Nuove frontiere del giornalismo: La Nuova e la pasta, Conad e Cellino

Oggi è domenica e dovremmo tutti starcene un po’ più tranquilli del solito. Accade però che la lettura dei giornali riattivi la colite ulcerosa delle persone sensibili.

Oggi i due quotidiani hanno una pagina ciascuno di pubblicità del Gruppo Cellino, nella quale per la prima volta nella storia del mercato alimentare sardo si ha uno scorcio delle guerre commerciali che si consumano sugli scaffali della grande distribuzione organizzata, prevalentemente sulle spalle dei consumatori, però.

Il Gruppo Cellino dice che due catene di distribuzione hanno deciso di non distribuire più la sua pasta e elenca, invece, le catene che continueranno a farlo.

L‘Unione Sarda ovviamente pubblica la pagina pagata e tale la lascia al giudizio del lettore.

La Nuova, il quotidiano zelantissimo verso la Giunta regionale, il quotidiano delle gogne per i poveri e i silenzi per i ricchi, il quotidiano dei sondaggi ad hoc, il quotidiano megafono delle Procure ma a seconda di coloro di cui le Procure si occupano e sempre attento a non parlare dei procuratori accozzati dai loro colleghi ‘amici degli amici’, o condannati ma ancora in servizio in Sardegna, o con pregressi disciplinari da far dubitare della loro competenza, La Nuova del nuovo corso commerciale, si sente in dovere non solo di pubblicare la pubblicità, ma addirittura di spiegarla.

È un capolavoro di dedizione all’inserzionista, è il sottopancia giornalistico, è cultura dell’agevolazione pubblicitaria, è incanalamento vaselinato del consumatore-lettore. Pacchetto completo: pubblicità e spiegazione della pubblicità. Sul banco degli imputati Conad e Nonna Isa, non due mammolette del commercio, due operatori dentati di cui personalmente ho già parlato altre volte, perdendo amici e relazioni, e venendo, come da copione ormai pluridecennale, lasciato solo.

Non è accaduta la stessa cosa (cioè non c’è né indagine né spiegazione) quando si sono denunciati gli incrementi di fatturato sotto lockdown accompagnati da licenziamenti in un settore nascosti con le assunzioni in un altro; non accade la stessa cosa per illustrare il deterioramento della qualità dei prodotti conseguente alla peste dei grandi centri commerciali, per i prezzi da schifo praticati per i produttori dalla grande distribuzione, per gli orari continuati festivi compresi e schiavitù annessa per il personale; non accade la stessa cosa per descrivere la concentrazione di ricchezza che la grande distribuzione determina; non accade la stessa cosa per la deserttificazione del commercio di prossimità con conseguente monopolio o oligopolio di fatto. Su tutto questo silenzio e cinturamento delle pochissime voci dissenzienti.

E allora diviene un dovere segnalare che l’informazione tradizionale sta scivolando al rango di illustratrice di volantini promozionali.

Informarsi non vuol dire sapere a quanto è la carne oggi, ma sapere perché ha quel prezzo e a fronte di quale qualità del prodotto e del lavoro (io non compro prodotti dove, per esempio, so che il lavoro è gestito alla cinese). Ne consegue che per informarsi non bisogna leggere i giornali, ma capire i loro bilanci, capire chi dà loro i soldi e di conseguenza capire quanto e se dicono la verità. E questo lo si deve fare anche a costo di una vita sacrificata per non renderla esposta e di una sempre più selezionata cerchia di amicizie.

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