L’intervista di Dario Franceschini al Corriere della Sera di qualche giorno fa è un hapax della comunicazione politica italiana. Posto che il confronto politico si alimenta di ferocia mascherata di realismo, ammettere una malattia grave come il Parkinson è un gesto eversivo.
Una sequenza del testo merita grande considerazione:
F. «C’è da dire che la malattia ti toglie, ma poi, per uno che fa il mio lavoro, finisce anche per darti».
D. In che termini?
F. «Azzera le ambizioni personali, ti fa perdere quel senso di invincibilità che il politico si presume debba trasmettere, mostrando di non avere, quasi per definizione, debolezze, timori, fragilità. Svanisce, di colpo, l’obbligo di essere super performante. La malattia ti impone un radicale cambio di prospettiva. E infatti, inevitabilmente, vedi anche cose che prima non vedevi, oppure inizi a considerarle con la dovuta importanza».
Franceschini conferma che il dolore è il passaggio segreto dall’Inferno al Paradiso.
Resta incomprensibile perché, per ritrovarci autentici, ci dobbiamo passare dentro. Io lo trovo tanto vero, quanto inaccettabile e contesto molto quanti sostengono che il dolore venga da Dio e serva per consegnarci alla vita eterna.
Non c’è prova della veridicità di questa visione e, anzi, essa appare blasfema rispetto al Dio dei cristiani.
Il dolore nei cristiani ha un senso perché non è la fine di tutto, è solo un passaggio generato dall’imperfezione dell’universo e comunque non è mai inviato da Dio, semmai è da lui rimediato.
Ciò che mi piace nel nuovo Franceschini (il vecchio non mi convinceva neanche un po’) è l’altezza della sua dignità umana. Le sue parole sono dense.
È verissimo che la gente vuole il politico invincibile, privo di debolezze, immune dagli errori, sempre vincente. Anzi, la prova che non sei più niente agli occhi degli altri è quando cominciano a rinfacciarti gli errori e tu capisci chi erano realmente le persone che frequentavi, che magari hai amato più di quanto loro abbiano amato te.
Ed è altrettanto vero che quando sei setacciato dal dolore, prendi le distanze dalle cose, vedi meno nemici, sorridi di più di te stesso, tolleri di più gli errori tuoi e altrui.
Ciò che Franceschini non dice, ma che si intuisce conosce bene, è il passo successivo: l’indisponibilità all’effimero. Il dolore aumenta il desiderio di verità e di equilibrio, di compimento. Ci perdoneranno Hegel, Croce, Marx e Gramsci, ma la dialettica della storia non dà alcuna risposta di senso; non è l’agone continuo e l’equilibrio precario a dare significato al senso di sé e degli altri. Viceversa, quando si incontra chi ti accoglie per come sei, tutto assume un valore: That Love is all there is, / Is all we know of Love
Quando vado a messa, cerco di ricordarmi dei miei amici viventi e scomparsi.
Da oggi aggiungo Franceschini perché è uno di noi, uno di quelli che non si arrende al cinismo spacciato per realismo, uno che vuole amare ancora.

Tante belle parole e situazioni che causano un non so che di momenti di tristezza e, allo stesso tempo di resilienza! Avere un problema, esternarizzarlo e, al contempo, combatterlo cercando una soluzione al problema con la solidarietà indiscussa di chi ti sta attorno. Ho avuto uno zio che nonostante la malattia è sempre stato fantastico nelle sue desiderata e nel suo modo di vivere il problema, non ha mai fatto esternalizzazione della condizione, lui sapeva di averla, noi sapevamo che l’aveva, ma si è andati avanti anche con battute goliardiche. Ne ricordo una dove diceva ” meglio perdere un qualche goccio di vino con il mio Parkinson, piuttosto che non sapere dove cazzo ho messo la bottiglia di vino mo; meglio il Parkinson dell’ Alzheimer)”. E a seguire:”mai fare pesare sugli altri i propri problemi; so di avere un problema ma guai a farlo pesare e, dulcis in fundo, beviamoci sopra birra? 🍻 Vino?🍷 Ogniuno selga quello che gli pare. ( Parole sue) Ciascuno beva e si accontenti di quello che gli arriva in bocca!,” Franceschini dixit che ora cambierà registro visto il dolore della malattia? Cazzodibudda: mi dispiace la malattia di Franceschini, mi ha affranto la malattia del mio zio e, aggiungo un’altra cosa, mio zio è sempre stato fantastico e altruista sia prima sia durante la malattia. Franceschini afferma che prima è stato non so ché e ora, dopo la conoscenza della malattia, farà ammenda e sara più cosaaaa?
Mi accomuna a Dario Franceschini il fatto che abbiamo -piu o meno – la stessa età (lui ha circa 2 anni e mezzo più di me) e la malattia di Parkinson. Dalle sue foto nel Corriere è evidente , e io la vedo chiaramente, la sua sofferenza. Così come penso sia evidente nel mio viso la mia.
Penso che il dolore ti costringa ad un inevitabile mutamento di prospettiva nel guardare e valutare le cose della TUA vita e delle vite degli altri che ti ruotano attorno. E acquisti la capacità di capire ciò che è veramente importante… sia per te stessa ed anche per i rapporti che quotidianamente intessi con gli altri. Cambiano decisamente le priorità.
Anch’io,come Franceschini, sono convinta che la pratica del non-isolamento, ma della condivisione della personale esperienza , (dolore compreso), sia positiva e terapeutica per i parkinsoniani, anche se, nella frenetica realtà in cui siamo immersi, possa purtroppo essere di non facile attuazione.
Paolo…grazie per questo spazio e per la tua riflessione. (Come frequentemente succede, la tua grande sensibilità ti fa subito vedere, nel panorama delle prime pagine dei giornali, gli articoli che meritano attenzione…)
Paolo,
Grazie di aver fatto un bellissimo articolo 🙏🏽
Le parole usate da Dario Franceschini per raccontare come convive da 6 anni con il morbo di Parkinson . Sono parole profonde che portano ad umanizzare una patologia neurodegenaritiva .
Ci vuol coraggio a mostrar le proprie fragilità le proprie paure e ci vuol coraggio nel non mollare, mai…
Coraggio Dario 💪🏽
Io penso che la malattia possa arrivare, e quando arriva, proprio lì, nel punto in cui siamo costretti a ricordare ciò che avevamo dimenticato: di essere persone normali, fragili, finite. Non è una punizione, né necessariamente un messaggio da decifrare, ma un confronto ineludibile con la nostra realtà, quando non possiamo più recitare di essere ciò che non siamo. E allora ci apre gli occhi. Ci strappa, forse per la prima volta, alla rappresentazione che avevamo costruito di noi stessi e ci mette davanti alla verità dei fatti: siamo vivi, siamo fragili, siamo mortali. E proprio per questo, autenticamente presenti.
A questo punto la vera domanda è: perché siamo quasi sempre costretti ad attendere il cedimento biologico della carne affinché l’Ego abdichi alla sua recita di invincibilità?
La malattia, nella realtà, finisce per essere solo una conversione coatta ma la grande letteratura ci ha offerto l’evasione dell’Innominato, dove la demolizione dell’uomo di potere avviene nel pieno della sua Potenza terrena, per pura angoscia metafisica.
Che dire poi della storia sacra? essa ci consegna un archetipo non letterario, .. ben più denso: Cristo nel deserto. Lì non c’è decadenza cellulare, eppure la carne è setacciata dal dolore profondo perché Cristo ha il peccato dentro, all’eccesso, lo sperimenta nella sua totalità terrena prima di scegliere l’indisponibilità all’effimero.
Le parole di Franceschini descrivono una verità subita attraverso il corpo ma la sfida vera, quella che ci rende autenticamente Presenti, è saper guardare dentro quel baratro per pura lucidità della coscienza, non per sfinimento biologico.
Saper abitare il deserto prima che sia il dolore a costringerci, è questo l’orizzonte sfuggente.
Alla fine della partita Re e Pedone rientrano nella stessa scatola..
Giorgio
Penso che le malattie diano quando ed a tutti coloro che riescono a ricordare di essere UMANI .
Ciao Paolo