Omicidio Moro: il covo rivelato, un indirizzo non richiesto

Avantieri, Aldo Cazzullo ha intervistato la vedova di Giovanni Leone, l’uomo politico più linciato, dileggiato e vilipeso della storia italiana (fatto a pezzi alla fine degli anni Settanta dal libro di Camilla Cederna, la cui autrice fu poi condannata) e al quale solo i Radicali chiesero scusa, molti anni dopo il complotto Dc-Pci ordito per farlo dimettere per presunta e indimostrata indegnità.

Una storia di antichi linciaggi utili per capire i nuovi, con una differenza: non tutti hanno la delicatezza d’animo di Leone, che passò 23 anni di depressione per essere stato rappresentato per ciò che non era.


C’è chi, per essere sconfitto dalle bugie e dai linciaggi, deve essere ammazzato, perché non muore di suo per sola cattiveria altrui; sa combattere, conosce i bugiardi e anche i costruttori di rozze architetture concettuali tenute insieme da ignoranza, omissioni, congetture e sospetti.

Fatto è che la signora Vittoria racconta che durante il sequestro Moro (l’unico uomo politico che negli anni Settanta aveva già capito gli anni Novanta) fu recapitata a casa Leone una lettera, a lei indirizzata, che svelava l’indirizzo del covo dove veniva tenuto sequestrato lo statista democristiano.


La notizia è importantissima, perché l’ultima Commissione d’inchiesta sul caso Moro ha chiarito definitivamente che Moro non è stato tenuto prigioniero in un solo covo, come pure che non stette fermo e immobile per 55 giorni, come pure che non fu ucciso nel garage di via Montalcini.

Ora, il caso curioso è che non si chieda alla signora Leone se ricordi l’indirizzo del covo segnalato. Nel caso Moro è evidente che vi fu chi tentò di far sapere dove Moro si trovava, e chi, invece, lavorò per impedirlo. Chiamamole due spie contrapposte, ma forse è una semplificazione troppo declinata al singolare, ma vi furono.

Personalmente credo che il covo della più lunga detenzione di Moro sia stato vicino al luogo del rapimento e che poi egli sia stato spostato almeno due volte.

La questione è dunque dei covi, non del covo. E conoscere i covi significa conoscere moltissimo della vera storia dei 55 giorni, delle reti di copertura del sequestro, della rete di governo del sequestro. Via Montalcini fu e resta un pannicello caldo.


La questione dei covi e non del covo sta diventando stringente, perché ormai sono rimasti in due a sapere la verità: Mario Moretti e Anna Laura Braghetti, l’ultima, carceriera di Moro, il primo, l’assassino. Germano Maccari, forse co-assassino con Moretti, e Prospero Galllinari, carceriere e vivandiere, sono morti.

Forse sanno qualcosa di più di ciò che hanno detto Valerio Morucci e Adriana Faranda, ma non parleranno mai se non parlano gli altri due e se la verità sul caso Moro non va a coincidere con la fine della detenzione (in vario modo articolata) dei tanti Br ancora detenuti. Cioè non si saprà mai nulla di vero se non si passa dall’armistizio attuale alla pace tombale.

Il resto del sequestro Moro non è conosciuto con estrema certezza, ma con ottima approssimazione:


– a sparare c’erano dei tedeschi, e questo è certo e in parte ammesso;


– a coprire c’erano persone legate alla faida interna ai servizi italiani di allora, in buona parte interferiti da più di un servizio segreto straniero;


– l’uomo di collegamento tra Servizi e Br è sconosciuto, a mio avviso vivente e ritenuto ancora temibile, seppure non necessariamente esattamente individuato dagli stessi brigatisti;


– a sbagliare completamente la gestione del sequestro fu Moretti, che doveva usare Moro per trattare il rilascio dei prigionieri e invece lo usò per due terzi del tempo per cercare di provocare un’improbabile unità delle forze rivoluzionarie e la caduta del Governo per la mobilitazione delle masse;


– a ostacolare ogni tentativo di trattativa fu soprattutto Andreotti, con Cossiga che non riuscì mai ad entrare in partita e lo capì dopo, covando un senso di colpa e di rivalsa che non riuscì mai a soddisfare fino in fondo;


– la morte di Moro fu una brutale esecuzione senza alcuna pietà.

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