Non c’è da lamentarsi se ogni paese della Sardegna organizza il proprio festival letterario estivo: scrivere, in fondo, non ha mai fatto male a nessuno. Tutti hanno imparato le parole d’ordine delle strategie di destinazione e le ripetono con disciplina: attrarre visitatori nei paesi dell’interno, animare le comunità, contrastare lo spopolamento. Non vale neppure la pena soffermarsi sull’ingenuità di questa liturgia.
Il problema comincia quando i festival e i premi diventano troppi. Tra giugno e settembre ne ho contati circa quaranta: quasi uno ogni tre giorni. Una simile inflazione produce inevitabilmente una svalutazione. Per riempire calendari, giurie e palchi non bastano gli scrittori autentici, né i libri realmente significativi. Bisogna promuovere le terze e le quarte file, elevando al rango di scrittore, intellettuale o protagonista chi, in condizioni normali, non avrebbe forse meritato la qualifica.
Si crea così un’economia circolare della consacrazione: i festival legittimano gli autori, gli autori giustificano i festival, le giurie premiano i propri ambienti e un circuito chiuso consacra se stesso. Il premio non certifica più un valore precedente, ma produce artificialmente il valore che dovrebbe riconoscere. In questo quadro si inseriscono gli appartenenti allo star system della divulgazione nazionale italiana: giornalisti divenuti guru, capaci di pontificare su tutto, a botte di 30.000 euro a serata. Editorialisti che divengono storici, storici che divengono performers, attori che si trasformano in mental coach, insomma, una celebrata e patinata manipolazione di massa, una solenne e remunerata presa per il culo. Una pena e uno schifo non per la loro avidità, ma per il servilismo televisivo di chi dà loro una tribuna retribuita.
L’effetto finale è un abbassamento della sensibilità estetica, una cialtronizzazione letteraria parallela all’impoverimento delle strategie di attrazione culturale dei paesi ridotte alle sole sagre d’arrosto e bim bum bam.
Non basta scrivere per essere scrittori, invece in Sardegna chiunque scriva si sente scrittore, con buona pace di chi insegna che la letteratura nasce dalla letteratura, non dal sentimento o dall’urgenza di scrivere. Ma non basta. In autunno, lo stesso circo invade le aule universitarie o, peggio, vede i professori andare nei paesi, in nome della terza missione, a parlare di cose marginalissime, quasi inutili, ma inserite in sontuosi progetti di ricerca e collaborazione. In autunno si celebra la petizzazione della letteratura.
Inseriti in questa bolla di finzioni, sopravviviamo ritirandoci in noi stessi.

Gentile Mario, nessuna generalizzazione, ma mi pare che il dato prevalente sia quello da me descritto.
D’accordo sulle linee generali: verissimo che scrivere un libro non faccia uno scrittore, altrettanto vero ciò che ha espresso sulla qualità dei testi letterari, ma fare di tutta l’erba un fascio è sempre sbagliato.
x Medardo
la pastorale del turismo non sarà un esempio eccelso di fucina culturale ma almeno offre una occasione di ascoltare (che non è banale) e pensare, sfuggendo all’abitudine estiva di ingozzarsi di birra e patatine, nonchè al vezzo ormai universale multistagionale di nutrire il proprio intelletto con ciò che il nostro smartphone ci vomita addosso quotidianamente (ingozzando la nostra sete di novità da bruciare in un attimo)
quanto a Jovanotti, che riesce a parlare (sembrerà strano) a milioni di giovani (e seniors) e occasionamente uscitare riflessioni nei medesimi, non ha scritto solo e sempre cazzate (per me anche parlare di vita è cultura, e parlarne con la musica a maggior ragione)
@Antonio
Ho letto il “programma” di pula letter aria fritta
Ti piace vincere facile :)))))))
L’analisi è ineccepibile, e centra l’argomento della inflazione della cultura e o delle prebende elargite. Anche a me piacerebbe tirare sù un libercolo e, dopo una serie di afflati, sapere che il mio conto è stato rimpinguato di un pacco di euri. Mi manca il festival letterario di Posada, mi mancano i poeti estemporanei nonché gli Scrittori in Limba che arricchivano la nostra cultura, mi mancano i festival dei cantori che hanno fatto grande la cultura della Sardegna. Dove sono finite le gare di poesia e dei cantori Sardi! Sento di un festival, fiore all’occhiello di un certo paese, che sente la necessità di invitare un sedicente guru che guru non è! Quando si parla di presentazione di quel caxxo che hai scritto devi parlare di quello e non di puttanate varie. Detto questo la strada è breve: da sedicente GURU,(che mai può essere,) illo duventa un PARAGURU e, a seguire, un PARACULO!
Invito i lettori a cercare sul web le parole evidenziate,: GURU PARAGURU e PARACULO.
Sia Treccani sia AI soddisferanno i vostri approfondimenti! Ad maiora!
… ajó, est sa economia ‘noa’ che avanza, totu a “eventi, eventi, eventi”, totu a sa zoronada: una “mareggiata” de zente una die e poi… e poi sighimus a ispetare ma nessi fama de festajolos nos faghimus e bonos a nàrrere sempre «No! No a tutto!»
Spesso assisto a questi eventi letterari , anche un giorno dietro l’altro, il pubblico quasi sempre lo stesso , a volte segue buffet, naturalmente tutto con lauti finanziamenti alla fine si notano che le persone sono più numerose, sicuramente perché c’è fame……… di cultura.
Concordo in pieno. La Sardegna è stata trasformata in una rosticceria a cielo aperto con sagre infinite nelle quali santi e divinità vengono ricordate a più riprese accompagnate da momenti di “riflessione” post prendiate. E magari sarà un pensiero non attinente all’argomento ma ogni volta che leggo la notizia di una sagra di qualche genere credo che tra le pecore, gli agnelli e i maiali del posto, corra un brivido. È sempre una strage.
Ottima presa di posizione, compresa la rasoiata su certi docenti, su certa università e sullmisericordiosa ed ingorda missione della TERZA MISSIONE. Mi accodovsu tutra la linea.
Anche i Festival Letterari sono divenuti una delle svariate rappresentazioni di subordinazione alla dittatura del colonialismo turistico che sa come drenare denaro pubblico a vantaggio delle clientele che lo incoraggiano. Tutto in nome ancora una volta, del turismo di massa. dei numeri che devono crescere e dei grandi eventi stagionali. Economia ad impulso stagionale, Cultura ad impulso stagionale. Nulla di stabile anzi strutturalmente effimero. Tutto con denaro pubblico e demagogicamente gratuito. Inflazione di offerta. Svalutazione. Autoreferenzialismo. Affaruncoli e tornaconti. Meno che scarsissime le eccezioni. Roba di cui non se ne può più, che serve a far trascorrere l’estate o la stagione che sia ma non serve in alcun modo a colmare ritardi cioè allo sviluppo della Sardegna.
tutto molto tristemente vero
Mi riservo di ritornare sull’argomento, ma è singolare che in un Paese dove non legge nessuno si pubblichino libri che non leggerà nessuno, neanche il più o meno folto gruppo di accoliti attivati dallo scrittore, dal relatore e dalle reti parentali e professionali (colleghi o subordinati del grafomane di passaggio). Si tratta di un piccola mangiatoia a spese della Ras, per incentivare l’amichettismo nostrano.
prof. si legga il programma di pulaletteraria
https://www.pulaletteraria.it/
Gentile Professore. Parto da questa sua espressione, che rende fulgidfamente il senso di un’analisi, la sua, che nessuno (oserei dire) ha mai proposto in tutti questi anni (benché, chi davvero è addentro i flussi regionali dei festival, conosca bene lo scenario): lei parla indatti di “una cialtronizzazione letteraria”, ovvero l’effetto di un’offerta massiva legata ai festival cutlurali sparsi ovunque nell’Isola. Un effetto che porta – come lei sottolinea – ad una svalutazione stessa di quelli che, se concepiti come 20 anni fa, potevano ancora essere dei laboratori civici di cultura. Ho avuto modo di vivere tantissime edizioni di Gavoi, Seneghe, Berchidda, Cagliari e diversi altri contesti in cui sono germogliati festival, e nel tempo ho assistito ad un livellamento verso il basso di quella che è la qualità delle programmazioni e l’uniformità fra un festival e l’altro. Non c’è più differenziazione ormai, tutto ciò che trovi all’Isola delle storie lo trovi al Marina Caffè, tutto ciò che trovi al Time in Jazz lo trovi, più o meno a Dromos. Oramai i festival sono diventati un trend, e anche se non si hanno le competenze, gli ospiti all’altezza, i gisti moderatori, comunque il Festival va fatto. E non solo. Va fatto anche perché attorno a questi “momenti di intrattenimento” (non più momenti di riflessione collettiva) girano affari e affarini. E non parlo dei contributi (regionali e comunali), ma semmai di realtà come l’Associazione Enti Locali per le Attività Culturali e di Spettacolo, che in una giostra di “soliti noti” organizza in tantissimi comuni sardi portando praticamente gli stessi ospiti ovunque, in un giro di business che non porta nulla ai comuni, ma solo agli organizzatori e agli scrittori, con un livello di qualità culturale rasoterra. Per non paralre poi di realtà come il Time in Jazz, ormai in caudta libera da quando Fresu ha affidato la gestione del Festival alla borghesia liberal cagliaritana, svilendo l’identià di un festival che ha fatto la storia del jazz e si basava sul rapporto generante fra piccole comunità e artisti.
Insomma, se in passato si potevano apprezzare momenti di originalità e confronto aperto, oggi i Festival sono diventati delle macchine di contributi e affarini per sindaci e piccoli manager da paese che utilizzano la cultura per alimentare i loro consensi e i loro voti.
E c’è da meravigliarsi? Basta “entrare” in una pagina facebuk magari di una persona che scrive cose interessanti ed condivisibili, e per caso si scrive un post ( comprensibile, nulla di particolarmente complesso) e si scatena un susseguirsi di interventi contro o a favore letteralmente surreali che nulla hanno a che fare con il post scritto da te, ma solo vomiti, pesciatine di cagnolini,analfabetismo di ritorno….e la maggior parte scritti da chi si considera di “sinistra” (propal,wok,art.18,lgbtq ecc ecc) quindi, “Saputo”.Bonaccini dice che chi vota a destra è ignorante,ma non ha parlato di “ quelli che votano a sinistra”.
La deriva dei pestival ormai travolge anche la chiesa. Oggi sul Corriere della Sera un articolo di Elvira Serra ci racconta della “pastorale del turismo”. La massima ambizione dell’anfitrione della festa è portare Jovanotti. Una prece!
Il problema dei festival letterari, a mio umile avviso, comincia quando festival e premi diventano troppi. Ciò produce inevitabilmente una svalutazione di alcuni eventi che, come dice lei, professore, rischiano di essere organizzati soprattutto per riempire calendari, paesi e feste. Sarebbe stato preferibile caratterizzare queste iniziative attraverso linee programmatiche precise e criteri di selezione rigorosi, eventualmente sostenuti da un quadro normativo capace di definirne finalità, qualità e requisiti, valorizzando al contempo la storia locale, le peculiarità culturali e le caratteristiche del territorio, anziché affidarne la proliferazione a una logica puramente quantitativa e promozionale o, peggio ancora, a dinamiche volte a favorire, di volta in volta, determinate associazioni o persone che spesso sembrano essere scelte non tanto per capacità, competenze o meriti effettivi, quanto per la loro vicinanza politica alle diverse amministrazioni di turno.
Festival da contributo.
Il fatto è che ci sono più scrittori che lettori (cit )