Quando tocca a noi Sardi?

 

di Paolo Maninchedda
Ieri, mentre in tv passavano le immagini dei francesi in festa, mia figlia mi ha chiesto: «Pà, quando tocca a noi sardi?».
Non si può essere frivoli in Sardegna.
Essere sardi non è un modo di sentirsi italiani.
Gli italiani cercano sempre un capo; noi cerchiamo uno Stato. Il Nostro.
Gli italiani usano la bellezza per il denaro; noi vorremmo difendere la bellezza anche per l’anima.
Gli italiani non hanno disciplina; noi non possiamo non essere disciplinati e molto ben organizzati.
Gli italiani sono chiassosi; noi silenziosi.
Gli italiani non sanno più che cosa insegnano nelle scuole: noi sappiamo bene di quale sapere abbiamo bisogno.
Gli italiani sono educati al monolinguismo e alla celebrazione della loro lingua; noi siamo sempre stati nella storia poliglotti.
Gli italiani mangiano la natura; noi ci confessiamo con gli alberi.
Gli italiani portano le persone in città; noi naturalmente vorremmo vivere in campagna.
Gli italiani spregiano il sapere scientifico e tecnologico; noi vorremmo insegnarlo dall’asilo.
Gli italiani tassano anche il respiro; noi vorremmo tassare solo il giusto.
Gli italiani usano il carcere come noi il sapone; noi usiamo il carcere solo per i condannati.
Gli italiani mettono le microspie anche durante la colonscopia; noi non sentiamo il bisogno di spiare il mondo.
Gli italiani vivono nel sospetto; noi viviamo nella fiducia.
Gli italiani ci impongono di usare i loro aeroporti; noi vorremmo volare da qui in tutto il mondo, senza passaggi intermedi.
Gli italiani usano la Sardegna per le prove di guerra; noi ci siamo stancati di averli in mezzo alle scatole e di farci avvelenare.
Che cosa ci serve?
Ci serve qualcosa come la singing revolution dei paesi baltici.
Ci serve prenderci per mano da Porto Torres a Olbia a Cagliari per dire all’Italia che è tempo di finirla. Immaginate cosa accadrebbe nelle televisioni di tutto il mondo se una nazione pacifica e ordinata stesse per giorni presa per mano di fronte alle prefetture, ai carabinieri, alla polizia, alla guardia di Finanza, ai sovrintendenti, ecc. ecc. dicendo semplicemente che siamo noi i regolatori della nostra libertà e dei nostri interventi.
Immaginate questo evento e vedrete spuntare un giglio nel campo di cardi della storia.

0 commenti su “Quando tocca a noi Sardi?

  • Lubino giovanni says:

    L’idea di un lungo abbraccio fra i sardi da p.torrres a cagliari e’ molto bella e ricca di significati.se masia non ci sta pazienza.ce ne faremo una ragione.

  • Francesco Masia says:

    “Costruire il nemico”, lei lo saprà, è uno scritto nel quale Umberto Eco spiega che, per tenere i popoli a freno, per deviare l’attenzione del popolo dalle magagne dei suoi governanti, di nemici bisogna sempre inventarne, quindi dipingerli in modo che suscitino paura e ripugnanza.
    Non penso, tuttavia, lei sia mosso da questo intento. Penso che esageri in buona fede, spiacendomi del fatto che in tal modo possa finire per nuocere alla sua causa, che in quanto causa della Sardegna (se permette, nel mio piccolo) è causa comune.
    Per avvicinare i sardi a divenire consapevoli della loro storia, dei torti subiti, delle occasioni fallite, dei tentativi di resistenza e ribellione (una volta almeno di vera e propria rivoluzione) al cui filo rosso possiamo riconoscere affidata la nostra dignità di popolo almeno in senso politico, non mi sembra affatto necessario costruire un’immagine degli (altri) italiani così falsamente compatta e così contrapposta proprio a noi. Gli italiani che lei omologa (tirando fuori noialtri) appartengono a 19 diverse Regioni (per fermarci a questa prima suddivisione amministrativa, sotto la quale se ne potrebbero riconoscere non poche altre): i toscani (osando prenderli in blocco per immaginare di ridurli a un’essenza comune) non saranno più simili o diversi rispetto agli abruzzesi, per dire, di quanto lo siamo noi, e così via. Pensare che gli altri 19 “spiriti regionali” siano un’Italia unita anche solo nell’opporsi compattamente contro i nostri interessi (più di quanto tutte le altre combinazioni di 19 Regioni, comprendenti la nostra, siano unite contro i singoli interessi di qualsiasi diversa Regione) mi sembra perlomeno una forzatura. Certo, l’Italia ha 18 regioni peninsulari e solo 2 insulari (una, la nostra, più insulare dell’altra), in molte scelte questo naturale fattore geopolitico peserà, come sarà naturale per qualsiasi stato con simile conformazione. Su questo è naturale che agisca la politica, con gli assetti autonomistici da contrattare, con le alleanze strategiche tra Regioni (insulari e meno, italiane e europee), fino alla possibile costruzione di proposte statuali diverse, circa le quali, sono d’accordo, non dobbiamo avere preclusioni né paralizzanti paure. Ma non si punti sull’italiano cattivo e il sardo buono, sulle cose italiane cattive e quelle sarde buone, sugli aspetti morali, caratteriali, estetici, diversi e migliori in nostro favore. Non abbiamo bisogno di un nemico, abbiamo bisogno di credere in noi stessi e nei nostri diritti, fossimo pure noi i cattivi, gli antipatici, nel posto più inospitale e sopravvalutato. Non cerchiamo di allettarci con la nostra immagine oleografica, adatta se va bene per un turismo di bocca buona. Non puntiamo, vorrei dire, a un consenso politico dai gusti così facili.
    Al momento siamo anche italiani, diversi tra gli altri italiani in modo non sensibilmente maggiore di quanto gli altri italiani lo siano tra loro; senza contare che forse, come sarà per le altre Regioni, presentiamo più differenze tra noi sardi che, mediamente, rispetto agli italiani in genere. Accettare addirittura con orgoglio questo lato di appartenenza è possibile, mi creda, in buona compagnia con sardi che sono stati certamente italiani e che sarebbe davvero ingeneroso liquidare come non buoni sardi. Questo non deve però essere d’ostacolo alla consapevolezza di cui sopra, all’orgoglio per la sardità (viva, quindi anche moderna, variamente contaminata e declinata pure nel nuovo), al cammino necessario perché queste parole non restino vuote e perché si arrivi a trattare, forti di tutto questo (ogni volta che sia necessario), sulle politiche che sceglieremo di voler perseguire per il nostro futuro.
    La nostra storia ci ha visti per secoli arrendevoli sottomessi (guardando al passato si potrebbe addirittura discutere se l’epoca o parentesi giudicale fu guadagnata con qualche gloria, o meno), fino all’ingresso, al seguito dei Savoia (con nella coscienza il buco nero della nostra rivoluzione tradita), in uno Stato nel quale in tanti altri, diversi e pure variamente sottomessi, si sono in qualche misura fatti trasportare (volenti o nolenti) dalla prospettiva di riscattarsi conquistando addirittura quella capitale che tutti invece aveva conquistato. Raggiungere diffusamente la piena coscienza della nostra parabola storica (nostra perché qui viviamo e operiamo, perché sardi scegliamo di sentirci, senza implicazioni genetiche) potrà darci la forza per portarci a scegliere o di emanciparci finalmente verso la piena indipendenza, o di trattare nel modo che ci sembri conveniente la nostra permanenza nello Stato di diversi che l’Italia è per nascita (come chi da adulto venga a realizzare pienamente la sua sorte di abusato nell’infanzia e può allora maturare la scelta di tagliare rapporti complicati, come può ancora scegliere di rimanere in diverso modo nella famiglia dove è cresciuto, insieme ad altri che hanno avuto esperienze simili).
    Non abbiamo bisogno di nemici, insomma, tanto meno descritti come antropologicamente incompatibili con noi, anche se il patriottismo che vorremmo trasmettere ai nostri figli può spingerci a tratteggiarli.

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