Editoriale, Lavoro e impresa, Politica, Sanità, Stato sardo

Dove si produce nuova ricchezza in Sardegna? Con un post scriptum sulla sanità e sui manager

alvero-sradicatodi Paolo Maninchedda
Ieri il Sole 24 ore ha pubblicato la graduatoria delle province italiane (oggi ne dà notizia La Nuova a pag. 14)  fondato sulla variazione di valore aggiunto prodotto.
Prima in Italia la provincia di Oristano.
Non sono minimamente d’accordo col presidente della Confindustria oristanese che attribuisce questo dato alla presenza di campi eolici e fotovoltaici nel territorio (vi sono altre province con presenze più consistenti e tessuto produttivo consolidato. A Oristano c’è il polo agro-alimentare della Sardegna ed è quello che sta tirando.
Ma ciò che più mi preme far notare è il dato morale: se le imprese di Oristano fanno registrare nel 2015 il miglior incremento di valore aggiunto (+45,3%), è indiscutibile che i sardi sanno essere moderni, capaci e competitivi. Evidentemente sappiamo reggere e interpretare anche le sfide più importanti.
Che succede nelle altre province?
Cagliari si piazza al 14° posto, con un incremento comunque lusinghiero del 17,8%.
Sassari (con in ‘pancia’ Olbia, diversamente il risultato sarebbe stato molto peggiore) e Nuoro sono nelle ultime cinque posizioni con un segno negativo rispettivamente del -1% e del -1,5%.
A Sassari e a Nuoro servono politiche, ma serve anche una grande rivoluzione culturale e educativa.
Oggi i giornali forniscono resoconti sommari del confronto politico sulla nomina del manager della Asl unica.
Ieri L’Unione ha dato notizia di una mia lettera ai miei colleghi assessori, riportandone alcuni stralci. Data l’alterazione delle posizioni che ogni riduzione comporta, riporto qui integralmente la mia lettera.
Ribadisco infine la posizione politica del Partito dei sardi.
Noi riteniamo che non vi sia difficoltà della Sardegna che i Sardi non siano in grado di affrontare. Anzi: pensiamo che i sardi debbano crescere affrontando le sfide più grandi. È stato un tratto tipico dell’autonomismo, derivato dal pensiero di Lussu circa l’infertilità definitiva di cui soffrirebbe la Sardegna (la famosa “Nazione abortiva”, cioè la Nazione incapace a priori di generare vita e futuro), convincere i sardi della loro incapacità di saper garantire i loro diritti, di sapere gestire efficientemente i loro servizi, di sapere costruire con fatica e speranza il loro futuro. Noi la pensiamo in modo diametralmente opposto; pensiamo cioè che proprio l’inibizione alla grandezza, l’inculcato senso di inferiorità rispetto a tutto ciò che è grande e sfidante, sia un grande tabù culturale da rimuovere. Per cui per noi i candidati alla carica di Direttore Generale della Asl unica devono essere sardi, perché non si tratta di un concorso comparativo, dove non conta la residenza ma la competenza e l’abilità, e dove una commissione stila una graduatoria e spiega perché il primo è primo e non secondo. Qui la legge dice chiaramente che, sulla base di un elenco di idonei, la scelta è un misto di valutazione di competenza e di fiducia. I candidati sardi non sono nei fatti inferiori a nessuno. Ci auguriamo di non doverci trovare per l’ennesima volta dinanzi all’indicazione pregiudiziale di cercare fuori dalla Sardegna i ruoli apicali. Altre recenti esperienze, guidate da una sorta di politica podestarile (per paura del conflitto degli interessi, si chiama un signore esterno che ovviamente sta in un altro contesto di interessi ma si fa finta di ritenerlo neutro) hanno lasciato tracce e ricordi indelebili di pessima amministrazione. Nessuno pretende l’autarchia delle competenze, ma si esige soltanto un minimo di buon senso di governo che sappia riconoscere il valore di chi vive con noi, ha studiato, ha faticato e non merita né il pregiudizio di essere di parte e quindi giudicato incapace di difendere l’interesse pubblico, né, e ancor peggio, il pregiudizio dell’ignoranza perché sardo. Certo finora i candidati sardi, tutti silenti, hanno dimostrato più garbo e più senso istituzionale di altri. Questi sono temi importanti, distintivi dei differenti profili culturali di ciascuno di noi; chiediamo che non vengano sottovalutati. Ci sono ancora uomini politici che hanno convinzioni profonde.