Credito e banche, Politica, Stato sardo

Tutti uguali: promesse e soldi in cambio di voti. Intanto, i banchieri vengono assolti e i risparmiatori non rimborsati

votosoldidi Paolo Maninchedda
Più guardo con spirito critico le movenze della politica italiana, più imparo ciò che la Repubblica di Sardegna non dovrà mai fare.
Per esempio, bisognerebbe varare una norma che impedisca di assumere provvedimenti di spesa nei 60 giorni precedenti le consultazioni elettorali.
Ma non trovate per lo meno volgare che l’ultima settimana appena trascorsa sia stata contrappuntata di annunci del tipo:
«In arrivo 30/50 euro in più per le pensioni più basse»;
«Contratto degli statali, accordo per un aumento medio di 85 euro»;
«Referendum e Patto per Cagliari da 168 milioni».
Invece, andate a vedere oggi dove è finita la prima sentenza su Banca Etruria; guardate in quale pagina dei giornali, anche sardi, è finita la sentenza di assoluzione (La Nuova e L’Unione mostrano un orientamento a favore del Sì, come Videolina; Rai 3 è ormai una tv straniera, si sbagliano costantemente anche i nomi dei paesi). Ora, io so sulla mia pelle che il sistema giudiziario italiano, come quello di tutti i paesi del mondo, è tanto necessario quanto barbaramente esposto al pregiudizio, agli ideologismi e all’ignoranza, per cui un’assoluzione va sempre salutata con attenzione perché, andando nella direzione opposta del giustizialismo italiano, ha un’alta probabilità di essere giusta. Tuttavia, se non vi sono responsabilità personali e i risparmiatori, comunque, hanno perso i loro risparmi, vi è allora una responsabilità di sistema, cioè una responsabilità della politica che si subordina a banche e grandi gruppi di investimento e che non legifica in modo da garantire la ricchezza delle persone. Mai come in questi anni si sta ponendo il problema dell’esposizione dei governi alle attività lobbistiche dei grandi gruppi finanziari.
Oggi Renzi parla della ‘Casta’; dovrebbe parlare della sua ‘casta’, della sua prossimità a JP Morgan e al sistema finanziario globale. Gianfranco Sabattini ha scritto un’ottima sintesi della subordinazione culturale della Sinistra italiana all’antico nemico, il capitalismo sfrenato, oggi grande alleato-finanziatore. Le riporto, a futura memoria e per ricordarci di votare NO per dignità, fosse anche e solo per uno sforzo di dignità:
«La verità è che la controrivoluzione neoliberista non è stata l’esito di alcuna trama o cospirazione; è stata solo il risultato del fatto che le forze riformiste e quelle che avevano contribuito ad addomesticare gli animal spirit del capitalismo, dopo essere state tanti anni al potere, sono diventate conservatrici; nel senso che, tutte le forze riformatrici, quasi dimenticando come con la loro azione politica fosse stato possibile assicurare la crescita dei Paesi da esse governati in condizioni di pace sociale, non hanno saputo contrastare, dopo il raggiungimento del loro “scopo”, in presenza delle difficoltà causate dalla mancata formulazione di un orizzonte ideale sul piano sociale più avanzato, le idee di coloro che da sempre criticavano le loro linee di azione politica.
Al riguardo quello che è accaduto in Italia è emblematico; dopo i “gloriosi trent’anni” (1945-1975), la prevalenza del pensiero neoliberista “montpeleriniano” ha portato alla liquidazione dell’economia mista; successivamente, con la crescente integrazione dell’economia in quella globale, le nuove regole economiche adottate sono state tutte finalizzate ad adattare le condizioni di funzionamento dell’economia nazionale alle esigenze del capitalismo mondiale, con il risultato che l’Italia e tanti altri Paesi si trovano ancora a subire gli effetti negativi della Grande Recessione scoppiata nel 2007/2008.
La revisione della Costituzione in Italia e ancor prima l’attacco ai diritti del lavoro con le leggi ordinarie (Jobs Act, pensioni, scuola etc.) si pongono, in questo quadro, come un adattamento del quadro legislativo e costituzionale alle esigenze del grande capitale e dei poteri finanziari mondiali. In particolare, risponde a questo lo svuotamento delle assemblee elettive fino al Parlamento e la cancellazione delle autonomie regionali e locali. Per il grande capitale la democrazia, i sindacati, le elezioni sono un disturbo, che bisogna eliminare concentrando il potere nelle mani di un capo o di pochi».