narrativa: riuscì a parlare di sé parlando di letteratura. Si raccontò letterariamente, con quel tanto di giusta finzione che deve essere sempre concesso (e preteso) a chi narra. Se lo si ascolta attentamente si impara un metodo di dialogo tra i vecchi e i giovani, tra il presente e il futuro.
Per parlarsi, spesso, bisogna parlar d’altro, bisogna trovare un terreno di mezzo nel quale incontrarsi. Un libro, un racconto, una poesia, è spesso un luogo dove ci si può trovare, dove la mediazione della finzione consente di trasmettere tutto: dolore, fatica, rabbia, dolcezza, intelligenza, coraggio e viltà, apprensione e tenerezza, compagnia e separazione. Un libro può essere un luogo dove ciò che sembra concluso ritrova vita, come è accaduto in quella lezione, nella quale Camilleri riuscì a raccontarsi e a raccontare il difficile rapporto col padre usando di sponda un tratto della storia letteraria italiana e siciliana. Parlò letterariamente per tutti, parlò narrativamente di sé, recuperò in modo struggente il padre. Forse è un metodo da seguire.