Editoriale

Chi perde non ha torto

perderedi Paolo Maninchedda
Parliamo sempre di politica e mai di civiltà, cioè dei valori individuali, dei costumi individuali, dei comportamenti individuali, delle scelte personali che rendono poi un popolo più civile di un altro. Ho ripensato in questi giorni alla vicenda della suora-mamma che nei giorni scorsi ha partorito in un ospedale di Rieti. La rete è impazzita in un linciaggio ironico e volgare che ha svelato – se mai ve ne fosse stato bisogno – quanto profonda sia la radice malvagia dell’animo umano. Sembrerebbe poi che le consorelle non siano neanche andate a farle visita. Io ho visto un mio amico abbracciare la propria moglie incinta di un altro. Il figlio, che oggi non sa niente, è la luce dei suoi occhi. Presupporre la propria imperfezione è l’unico modo per risolverla in un aumento di civiltà, di coesione, di umanità. La ferocia con cui ci si scaglia verso ogni debolezza sta trasformando la vita di tutti in una grande doppiezza: vita pubblica sterilizzata da emozioni, da errori e da imperfezioni e semmai ricca di ferocia, aggressività, protervia e presunta perfezione; e poi, sotto, di notte e di giorno, una vita clandestina fatta di bugie, mistificazioni, frustrazioni, surrogati. L’Italia sta passando dall’ipocrisia cattolica del “pecca molto ma credi di più”, all’ipocrisia protestante del “credi fortemente che a te è impossibile peccare, ma se pecchi negalo anche a te stesso”. L’Italia sta diventando come l’America: grandi vetrine pulite e grandi cessi sporchi. Io rimango dell’idea che un passo di civiltà è sapere che ogni giorno bisogna pulire e pulirsi e  per farlo non serve solo uno sforzo della volontà, bisogna amarsi, avere pietà di sé e amare e avere pietà degli altri. Un politico che non ami e non si ami criticamente diventa un pericolo per gli altri, perché non lavora spinto da sentimenti positivi ma da un senso di rivalsa, dalla ricerca di qualcuno da punire per un qualcosa di cui  ignora il contenuto ma di cui patisce le conseguenze. Ne conosco molti/e. Quindi: scegliamo persone che normalmente amano, sbagliano, sanno perdere e sanno rialzarsi. Scegliamo un’umanità che sia consapevole contemporaneamente del meglio e del peggio di sé. Non scegliamo i politici della sola vittoria, della perfezione, della ferocia. Scegliamo i politici razionalmente consapevoli della complessità dell’umanità. Chi cade non è finito; chi cade ha solo bisogno di una mano.