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Come non mordersi le lingue

Posted on 12 Aprile 201822 Maggio 2018 By Redazione

di Riccardo Mura

Oltre a mettere uno steccato linguistico all’interno della lingua sarda (su cui già ci siamo espressi), la proposta di legge sul plurilinguismo, nel testo unificato approvato lo scorso 22 febbraio dalla Seconda commissione del Parlamento sardo, sembra voler anche puntellare gli atavici steccati politici che separano la tutela della lingua sarda (e dell’algherese) da quella delle lingue sardo-corse e del tabarchino.

Già dal primo articolo si può notare come l’appellativo di “lingua” venga concesso solo al sardo e non alle altre lingue della Sardegna. Questo sottile distinguo spiana la strada a quello sostanziale dell’articolo 2, in cui si dice che per «la lingua sarda e il catalano di Alghero» si applicano le disposizioni di tutela previste dalla legge statale 482/99, mentre «le varietà linguistiche alloglotte» (è sorprendente quanto un certo nazionalismo etnocentrico si sia impegnato nel creare brutti e insidiosi neologismi) non godono di questa tutela e, come conferma l’articolo 3, per loro sono previste solo delle «misure di promozione e valorizzazione». Il distinguo riemerge qua e là negli articoli successivi e nell’art. 12, comma 6, si dice che il personale della futura Agentzia sarda pro is limbas dovrà dimostrare di conoscere bene la sola lingua sarda.

Ora, è vero che la legge italiana tutela soltanto il sardo e il catalano algherese, ma è anche vero che nel 2001, e poi nel biennio 2005-2006, tutti i comuni che parlano lingue sardo-corse e liguri, paventando (a ragione) future discriminazioni, hanno dichiarato di rientrare nell’ambito di tutela della lingua sarda. Questa sarà pure una forzatura in termini linguistici, ma non lo è in termini politici. È come se queste comunità linguistiche abbiano voluto prendersi il loro diritto alla tutela alla faccia delle classificazioni coloniali della linguistica italiana.

Io parlo gallurese, una lingua sardo-corsa, e pur con tutta l’amicizia e fraternità che mi lega al popolo corso, non mi sento corso: sono sardo. E parlo una lingua sarda. Dunque il gallurese è sardo. Se dovesse servire a tutelare la mia lingua, potrei anche chiamarlo “sardo settentrionale” o “sardo gallurese”. Ma siccome non mi vergogno affatto di parlare una lingua di frontiera, che in quanto tale è frutto di ibridazione culturale, di osmosi, contatto, innesto e mescolanza, io dico che parlo il sardo-corso, o semplicemente il gallurese. E pretendo per la mia lingua la stessa tutela che è riservata a quella parlata dai miei connazionali, sia che parlino il sardo, il catalano di Alghero o il ligure tabarchino di Carloforte e Calasetta.

Per noi del Partito dei Sardi non ci sono e non ci potranno mai essere sardi meno sardi degli altri. Il Partito dei Sardi lavora per costruire una nazione plurilingue in cui a ogni cittadino siano forniti gli strumenti necessari per avere competenza attiva in almeno tre lingue, tra cui almeno una lingua sarda, l’inglese e, provvisoriamente e fin quando si rivelasse necessario, l’italiano.

Il nostro partito continuerà a essere leale e criticamente costruttivo con gli alleati di governo e quindi anche con gli estensori di questa proposta di legge. Non vogliamo affossarla, ma non per questo possiamo morderci la lingua e assistere allo sbranamento della nostra comunità linguistica. Come sempre, continueremo a essere leali e criticamente costruttivi innanzitutto col popolo sardo.

Lingua, Politica

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