91 giorni di silenzio. Aerei difficili (ciao Olbia!) e lauree facili

L’unica scelta politica degna di rilievo fatta fino ad oggi dal Presidente della Sardegna è stata la conferenza di servizi sulla continuità aerea della Sardegna del 26 marzo 2019.
Una conferenza che passerà alla storia per aver sancito l’inizio della fine dell’aeroporto di Olbia.
Il neo presidente, evidentemente senza aver letto con attenzione i dossier amministrativi predisposti dall’amministrazione regionale, i quali attestano inequivocabilmente (se serve, li pubblico) come il bando della continuità territoriale pubblicato dall’assessore Careddu fosse perfettamente aderente (anche troppo) alle prescrizioni/indicazioni dell’Unione Europea, durante la Conferenza di Servizi ha smontato il lavoro dell’assessore uescente; l’Unione Europea, trovatasi di fronte un nuovo inquilino di viale Trento trasportisticamente leggiadro, ha preso atto della resa sarda e serenamente si è portata a casa la vittoria: la continuità territoriale aerea della Sardegna è finita. Oggi non abbiamo in Sardegna una continuità territoriale aerea, ma due: una su Cagliari e Alghero e l’altra su Olbia: l’anticamera della fine.
Dalla lettura dei giornali risulta chiaro che il Qatar di Air Italy andrà ulteriormente via da Olbia e che, cosa che mi pare non sia mai accaduta, oggi non parteciperà alla riunione di Cagliari, convocata dalla Regione, “perché – scrive la silenziosissima Nuova Sardegnanon si fida“. Di chi non si fida? Non è dato saperlo.
Terribili parole.
La Gallura, però, che ha accompagnato il vento leghista con vivo entusiasmo, può cominciare a guardare con nessuna serenità al proprio futuro. Perse le manutenzioni degli aerei (e questo data da prima delle elezioni), persa la Compagnia aerea (e anche questo viene prima), adesso perde la strategicità dello scalo per la Compagnia, cioè il boccone più grosso. Posso sbagliarmi, ma a breve vedrà cambiare anche la proprietà degli alberghi e trasformarsi il grande investimento sanitario del Mater Olbia in una banale clinica privata sarda che contende l’osso agli ospedali pubblici e agli altri privati (quei posti non felici che oggi fanno soprattutto cataratte, nasi rotti, ginecologia programmata e molta chirurgia estetica).
Il valore delle spese degli studenti sardi che studiano all’estero o nella penisola, costretti dal numero chiuso o spinti dalla sfiducia nel sistema universitario sardo, è stato stimato tra i 75 e i 95 milioni di euro l’anno. Ma adesso vi è un rimedio: c’è stato uno studente bravissimo che il 2 aprile 2008, ma lo si è potuto sapere solo il 30 novembre 2018, non si sa con quali voti (perché agli atti, mi hanno raccontato, al posto del voto c’è la sigla FRQ che sta per Fenomeno Raro non Quantificabile) ha comunque superato cinque esami: Diritto penale 1, Diritto romano 1, Storia del Diritto italiano I, Diritto Amministrativo I e Diritto civile I. Se voi studenti fuori sede che vi rompete la schiena in giro per il mondo per studiare, voleste sapere come si fa in tale università a conseguire questi risultati che coniugano ubiquità, sapienza e eccellenza, sappiate che non è possibile saperlo, perché questa è l’unica università italiana che non segue la normativa sulla trasparenza, non pubblica i dati patrimoniali e reddituali dei membri dei suoi organi accademici, non pubblica i rimborsi per viaggi e missioni e protegge attraverso la normativa sui diritti d’autore l’opera e l’identità di questo nuovo Leonardo che ha brevettato la nuova laurea breve ubiqua e FRQ. L’università suddetta ha stampato un opuscolo dal titolo: Non studiate, fatevi furbi. Va a ruba.