Il presidente Comandini incontra ogni tanto qualche capogruppo e dichiara in privato che sta per arrivare uno tsunami giudiziario di cui nessuno sa niente.
La notizia non è credibile; è uno dei tanti allarmi per creare con la paura la coesione che non si riesce a produrre con la convinzione.
La magistratura cagliaritana (vedere i giovani del Pd impegnati nella campagna elettorale di un magistrato candidato al Csm ne è l’emblema) sta scrivendo in questi anni una delle pagine più tristi della sua storia, che già non è proprio delle migliori, se la si considera dal punto di vista dei casi Scardella, Manuella e Zuncheddu e la si scandaglia oltre l’apparente rigenerazione dovuta all’emarginazione di Lombardini.
Ci sono processi, anche recenti, che gridano vendetta: per esempio il processo contro la Delcomar dove il perito della Procura si rivelò essere molto meno capace del necessario, esattamente come nel film Zustissia il perito traduttore che non conosceva il sardo. Il film mette in evidenza un’altra caratteristica vigente delle toghe: l’assoluta indifferenza al tempo che passa (quando vogliono loro) o l’estrema rapidità di decisione quando, per ragioni di potere, l’urgenza spinge.
Il film (bello, pulito, antiretorico, forse un po’ “scolastico” nel montaggio e con un Riondino più “recitante” che interprete) ci riporta a una realtà che conosciamo: investigatori che manipolano le prove.
A me venne attribuita una firma, consistente in uno scarabocchio, ovviamente non mia; in un altro processo, il Gip che ha disposto gli arresti, diceva nell’ordinanza di custodia cautelare che uno degli arrestati non possedeva i titoli per essere nominato primario, senza aver fatto una benché minima indagine per accertarlo, e infatti era falso.
In un altro clamoroso processo, l’investigatore che rilascia la testimonianza chiave è indagato in altro processo per falsa testimonianza, proprio per quella dichiarazione.
È un mondo pericoloso: è pericoloso stare sulla punta del naso a un membro della Polizia giudiziaria.
In un processo, la Polizia Giudiziaria ha depositato per errore delle intercettazioni che dimostravano che il testimone chiave, che accusava uno degli arrestati, faceva traffici strani ai danni dei suoi assistiti (era un sindacalista) e si era messo d’accordo con un altro personaggio equivoco per formulare l’accusa. La Polizia sapeva, ma fece finta di niente.
Come pure il film denuncia il pessimo vizio di tanti avvocati di grido di non leggere con attenzione e per intero le carte o di affidarsi a un rapporto equivoco con i magistrati, giocando sul proprio mestiere e sull’assunzione comoda che le carte raccolte dall’accusa siano corrette. Taccio di quelli che agiscono nei processi per l’affidamento di minori, perché non ho le forze per raccontare la zona grigia che sta tra avvocati, psicologi, assistenti sociali ecc. Finire in quel reticolo è un incubo.
Infine, il film rende benissimo la superficialità con cui spesso procede il tribunale del riesame. Quello di Cagliari ha inanellato una figuraccia universale quando ha avvallato la teoria secondo la quale per essere assunti da un’agenzia interinale che lavora per la Pubblica Amministrazione occorrerebbe un concorso pubblico. La Cassazione ha avuto gioco facile a smontare la loro tragica ignoranza (in senso etimologico, cioè di mancata conoscenza delle norme).
Il lascito psicologico di questo film non è solo la memoria dell’ingiustizia patita da Zuncheddu (me ne occupai tra i primi e oggi mi piace sedermi nelle ultime file quando se ne parla. Mi commuovo) quanto la sensazione della non terzietà della giustizia.
La Giustizia è, mani e piedi, dentro l’ordine del potere e l’unica cosa che teme è che si accenda la luce sul suo operato (in questo è bravissima nell’isolare quanti raccontano le sue malefatte, facendo intendere che stare vicino a chi dice la verità può essere pericoloso per chi ha a che fare con i tribunali).
Oggi, buona parte del degrado che colpisce la Sardegna è colpa della magistratura sarda, che ha assunto verso il potere dominante un’acritica posizione di tutela dell’impunità dell’azione politica.
Oggi si può dichiarare tutto e il contrario di tutto in un rendiconto elettorale, fino a dichiarare di non averlo presentato, e si viene assolti da ogni colpa.
Oggi si nominano gli amici a ruoli strapagati senza rispettare le procedure di legge e, siccome è stato abolito l’abuso di ufficio, la magistratura si gira dall’altra parte.
Oggi si dispone di 240 milioni di euro di denaro pubblico a dispetto delle procedure e lo si dà a una banca senza neanche chiedere preventivi alle altre, si compilano verbali di Cda alterati e manipolati, e non si fa niente.
Oggi si distrugge la sanità dalle fondamenta (due mesi fa una mia amica ha avuto una diagnosi, nel più importante ospedale sardo, di tumore all’utero. Parte disperata a Milano e scopre di avere un semplice fibroma), si nominano a membro di segugio Direttori generali incapaci, ci si fa beffe delle pronunce delle magistrature superiori che annullano gli atti, si fa la guerra ai chirurghi capaci prendendo parte allo scontro tra bande di medici più vanitosi che competenti, e nessuno muove un dito.
Oggi si può decidere in legge di dare soldi pubblici a privati, senza istruttoria, fino anche a dare soldi per l’acquisto di una casa o per finanziare una società sportiva non ancora costituita (e c’è una manifestazione di sport equestre della fine della scorsa legislatura che è stata totalmente insabbiata per la sua vergognosa opacità) e non succede niente.
Oggi si può decidere di processare un vescovo e una Caritas, come quelli di Ozieri, che sono tra le poche che hanno usato i soldi realmente per i poveri e per il bisogno, e invece ci si gira dall’altra parte per Caritas divenute vere e proprie holding alimentate da denaro pubblico (non ho mai capito perché ci sono preti lavoratori che hanno creato cooperative senza implicare le diocesi, che partecipano ai bandi pubblici come le altre imprese e danno conto della loro gestione, e invece ci sono i preti star che hanno ogni anno copiosi finanziamenti a fondo perduto e senza istruttoria dal Consiglio regionale). Ieri un amico mi ha detto che la Caritas di Cagliari gli ha rifiutato il conferimento di abiti dismessi, perché loro non trattano più “questi prodotti”. Alla fine li ha dati a un’opera di carità finanziata da massoni e c’è da chiedersi chi sia migliore, se una massoneria che ancora si quota e fa del bene o una chiesa che chiede al consiglio regionale di finanziare le Caritas diocesane in modo da lasciare il solo vescovo a decidere come usare la quota di carità proveniente dall’8xmille.
Non c’è giustizia, bisogna rassegnarsi, c’è un vasto chiacchiericcio sul niente e tanta complicità su un potere mal interpretato, mal gestito e brutalizzato.

Egregio, due sole considerazioni ad integrazione delle Sue: dopo vasta ricerca nel web non si trova traccia del nome dei campioni togati che nel processo di primo grado in Corte di Assise di Cagliari condannarono il povero Zuncheddu.
Ho solo reperito un articolo sull’appello dove compare una foto che svela l’arcano.
https://www.unionesarda.it/3-minuti-con/lassise-dappello-conferma-zuncheddu-colpevole-della-strage-mm9k2cpa
Che nessuno tra i campioni presenti in aula (PM e legali compresi) avesse posto la semplice domanda al testimone chiave “ma lei come ha fatto a riconoscere l’imputato già che, essendo mascherato, era irriconoscibile?” è il suo classico epilogo processuale di certe aule cagliaritane.
In ultimo – e mi ripeto ancora una volta – le “disattenzioni” verso le oramai innumerevoli violazioni da Lei descritte sono il prezzo della cambiale referendum. La politica è passata all’incasso. A noi resta l’incazzo. Saluti.
Il problema è che il popolo è ignorante ( ovvero ignora ) e quindi non si può fare niente per cambiare