Editoriale

È iniziata la guerra per il Banco di Sardegna. I giornali sardi non se ne sono accorti.

bancodi Paolo Maninchedda
Oggi il Presidente della Fondazione Banco di Sardegna, il tanto vituperato Antonello Cabras, mio amico, ha rilasciato ai giornali importanti dichiarazioni che i giornali, come spesso accade, non hanno valorizzato: l’Unione Sarda la dà a pagina 28, senza alcun richiamo in prima. La Nuova proprio la ignora, ma non è la prima volta.
Dice Cabras: “Il Banco di Sardegna non può rinunciare a essere la banca dei sardi, visto che il radicamento sul territorio è qualcosa di diverso rispetto alle altre consorelle che fanno parte del gruppo Bper”.
Se lo dice il socio di minoranza della Bper, che cosa significa? Significa, lo spiego io, che attualmente il Banco di Sardegna non è la banca dei sardi (infatti è la banca del saccheggio dei sardi) e che il suo radicamento territoriale è invece al servizio della Bper per la raccolta e la vendita di titoli e brioche. Mai detto prima.
Posso sbagliarmi, ma di poco. È l’inizio della guerra. Non foss’altro perché proprio ieri Cabras ha illustrato un tema noto a chi si interessa di queste cose, ma meno noto ai più, e cioè che la Fondazione riesce a distribuire ogni anno circa 15 milioni di euro in Sardegna non grazie ai dividendi (inesistenti o quasi) che le vengono dal Banco di Sardegna, ma grazie al suo ottimo portafoglio titoli. Quindi, la Fondazione non dipende dal Banco.
Ma l’affermazione di Cabras ha anche un altro significato. Cabras parla della politica del Banco di Sardegna. Ne parla da socio di minoranza e chiede un’inversione di rotta. Cabras sta dicendo che i sardi vogliono la loro banca. Se il Banco di Sardegna non è più in grado di esserlo, il socio di minoranza può legittimamente vendere il suo pacchetto e fare un’altra banca che faccia e sia la banca dei sardi.
Secondo me i vampiri emiliani col rating BB sentono un vago tremore lungo tutto il colon ascendente, trasverso e discendente.