Economia, Infrastrutture, Politica, Porti

Trieste è porto franco d’Europa. L’Italia esulta, la Sardegna non reagisce

di Paolo Maninchedda
Ieri è stato dato solennemente l’annuncio che il porto di Trieste è porto franco, l’unico porto franco d’Europa.
Effetto della seconda guerra mondiale, si dice.
Fatto è che Trieste sarà, come ha dichiarato il presidente dell’autorità portuale «l’unico punto in Europa in cui si può fare attività industriale e punto franco. Non solo attività terminalistiche, quindi, ma anche logistiche e addirittura industriali di trasformazioni delle merci. Durante la recente missione in Cina abbiamo visto brillare gli occhi degli interlocutori quando si sentivano dire che siamo l’unico vero Punto franco esistente in Europa, in cui si può fare anche manifattura industriale».
Se c’è una cosa sommamente ingiusta è fare un vero punto franco a Trieste e non fare di tutta la Sardegna almeno altrettanto.
C’è da arrabbiarsi profondamente per una storica slealtà di Stato, per l’insipienza della politica autonomistica e per la debolezza del pensiero politico diffusa in molte forze politiche sarde. Di fronte alle ricorrenti tentazioni agiografiche sul periodo dell’autonomia, bisogna ricordare la somma ignoranza degli anni della Rinascita in materia fiscale, l’incapacità di pensare in grande ai meccanismi della produzione della ricchezza e della sua redistribuzione, al nesso tra politica fiscale e politica monetaria. Niente: l’autonomia ha lasciato un vuoto pneumatico su una questione strategica per il nostro sviluppo.
La questione fiscale, la possibilità che siamo noi a decidere il regime fiscale più consono alla nostra situazione economica e al sistema di opportunità/criticità della Sardegna, è questione prioritaria e non limitata o limitabile al sistema degli incentivi e degli sgravi, ma estesa al tema dell’accumulo di ricchezza sostenibile, all’aumento della domanda di lavoro, allo sviluppo sostenibile.
Noi dovremmo avere nei nostri porti il sistema Trieste e se non lo abbiamo è per il nanismo del pensiero politico di tanti, troppi, decenni, nei quali si è pensato solo all’interno del recinto consentito, non nell’orizzonte dei doveri di civiltà che dovremmo realizzare.
Resto convinto del dovere di combattere a partire da un pensiero più robusto della banale questua del possibile.